La disperazione secondo R. H. Benson: la tentazione quotidiana di chi non crede più in nulla

citazione a cura di Luca Fumagalli

Il baronetto vagabondo (None other Gods, 1910) è uno dei romanzi più interessanti ma meno conosciuti di mons. Robert Hugh Benson. In esso si narra la storia del giovane Frank Guiseley, ragazzo di famiglia aristocratica che, dopo aver abbandonato l’università ed essersi convertito al cattolicesimo, decide di fare fagotto e girovagare per l’Inghilterra, cavandosela con le sue sole forze. Dopo le prime difficoltà, Frank inizia però a nutrire seri dubbi sulla scelta di vita appena fatta. Anche la fede, superati gli entusiasmi iniziali e impattata con dolore la realtà, è come se fosse diventata improvvisamente vuota e insignificante. Il ragazzo non ne è ancora del tutto consapevole, ma una montante depressione sta iniziando a impossessarsi di lui.

 

Dopo tutto – cominciò a dirsi – quale prova v’era, prova scientifica, che fosse proprio la religione vera? Certo, in essa v’erano molte cose davvero convincenti, v’era il curioso cerchio di affermazioni e di confidenza, v’era tutto il suo carattere, composto (come quello d’una persona) d’innumeri tocchi troppo esili per poter essere definiti; v’era la precisa evidenza addotta dalla storia, dalla filosofia e dal resto. Ma sotto tutto questo v’era al mondo, infine, una qualunque evidenza umana sufficiente per stabilire i dogmi stupefacenti che stavano alle radici? Era concepibile che una qualunque evidenza del genere potesse essere prodotta?

Egli procedette a considerare la serie degli antichi dilemmi che, io penso, si sono presentati una volta o l’altra ad ogni essere ragionevole: libero arbitrio e predestinazione; amore e dolore; prescienza e peccato; eccetera eccetera. E, in quell’umore freddo e senza emozione, quando pare che la personalità rabbrividisca, nuda, alla presenza di forze mostruose e ripugnanti, gli sembrava che la sua religione, quanto qualunque altra, fosse del tutto impotente di fronte a loro.

Andò più oltre. Cominciò a riflettere sulle innumerevoli devozioni che aveva recentemente imparato – la ripetizione di certe parole, il compimento di certe azioni – il rosario, per esempio, e cominciò a chiedersi come fosse credibile che esse potessero avere la minima influenza sulle conclusioni eterne.

Queste cose non s’erano ancora circondate dell’atmosfera dell’esperienza e dell’associazione, e avevano perduto il fascino della novità; stavano davanti a lui staccate, per dir così, e senza capacità di convincere.

Non intendo affermare che durante quest’ora Frank in coscienza non credesse; egli onestamente cercava di rispondere a quelle domande; si appoggiò all’autorità e cercò di rassicurarsi riflettendo che cervelli di gran lunga più acuti del suo non avevano trovato in quei dilemmi un ostacolo definitivo per la fede; si pose al riparo della Chiesa, e cercò ciecamente di credere quello che Essa credeva. Ma, in un certo senso, egli era impotente; la spada dell’avversario era più pronta della sua; la sua volontà era quasi addormentata; il suo cuore era del tutto in letargo, e il suo intelletto era limpido fino a un certo punto, e straordinariamente rapido…

Mezz’ora dopo egli si trovava in uno stato compassionevole, e aveva cominciato a chiedersi se Jenny gli fosse fedele. S’era rivolto al pensiero di lei come ultimo scampo per calmarsi e rassicurarsi, ed ora, nella freschezza dell’alba, anch’ella sembrava senza sostanza.

Cominciò col pensare che Jenny non avrebbe vissuto per sempre; anzi, ella avrebbe potuto morire ben presto; e poteva morire lui; e terminò col domandarsi, prima, che cosa valesse l’amore umano, e poi, se egli possedesse quello di Jenny.

Capiva ora, con assoluta certezza, che non v’era nulla in lui che potesse avere importanza per qualcuno; tutto era stato un errore.

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