sedia

di Giuliano Zoroddu

 

«Adesso sapete ciò che lo trattiene (τ κατέχον), in modo che egli [l’Anticristo] si manifesterà al tempo opportuno. Già è in azione il mistero di iniquità: solamente v’è colui che lo trattiene ( κατέχων) e lo tratterrà fino a che sia tolto di mezzo»[1].

Con queste parole sommamente oscure ed enigmatiche l’Apostolo san Paolo nella sua Seconda Lettera ai Tessalonicesi, scritta a Corinto tra 52 e il 54, ricorda a quei cristiani i suoi insegnamenti sui tempi finali, sull’ dell’Anticristo e su ciò (o colui) che impedisce a quest’ultimo di prevalere fino al tempo stabilito dal divino consiglio.

Da sempre gli interpreti delle Sacre Scritture, in primo luogo i santi Padri, hanno investigato il senso di quanto lo Spirito Santo volle rivelare per mezzo dell’Apostolo e l’identità stessa di questo impedimento all’avvento dell’Anticristo.

Le spiegazioni sono pressoché infinite e poiché quanto l’Apostolo scrive si basa su precedenti insegnamenti da lui oralmente impartiti ai Tessalonicesi che però non ci ha trasmesso per iscritto, in linea di massima è opportuno far nostro il pensiero che fu del sommo Agostino:

«Poiché ha detto che lo sapevano, non ha inteso dirlo apertamente. Perciò noi, che non sappiamo quel che essi sapevano, desideriamo ma non siamo in grado di giungere, sia pure con insistenza, a ciò che pensava l’Apostolo, soprattutto perché i concetti, che ha aggiunto, rendono più astruso il significato. Infatti che significa: “Già il mistero dell’iniquità è in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché sia tolto di mezzo, e allora sarà rivelato l’empio?”. Io confesso che proprio non capisco quel che ha detto»[2].

Nondimeno, sempre sulla scia del Dottore Ipponense, vogliamo render conto delle varie proposte esegetiche.

C’è stato chi identificò il katèchon con l’imperatore Nerone, basandosi sulla diceria, riportata dallo storico Suetonio, secondo cui non sarebbe morto: l’Anticristo si sarebbe dunque manifestato solo dopo la morte di questo imperatore. Sant’Agostino liquida questa posizione come “assurda” e nemmeno da confutare[3].

Altri hanno visto in questa forza (τὸ κατέχον, neutro singolare) che è allo stesso una persona (ὁ κατέχων, maschile singolare) chi un riferimento all’Arcangelo Michele, principe della milizia celeste, chi alla predicazione del Vangelo, chi alla Chiesa, chi allo stesso Gesù Cristo[4].

Ma la interpretazione comune a tutti i Padri, Latini e Greci, è certamente quella secondo cui τὸ κατέχον significhi l’impero romano che si concretizza nell’imperatore, ὁ κατέχων.

“[San Paolo, ndr] ha detto queste cose riguardo all’Impero Romano[5] sentenzia il Crisostomo. Dello stesso parere san Cirillo Gerosolimitano, sant’Ambrogio, san Girolamo, sant’Agostino.

Già Tertulliano (155-220 ca.) mentre ancora la Chiesa e i cristiani non si vedevano riconosciuto dai magistrati romani il diritto all’esistenza – “non licet esse vos[6] –  (negato secondo l’apologista africano dal senatoconsulto di Tiberio di cui in Apol. V, 2[7]), sosteneva chiaramente la funzione catecontica di Roma, la quale nella sua idolatria appariva invece agli occhi delle sette eretiche come satanica e da distruggere.

Scrive il Nostro:

«C’è per noi un’altra maggiore necessità di pregare per gli imperatori, anzi per tutta la terra e la stabilità dell’impero (anzi per la stabilità di tutto l’impero) e per la potenza di Roma, poiché sappiamo che la catastrofe incombente sul mondo e la stessa fine della nostra era, foriera di tremende calamità, viene ritardata fino al passaggio dell’impero romano»[8].

«[Il cristiano, ndr] sa che l’Imperatore è stato messo dal suo Dio, perciò deve necessariamente amarlo, riverirlo, rispettarlo, e desiderarne l’incolumità assieme a tutto l’Impero Romano, per tutto il tempo che durerà il mondo; il mondo infatti durerà finché durerà l’impero»[9]

La provvidenzialità dell’impero e la sua funzione di trattenimento nei confronti dell’Anticristo e degli anticristi – Paolo si riferiva in particolare alla persecuzione giudaica, il “mysterium iniquitatis” già in atto, che trovava nei magistrati romani un fattore frenante[10] – la si trova in san Clemente Romano († 100) compagno degli Apostoli e quarto Papa, in san Melitone di Sardi († 180), fino agli sviluppi di sant’Ambrogio e sant’Agostino che porteranno Prudenzio e san Leone Magno a proclamare l’identità tra la Cristianità e la Romanità (neologismo tertullianeo [11]) rigenerata nelle acque del battesimo.

San Leone Magno proclamando la sacralità e l’eternità di Roma che in san Pietro (e quindi nel Sommo Pontefice suo successore) e in san Paolo viene costituita da Dio veramente “caput orbis terrarum[12] e autentica Maestra della Verità[13], fornisce le basi a san Tommaso per affermare che “l’impero romano non è cessato ma da temporale s’è mutato in spirituale”[14], cioè nella Chiesa di Cristo, Cattolica-Apostolica-Romana.

Ancora alla fine del secolo scorso Margherita Guarducci non arrossiva punto nell’affermare che “all’impero caduco fondato da Augusto, subentrò l’impero perenne della Chiesa universale”[15].

La Chiesa Romana dunque e il suo Vescovo, il Papa(-Re), assumono necessariamente la funzione catecontica che fu dell’impero cesareo. Questa è a detta del Padre domenicano Marco Maria Sales, Professore di Sacra Scrittura all’Angelicum e Maestro del Sacro Palazzo Apostolico sotto Pio XI, la più probabile identificazione del κατέχον/ κατέχων paolino. La stessa Chiesa Romana, societas perfecta, che sempre assistita dallo Spirito Santo, lavorando fin dai tempi delle Catacombe, ha saputo dar vita alla civiltà cristiana: quell’ordine sociale che fu mirabile connubio fra l’eterna religione cristiana, la paidéia greca e il diritto romano, la cui legge era il Vangelo di Cristo e frenava l’insorgere degli anticristi-eretici e degli anticristi-infedeli.

E di questa funzione pontificia ci parla ancora, eco ed incarnazione della bimillenaria Tradizione, Pio XII:

«Il Papa ha le promesse divine; pur nella sua umana debolezza, è invincibile e incrollabile; annunziatore della verità e della giustizia, principio della unità della Chiesa, la sua voce denunzia gli errori, le idolatrie, le superstizioni, condanna le iniquità, fa amare la carità e le virtù»[16]

A perenne testimonianza di ciò il basamento della Cattedra Papale del Laterano (vedi foto), la basilica simbolo della vittoria del Cristo e della sua Chiesa sul mondo, riporta in altorilievo i mostri del salmo 90 che il Vicario di Cristo, Sacerdote e Re, tiene sotto i suoi piedi: “Super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem[17].  La stessa Cathedra Petri, il trono ligneo conservato nel grandioso reliquiario beniniano, è decorata con delle formelle aventi come tema le fatiche di Ercole.

Nell’attuale crisi modernistica questa funzione catecontica è stata dismessa, nel contesto di una maggiore “spiritualizzazione” (in senso gnostico) del Cattolicesimo e se ne vedono ampiamente i catastrofici risultati.

Tuttavia lungi da noi il farsi prendere da ansie da fine del mondo, perché, checché ne dicano vari guru più o meno presentabili, non ci è dato sapere né tempi né momenti: dobbiamo solo combattere, finché Dio ci darà respiro, sotto i vessilli del Cristo Re “ut cum Ipso, in cœlésti sede, júgiter regnáre póssimus[18].

 

 

 

[1] 2Thess., II, 6-7.

[2] S. Agostino, De civitate Dei contra paganos, XIX, 3.

[3] Ibidem.

[4]  Recentemente è apparso un articolo in cui si sostiene essere la Presenza Reale di Gesù nel Sacramento Eucaristico il vero kathecon (https://anonimidellacroceblog.wordpress.com/2018/01/08/cosa-trattiene-il-mistero-delliniquita-una-importante-riflessione-su-2-tm-23-12-di-fra-cristoforo/). Chi scrive, dissente da questa interpretazione.

[5] Cfr. S. Giovanni Crisostomo, Homilia IV in II ad Thessalonicenses.

[6] Tertulliano, Apologeticum, IV, 4.

[7] Tertulliano riporta la notizia secondo cui, in base a dispacci di Ponzio Pilato, l’imperatore Tiberio circa l’anno 35 d.C. propose al Senato la consecratio di Gesù di Nazareth, il riconoscimento della sua divinità, in funzione anti-giudaica. All’opposizione del Senato che vanificò il progetto e rese il Cristianesimo religio illicita e quindi da perseguire, l’imperatore oppose il suo diritto di veto che impediva la persecuzione che, da parte romana, ebbe inizio solo verso il 62 d.C. . Vedi Cfr. M. Sordi, I cristiani e l’impero romano. Nuova edizione riveduta e aggiornata, Milano, 2011, pp. 15-29. Della stessa autrice vedi anche: I primi rapporti tra lo Stato romano e il Cristianesimo, Rendiconti dell’Accademia dei Lincei 12 (1957), pp. 58-93; Il Cristianesimo e

Roma, Bologna, 1965; Il rapporto fra i cristiani e l’impero da Tiberio ai Severi, Humanistica e Teologia 13 (1992), pp. 59-71; M. Sordi – I. Ramelli, Il senatoconsulto del 35 contro i Cristiani in un frammento porfiriano, Aevum 78 (2004), pp. 59-67.

[8] Tertulliano, Apologeticum, XXXII, 1.

[9] Idem, Ad Scapulam, II, 6.

[10] Fino al 62 quando la giudaizzante Poppea Sabina diventa moglie di Nerone i Cristiani sono più o meno tacitamente appoggiati e difesi dalle autorità provinciali romane. Ce lo testimonia la vicenda di san Paolo che a Corinto è difeso da Gallione, fratello di Seneca (Act. XVIII, 12-17). Lo stesso Apostolo ci informa della presenza di Cristiani alla corte di Claudio e Nerone (Philipp. IV, 22). Vedi M. Sordi, I cristiani e l’impero romano. Nuova edizione riveduta e aggiornata, Milano, 2011, pp. 31-70.

[11] Idem, De pallio, IV, 1.

[12] Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 16. In senso cristiano può essere interpretata la profezia che circolava in ambiente giudaico e romano secondo cui dall’Oriente sarebbero venuti dei futuri dominatori di Roma. La riportano, applicandola però a Vespasiano e a Tito, Flavio Giuseppe (Bellum Iudaicum, VI, 312-313), Tacito (Historiae V, 13) e Suetonio (Vita Vespasiani, IV, 5).

[13] Cfr. S. Leone Magno, Sermo I in natali Apostolorum. La Chiesa lo fa leggere nel Mattutino della festa dei santi Pietro e Paolo.

[14] S. Tommaso, In 2.am ad Thessalonicenses, c. II, lect. 1.

[15] M. Guarducci, Il primato della Chiesa di Roma. Documenti, riflessioni, conferme, Milano, 1991, p. 141.

[16] Pio XII, Discorso ai fedeli del 20 febbraio 1949.

[17] Ps XC, 13.

[18] Postcommunio della Messa di Cristo Re.