La rivoluzione, le rivoluzioni spiegate a tutti [da leggere]

Execution of Marie Antoinette on October 16

 

di Cesare Baronio

 

Rivoluzióne s. f. [dal lat. tardo revolutio -onis «rivolgimento, ritorno», der. direvolvere: v. rivolgere]. – […] 2. Mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici: a. In senso stretto, il processo rapido, e per lo più violento, attraverso il quale ceti, classi o gruppi sociali, ovvero intere popolazioni, sentendosi non sufficientemente rappresentate dalle vigenti istituzioni, limitate nei diritti o nella distribuzione della ricchezza che hanno concorso a produrre, sovvertono tali istituzioni al fine di modificarle profondamente e di stabilire un nuovo ordinamento.
Enciclopedia Treccani

 

In latino, il verbo revolvere è composto di re- e volvere, nell’accezione dirivoltare. Esso indica propriamente l’atto con il quale si solleva la zolla di terra e la si rivolta, appunto, portando ciò che è sotto sopra e ciò che sta sopra sotto. In greco la voce corrispondente è επανάστασις, che ha analoga etimologia. Nonostante nel linguaggio moderno il termine rivoluzione abbia assunto connotati ideologici positivi (vedi ad esempio la definizione della Treccani), essa dovrebbe esser intesa nella sua valenza negativa, in quanto azione volta a sovvertire l’ordine, nello stesso modo in cui il χάος, ossia il disordine, si oppone al κόσμος, che viceversa è il sistema ordinato ed armonico. 
Significativamente l’idea che l’ordine derivi dal disordine, ordo ab chao, è uno dei principi massonici, secondo cui il nuovo ordine mondiale – Novus Ordo – si ottiene tramite la rivoluzione e il caos, in base al processo del solve et coagula che in filosofia ha trovato la propria formulazione nel trinomio tesi – antitesi – sintesi della dialettica hegeliana e l’applicazione odierna in ambito ecclesiastico nell’opposizione tra la dottrina rivelata, la sua negazione nell’eresia e la sua applicazione nella pastorale, tramite il cosiddetto discernimento.
La rivoluzione ripugna all’ordine naturale ed ancor più a quello divino, dal momento che entrambi hanno come proprio autore il Dio Creatore e Rivelatore. La Chiesa si è sempre opposta alla rivoluzione in quanto questa sovverte l’ordine e l’armonia voluti da Dio.
Vorrei qui far notare – come premessa e quasi come chiave di lettura di queste mie considerazioni – che il sovvertimento dell’ordine, in quanto elemento costante della rivoluzione, è sempre contro Dio, a prescindere dal contesto particolare nel quale esso si esercita, e che come tale è azione principalmente satanica: il primo rivoluzionario è stato Lucifero, che per orgoglio ha osato ergersi al di sopra di Dio, rifiutando l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità per la Redenzione dell’uomo decaduto col peccato originale. E in ciò tentando di sovvertire l’ordine divino.

 

Il soggetto della rivoluzione
Il soggetto attivo della rivoluzione si fa carico di promuovere il sovvertimento, con lo scopo dichiarato di beneficare il popolo, ma con l’intento reale di perseguire scopi inconfessabili. Poiché la segretezza dei fini reali è essenziale al loro conseguimento, altrimenti i cosiddetti beneficiari ultimi si renderebbero conto dell’inganno e si accorgerebbero di essere in realtà strumenti e vittime delle macchinazioni di una minoranza. Questo comporterebbe ovviamente – come talvolta è anche avvenuto – il rifiuto della rivoluzione da parte del popolo, con la conseguente repressione violenta del dissenso.
I massacri ad opera dei Calvinisti, i martiri d’Inghilterra e d’Irlanda, i moti di Vandea, le Insorgenze in Italia, i Sanfedisti, i civili sterminati – fino all’impalamento – dall’esercito sabaudo sono episodi che dimostrano l’odio teologico della rivoluzione per i suoi avversarj, secondo l’adagio di Antoine de Saint-Juste, «Pas de liberté pour les ennemies de la liberté».
La rivoluzione si avvale dell’ausilio di soggetti intermedi i quali, a prescindere dalla reale condivisione delle sue istanze dichiarate o reali, traggono un beneficio economico o sociale dall’appoggio ideologico o organizzativo che le forniscono.
L’espropriazione delle proprietà della Chiesa in occasione della pseudoriforma protestante, dello scisma anglicano, della Rivoluzione francese, del Risorgimento e della Rivoluzione russa hanno trovato come complici tutti coloro che le hanno acquistate all’asta e che non avevano alcun interesse a che venisse ripristinato l’ordine precedente. Lo stesso è accaduto con il Concilio, che ha consentito la svendita quasi sempre clandestina di vasi sacri, paramenti, reliquiari, quadri, balaustre, altari, mobili e arredi, corali e libri liturgici, fino alla dismissione ufficiale di chiese e monasteri cui assistiamo oggi ad opera degli stessi ecclesiastici.
Tra costoro vanno annoverati anche quanti, dall’interno dell’istituzione che si intende demolire, possono rappresentare un elemento destabilizzante, una quinta colonna che coopera con la rivoluzione o che quantomeno non ne denuncia le trame né la combatte. Non di rado questi stessi personaggi viziosi o incompetenti, scelti e nominati proprio in virtù delle loro debolezze, vengono manovrati col ricatto, costringendoli a rendersi complici della rivoluzione.
Nella fase preparatoria che precede la rivoluzione il ruolo di utili idioti è svolto anche da coloro che, per immoralità o per imperizia, si mostrano indegni o inadeguati agli incarichi ricoperti, fornendo il pretesto per lo scandalo e prestando il destro alla legittimazione di accuse spesso ingigantite.
La corruzione del Clero all’epoca della rivolta luterana, o gli ozi dispendiosi dei nobili di Francia che passavano mesi a Versailles furono un ottimo pretesto per seminare il malcontento; lo stesso dicasi per la negligenza nell’applicazione delle riforme dello Zar in Russia prima della Rivoluzione bolscevica.
La stampa, i feuillettons, la satira, i romanzi, le leggende nere, i libretti d’opera ed oggi i film, i programmi di intrattenimento e di dibattito, la manipolazione dei social networks sono strumento indispensabile per la creazione di un humus favorevole alla creazione del consenso.
Il Protestantesimo, l’Anglicanesimo, la Rivoluzione francese, il Risorgimento e la Rivoluzione russa forniscono vastissimo materiale a tal proposito: vignette satiriche contro la Curia Romana, romanzi scandalosi che vedono coinvolti sovrani, nobili o ecclesiastici, leggende nere sull’Inquisizione e la papessa Giovanna, falsi storici su Pio IX – il caso Mortara tra i tanti – ma anche certe commedie di Goldoni, opere teatrali di Verdi e Puccini, versioni cinematografiche di romanzi di Dan Brown, scandali alimentati dalla stampa, notizie manipolate su Facebook e Twitter. E la restituzione da parte di Paolo VI delle bandiere turche conquistate a Lepanto , i mea culpa per i presunti crimini dell’Inquisizione e delle Crociate da parte di Giovanni Paolo II, la riabilitazione di Giuda e la celebrazione di Lutero ad opera di Bergoglio si inseriscono nello stesso filone.
Un’attenta analisi storica conferma che qualsiasi rivoluzione è necessariamente settaria, e che i rivoluzionari hanno la convinzione di essere detentori di una gnosi non comunicabile alle masse, conservando per i propri adepti il segreto esoterico, mentre adottano un linguaggio essoterico facilmente comprensibile al volgo, basato su formule di immediata suggestione e su una demonizzazione sistematica dell’avversario. Sono quelli che Roberto Pecchioli ha evidenziato come dog whistle politics, e che troviamo applicati in politica con l’uso insistente di termini quali civiltà, progresso, democrazia, libertà, diritti, dignità della persona e in ambito ecclesiastico con solidarietà, accoglienza, condivisione, dialogo ecc.

 

I mezzi per il conseguimento della rivoluzione
Per ottenere l’appoggio delle masse è necessario prospettare loro un immediato vantaggio materiale, un paradiso in terra che realizzi le promesse messianiche della rivoluzione. Così la Rivoluzione Francese, per ottenere l’appoggio del volgo, promise un’uguaglianza che avrebbe dovuto tradursi in un idillio di solidarietà e fraternità senza poveri e senza discriminazioni di censo e di casta. Lo stesso fece il Risorgimento, promettendo un domani di equità fiscale, una volta raggiunta l’unità d’Italia. La Rivoluzione Bolscevica promise la distribuzione delle terre ai contadini. La Rivoluzione conciliare – sulla falsariga di quella Luterana – promise la fine del monopolio clericale, la democratizzazione della Chiesa, un ritorno alle origini, vagheggiando un fantomatico Cristianesimo primitivo senza condanne e senza orpelli medievali.
La Storia ha dimostrato la fallacia delle speranze dell’Arcadia rivoluzionaria, i cui miraggi di prossima realizzazione altro non furono se non pretesti per veicolare un radicale sovvertimento dell’ordine costituito, tanto nella società quanto nella Chiesa. E tutte le promesse sbandierate per sobillare le masse sono state sconfessate miseramente dall’esito di quei sovvertimenti: la distinzione tra ceti è stata sostituita da una classificazione di censo; la promessa riduzione delle imposte ne ha create a dismisura e per tutti; la piccola proprietà privata è stata assorbita nei latifondi e dalle multinazionali; la primavera conciliare si è rivelata un gelido inverno.
Il sovvertimento dell’ordine implica, come detto, la demonizzazione dell’avversario e la cancellazione del passato. Demonizzazione e cancellazione sono due elementi complementari, sicché talvolta non occorre condannare esplicitamente l’autorità contro la quale la rivoluzione si muove, ma basta falsificarne l’opera, negarne i meriti, tacerne la grandezza, screditarne le istituzioni o deriderne le tradizioni. Ed è indicativo notare come il rivoluzionario applichi – ancorché in maniera distorta – il monito evangelico Ex fructibus eorum cognoscetis eos (Mt VII, 20), per cui mostrando le presunte colpe del nemico egli confidi di suscitare lo sdegno delle masse nei suoi confronti, legittimando la ribellione.
La rivoluzione, in tutte le sue declinazioni nel corso della Storia, presenta alcuni elementi ricorrenti che le sono propri:
      • la cancellazione della storia, la sua negazione o falsificazione
      • la promulgazione di un nuovo sistema giuridico, con una nuova costituzione, nuove leggi e nuovi regolamenti
      • la sostituzione dell’autorità, della classe politica e dirigente
      • la diffusione di un nuovo linguaggio
      • l’istituzione di un nuovo calendario
      • la creazione di un nuovo culto con una propria liturgia, propri riti e simboli, propri ministri
      • la nuova toponomastica che sostituisca i nomi dei personaggi illustri del sistema precedente
      • una nuova architettura, paesaggistica, urbanistica
      • nuove forme d’arte, quali pittura, scultura, musica
      • nuove forme di intrattenimento e spettacoli
      • una nuova istruzione, con relativo indottrinamento
Se analizziamo tutte le rivoluzioni, scopriamo che questi elementi si ripetono quasi pedissequamente, consentendoci di considerarli essenziali non tanto ad ognuna di esse, ma al concetto stesso di rivoluzione. Per converso, dove vediamo ricorrere questi elementi, possiamo dedurre che vi sia anche una rivoluzione, ancorché non dichiarata.
La cancellazione della Storia o la sua falsificazione sono facilmente riscontrabili in tutte le rivoluzioni: quella Luterana mentì sulle presunte colpe del Papato e favoleggiò un Cristianesimo pre-cattolico cui ci si sarebbe dovuti conformare per recuperare la purezza del messaggio cristiano. La Rivoluzione Francese fu preparata in anticipo corrompendo la nobiltà ed il Clero, diffondendo il vizio nelle classi elevate e la sedizione in quelle inferiori, per poi far leva sulle ingiustizie che essa aveva creato artificialmente in modo da ottenere la ribellione del popolo – abilmente pilotata dall’élite massonica composta in buona parte da esponenti dell’aristocrazia sedotti dalle novità – e legittimare l’abolizione della Monarchia di diritto divino, la presunta uguaglianza del cittadino, la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, la persecuzione della Chiesa come nemica del progresso e complice dell’ancien régime. Il Risorgimento fu il proseguimento della Rivoluzione Francese e realizzò l’unità d’Italia sulle rovine delle Monarchie e degli Stati preunitarj con la connivenza di Casa Savoia e la collaborazione della Massoneria. La Rivoluzione bolscevica non fu da meno, e dopo aver ostacolato le riforme e la distribuzione delle terre da parte dello Zar, impose al popolo il socialismo e l’ateismo di Stato, e con essi la miseria, la carestia e lo sterminio. La Rivoluzione conciliare, preparata dal Modernismo, seppe creare una vulgata storica e dottrinale che presentava la Chiesa di Roma come il risultato di una serie indecorosa di falsificazioni e superfetazioni, accresciutesi specialmente con la Riforma tridentina, e sulla base di questa controstoria falsa e tendenziosa si presentò come momento di riforma e ritorno alle origini, soprattutto per opera dei novatori olandesi, tedeschi e francesi. La menzogna non riguardò solo la Storia della Chiesa, col far proprie le accuse e le falsità sulle Crociate e l’Inquisizione, ma anche la Liturgia, il cui organico sviluppo nel corso dei secoli venne cancellato da Paolo VI con la promulgazione di un nuovo rito – un Novus Ordo – privato di tutto ciò che in esso era espressione della Fede cattolica e suonava a condanna degli errori e delle eresie che ad essa si contrappongono. La cosiddetta riforma liturgica conciliare fu il più imponente strumento per la delegittimazione della Tradizione, in nome di una semplificazione artefatta che mirava a tacere il più possibile la Verità per lasciar libera diffusione all’errore. Ed è significativo che tutti gli elementi salienti della nuova liturgia siano stati in precedenza adottati dagli eretici luterani ed anglicani. Il che non depone a favore di una loro legittimità, ma a riprova dell’uso doloso dei medesimi strumenti.
Quanto al nuovo sistema giuridico, esso fu adottato dai Luterani con la costituzione di una setta separata da Roma dotata di prorie leggi e regolamenti; fu adottato dalla Rivoluzione Francese, con la Costituzione repubblicana, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il Codice Civile; fu adottato dalla Rivoluzione bolscevica e dal Risorgimento, spesso ricorrendo anche a forzature e a veri e propri inganni ai danni del popolo. E fu adottato dalla neo-chiesa con il Concilio Vaticano II, primo concilio della nuova religione, con la promulgazione del Nuovo Codice di Diritto Canonico e con una serie infinita di leggi e regolamenti che istituirono nuovi organismi ed abolirono i precedenti. Anche molti documenti papali, aventi forza normativa, vennero a sostituirsi alla continuità ed armonicità del Magistero cattolico, spesso trovandosi in conflitto con esso, ad esempio in tema di laicità dello Stato, ecumenismo, natura del Matrimonio.
La rivoluzione opera una sostituzione dell’autorità ed un cambiamento totale della classe politica e dirigente: il Protestantesimo e lo scisma anglicano rimuovono l’autorità papale, sostituita da congregazioni di anziani. La Monarchia di Francia è soppiantata dal Direttorio, e poco dopo Napoleone è salutato come restauratore dell’ordine, anche in Italia. Il Risorgimento abbatte i Re e i Principi italiani, invade lo Stato della Chiesa ed impone la Monarchia sabauda, salvo disfarsene cent’anni dopo. La Rivoluzione bolscevica massacra lo Zar, la famiglia imperiale, nobili e contadini, per imporre la dittatura del partito. Il Concilio delegittima la Tradizione, Paolo VI impone ai Cardinali anziani di votare in Conclave e nomina Vescovi e Prelati progressisti, costringendo alle dimissioni i Presuli conservatori. Bergoglio, in quest’opera di epurazione, non fu da meno di Montini.
Per veicolare la rivoluzione è necessario un nuovo linguaggio, che soppianti radicalmente quello precedente o ne stravolga il senso. Parole nuove, quindi, o parole con un nuovo significato: libertà come antitesi dell’ordine; democrazia contro la tirannide; uguaglianza in opposizione alle differenze di censo e di ceto; progresso sociale come contraltare di conservazione. E tutta una terminologia che volge in chiave negativa termini precedentemente considerati positivi: nazionalismo è inteso come sinonimo di nazismo e fascismoPatria diventa Paesesuddito acquista una connotazione negativa, e così pure superiore,autoritàdisciplinaonore, tradizione. Altre parole perdono il loro significato, come famiglia, per consentire l’accettazione di entità quali le unioni di fatto o il matrimonio omosessuale. In questa riformulazione semantica non manca ovviamente il termine rivoluzione. In ambito sociale aborto diventa interruzione volontaria di gravidanza, ma al tempo stesso la pena di morte è additata come barbarie. L’uccisione degli anziani e dei malati è chiamata eutanasia prima e trattamento di fine vita poi. E in ambito religioso, eretico diventa fratello separato, i deicidi sono i fratelli maggiori, nell’idolatria si scoprono i semina verbi, ma non si esita a chiamare scismatici quelli che non hanno accettato la rivoluzione; i concubinarj sono coppie irregolari, i sodomiti sono gay; la Messa diventa eucaristia, la Confessione diventa riconciliazione, Nostro Signore Gesù Cristo diventa Gesù il Cristo, la Beata Vergine è semplicemente Maria e i Santi sono chiamati per nome: Agostino, Tommaso, Giovanni. Il Breviario è liturgia delle ore, la statua del Patrono è simulacro (per indebolirne la venerazione). La Sacra Scrittura diventa parola, i Novissimi rientrano nell’escatologia e via dicendo. 
Siccome la vita delle persone è scandita da ricorrenze e celebrazioni, la rivoluzione interviene anche in questo settore con l’istituzione di un nuovo calendario: quello Luterano cancella le feste mariane, il Corpus Domini, le ottave e si inventa la celebrazione delle Tesi di Wittemberg. Cromwell cancellò addirittura tutte le feste, incluso il Natale. La Rivoluzione Francese abolì il calendario cristiano, sostituendolo con quello rivoluzionario, in cui nemmeno i mesi avevano mantenuto il loro nome. Non fu da meno il Concilio, che dove non abolì, trasferì e declassò molte feste, cancellò quasi tutte le Ottave, cambiò la Purificazione della Beata Vergine in Presentazione al Tempio di Gesù, confinò la festa di Cristo Re dall’ultima domenica di Ottobre all’ultima domenica dell’anno liturgico. San Benedetto, che salutava l’arrivo della primavera, finì a Luglio, e San Giorgio Martire fu cassato.
A questo processo si affianca coerentemente la creazione di un nuovo culto con una propria liturgia, propri riti e simboli, propri ministri: si tratta di una vera e propria usurpazione del linguaggio religioso da parte della rivoluzione, per sacralizzarla: la dea Ragione adorata a Notre Dame, l’Albero della Libertà sostituito alle Croci nelle piazze, i cosiddetti martiri del Risorgimento, il culto della personalità a Mosca, quello della razza in Germania, quello della resistenza in Italia. E a Roma il concilio, coi suoi nuovi santi, la sua liturgia vernacolare, i preti in borghese, il papa buono.
A completamento del quadro si ricorre alla toponomastica che sostituisce i nomi dei Santi e dei personaggi illustri del regime precedente con quelli del nuovo corso: Voltaire, La Fayette, Robespierre, ma anche Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele, e poi Marx e Stalin, per finire con Montini, don Mazzolari e Aldo Moro, contesi tra il progressismo modernista e il Sessantotto. L’architettura si adegua, diventanto espressione rivoluzionaria con i suoi condominj al posto delle case unifamiliari, con i centri commerciali al posto delle botteghe, le orride chiese moderne al posto delle cattedrali. Anche l’arte non fa eccezione, imponendo nuovi modelli estetici ed abbandonando il bello in nome della provocazione.
 

 

La violenza rivoluzionaria
La componente violenta è quasi coessenziale, consustanziale alla rivoluzione. Questa violenza l’abbiamo vista imporsi, al di là delle belle parole e delle censure degli storici di parte, in tutte le rivoluzioni. Fu violenta la rivoluzione protestante, e lo scisma anglicano cercò di affogare nel sangue l’opposizione dei tanti Martiri che ad essa si opposero. Fu violenta e crudele la Rivoluzione Francese, il cui Terrore segnò l’apice della furia satanica contro il Clero refrattario, i cattolici di Vandea, ma anche contro i suoi stessi sostenitori. Furono violenti e spietati il Risorgimento italiano, la Rivoluzione russa, la vicenda dei Cristeros in Messico e la guerra civile di Spagna. Violente furono la Rivoluzione culturale in Cina, la rivoluzione khmer di Pol Pot in Cambogia e la rivoluzione di Cuba. E del sangue dei magistrati, dei politici e dei docenti universitarj si abbeverò il terrorismo delle Brigate Rosse, figlie del Comunismo italiano.
Altre rivoluzioni, ad esempio quella industriale imposta nell’Ottocento, non hanno avuto bisogno di sterminare i propri oppositori uccidendoli; ma sarebbe miope pensare che l’imposizione di un nuovo modo di vivere alle masse contadine, facendole confluire nei grandi centri urbani per sfruttarle senza tutele giuridiche in nome del bieco interesse economico, non costituisca una forma indiretta di violenza sul corpo sociale. La rivoluzione sessuale mutò radicalmente i costumi della società moderna, portando ad una destabilizzazione della famiglia, dei rapporti tra coniugi, dell’educazione dei figli: è violenza anche questa. E l’immigrazione cui assistiamo oggi è una forma di rivoluzione, poiché essa è imposta da un’élite finanziaria e politica con i metodi che le sono proprj. L’aumento della criminalità, la conflittualità tra cittadini ed irregolari, gli attentati che minano la convivenza tra etnie diverse ed inconciliabili, l’aumento dei controlli sulla vita dei singoli imposti con il pretesto della sicurezza e della prevenzione del terrorismo sono una diversa declinazione della violenza rivoluzionaria, e le vittime si contano ugualmente.
A voler essere obiettivi, la stessa rivoluzione conciliare è stata condotta con metodi rivoluzionari spietati, con vere e proprie epurazioni, condanne canoniche, scomuniche, allontanamenti di chi ad essa si opponeva e si oppone ancor oggi. Una violenza psicologica che, per il soggetto che la esercita, risulta parimenti crudele e sanguinaria. Mutuando un’espressione propria al mondo del lavoro, si potrebbe dire che la rivoluzione condotta dalla setta conciliare sia responsabile di molte morti bianche, dal momento che essa ha creato i presupposti perché tanti Prelati, sacerdoti e religiosi – e probabilmente anche molti laici – sentendosi esclusi ed emarginati, si lasciassero morire.
Ma vi è una violenza che uccide il corpo, ed una violenza che uccide lo spirito (Mt X, 28). La rivoluzione conciliare ha causato nell’ordine morale e spirituale danni incalcolabili per la salvezza eterna di tante anime, così come nell’ordine temporale altre rivoluzioni hanno ucciso e ferito il corpo delle loro vittime. E se il Cristeros martirizzato dall’empio messicano si è salvato ed anzi ha meritato la palma della vittoria, il povero prete cacciato dalla parrocchia solo perché continua a fare quel che ai tempi di Pio XII era normale ed anzi doveroso e che muore in un ospizio nel disinteresse del suo Vescovo, o il fedele che per lo scandalo di quel che sente dire dal pulpito muore di crepacuore nella solitudine del suo monolocale sono vittime e martiri anonimi. Senza parlare dello sterminio delle vocazioni ecclesiastiche e religiose, tanto in termini di abbandono dello stato clericale, quanto in quello di rinucia ad intraprenderlo.
Ogni rivoluzione ha conosciuto una preparazione ed uno sviluppo, in un crescendo di violenza che, se si fosse avuto sin dall’inizio, avrebbe certamente condotto ad un tempestivo intervento dell’autorità e ad una sollevazione popolare.
Non stupisce quindi che, per il perseguimento dei proprj scopi, la rivoluzione della neo-chiesa abbia surrettiziamente adottato una strategia che scongiurasse l’eventualità d’esser sconfitta sul nascere, prima creando i presupposti ideologici insinuandoli nel Concilio, poi traendo da essi le necessarie e logiche conseguenze, massime sotto questo infaustissimo pontificato. Ma a ben vedere anche le perorazioni di ermeneutica delle continuità rientrano ahinoi nel quadro di questo tentativo di normalizzazione, volto a tranquillizzare le coscienze e a tacitare le voci del dissenso. E se le rivoluzioni civili hanno almeno avuto l’arroganza di svelarsi nella loro componente eversiva senza infingimenti, la rivoluzione conciliare ha saputo e voluto deliberatamente mascherarsi, facendo assumere ai lupi le parvenze innocue di agnelli (Mt VII, 15). Anzi, rivestendo addirittura i suoi mercenari dei panni dei veri pastori (Gv X, 11-13).

Solo oggi vediamo dispiegarsi compiutamente il disegno anticristico che apparenta la neo-chiesa al sinedrio, nei giorni della Passione del Salvatore.

 

 

Fonte

 

 

 

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