La storia del «G. K.’s Weekly» di Chesterton raccontata da padre Brocard Sewell

di Luca Fumagalli

Brocard Sewell (2)

Sei mesi immerso negli archivi di Top Meadow, Beaconsfield, a casa Chesterton, ospite del reverendo Henry Reed e della Converts’ Aid Society. Un memorandum preparato da Rex Mawby sulla Distributist League, un pacco di lettere dell’americano Gregory Macdonald, ex membro della redazione del «G. K.’s Weekly», e qualche colloquio con Bryan Keating.

Queste, in sostanza, le fonti utilizzate da padre Brocard Sewell (1912-2000) per imbastire uno smilzo volumetto, G.K.’s Weekly. An Appraisal, pubblicato nel 1990 dalla Aylesford Press. Dedicato al celeberrimo periodico diretto da G. K. Chesterton, organo ufficiale della Distributist League, il libro di Sewell traccia la storia di una delle imprese editoriali inglesi più curiose e interessanti della prima metà del XX secolo. Lo fa con uno stile piano e gradevole, confezionando un prodotto volutamente orientato al vasto pubblico, stampato anche in De Luxe Edition (100 copie firmate e autografate dall’autore, con una pagina facsimile del «G. K.’s Weekly»). Tra l’altro G.K.’s Weekly: An Appraisal è ancora oggi l’unica monografia sul tema, a parziale eccezione solo di G.K.’s Weekly: a Sempler (Loyola University Press, 1986), una raccolta di una trentina di numeri del periodico corredata da un’interessante introduzione di Lyle W. Dorsett.

Brocard Sewell (al secolo Michael), prima di convertirsi al cattolicesimo e di seguire quella vocazione religiosa che, dopo varie trafile, lo avrebbe condotto tra i carmelitani, aveva lavorato per circa un anno alla redazione del «G. K.’s Weekly». Svolgeva principalmente la mansione di tuttofare, contribuendo di tanto in tanto con qualche recensione o articoletto di complemento. Sewell era pure un frequentatore regolare degli incontri settimanali che la Distributist League teneva al “The Devereux”, un pub poco fuori Fleet Street. La sua militanza era iniziata nel 1928, quando, appena sedicenne, aveva organizzato al Weymouth College un incontro con George Heseltine, primo segretario generale della Lega (e suo padrino di battesimo). Arrivò addirittura a ricoprire il ruolo di segretario della sezione del Mid-Sussex. Più avanti il giovane Michael si trovò a lavorare presso la St. Dominic Press di Hilary Pepler, ma continuò comunque a presenziare, seppur sporadicamente, agli incontri al “The Devereux”. Ricordi di quei giorni lontani sono contenuti nei lavori autobiografici My Dear Time’s Waste (Saint Albert’s Press, 1966), The Habit of a Lifetime (Tabb House, 1992) e nel testo miscellaneo, a cura di John Sullivan, G. K. Chesterton: a Centenary Appraisal (Barnes & Noble, 1974). Nel 1990, all’uscita di G.K.’s Weekly: An Appraisal, Sewell era l’unico superstite dello staff del «G. K.’s Weekly».

Gli studiosi hanno mostrato da sempre un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’impresa giornalistica di Chesterton. Molti critici, infatti, hanno messo in discussione il valore del «G. K.’s Weekly», giudicandolo uno spreco di tempo e denaro o, peggio ancora, una distrazione che allontanò lo scrittore inglese dai suoi libri, di gran lunga più interessanti. Gregory Macdonald, e altri con lui, hanno ampiamente smentito tale assunto; del resto lo stesso Chesterton era orgoglioso di essere un giornalista e volentieri si accodò a quella schiera di intellettuali britannici – Defoe, Johnson, Cobbett, William Morris … – che pubblicarono un periodico per promuovere le proprie idee (questa volontà è testimoniata da numerose lettere di Gilbert, comprese quelle scritte a Hilaire Belloc e Maurice Baring).

Un altro falso mito da sfatare, condiviso da Maisie Ward e da diversi biografi chestertoniani successivi, è che Chesterton non abbia mai voluto dare il via a un giornale, ma l’abbia fatto esclusivamente per onorare la memoria del fratello Cecil, morto al fronte nel 1918. Quest’ultimo era stato infatti il combattivo direttore del «The New Witness», successore del «The Eye-Witness» di Belloc. Anche Frances e Dorothy Collins, rispettivamente moglie e segretaria di Chesterton, nutrivano seri dubbi sulla bontà del progetto. Pur contribuendo al «G. K.’s Weekly», entrambe erano preoccupate per lo stress e la tensione che esso causava all’amato Gilbert, costantemente assillato da malumori redazionali e da problemi economici.

Il senso di dovere nei confronti del fratello fu certamente una componente importante che condizionò la scelta di Chesterton, ma non fu l’unica. Avere uno spazio autogestito poteva fornire a quello che si definiva iperbolicamente «il peggiore direttore del mondo» – e di sicuro Gilbert mancava, in questo ruolo, delle qualità di Cecil – una libertà di cui mai avrebbe potuto godere sulle colonne degli altri giornali per cui scriveva.

Fu così che nel 1924 venne fondata la G.K.’s Weekly Limited con un capitale di 20.000 sterline. Tra i membri della società, oltre a Chesterton, figuravano Maurice Baring (defilatosi quasi subito), Lord Howard de Walden, Alderman Cedric Chivers e Maurice Bennington Reckitt. Nel 1929, a seguito della morte di Chivers, l’eccentrico editore Cecil Palmer occupò il posto vacante.

Nel novembre del 1924 venne stampato un numero di prova del «G. K.’s Weekly», e in un articolo, significativamente intitolato Apologia, Chesterton allineò il periodico alle posizioni distrbutiste. Bernard Shaw aveva suggerito di chiamare il foglio «Chesterton’s», ma Gilbert non avrebbe mai tollerato una simile manifestazione d’egocentrismo.

A causa della difficoltà a racimolare i fondi necessari, il primo numero ufficiale vide la luce solamente diversi mesi dopo, il 21 marzo 1925. Fu un peccato ritardarne così tanto l’uscita: l’edizione di prova aveva infatti suscitato grande entusiasmo; si persero così potenziali scrittori e abbonati. Dal punto di vista finanziario, poi, la partenza fu davvero pessima. Il «G. K.’s Weekly» non poté essere pubblicizzato adeguatamente e tale situazione – tamponata solo parzialmente da donazioni, lasciti e dal contributo volontario dei redattori – non migliorò nemmeno in seguito.

Nell’agosto del 1926 si raggiunse un punto di crisi. Si pensò quindi di organizzare una qualche sorta di associazione per promuovere sia il periodico che, più in generale, il distributismo. Su iniziativa del capitano Harry Stuart Devereux Went, un conservatore anglo-cattolico, nacque la Distributist League (ad aiutarlo l’amico Bill Titterton). Il nuovo progetto venne presentato in occasione di due conferenze, a settembre e ottobre. Da quel momento in avanti il «G. K.’s Weekly» divenne l’organo ufficiale della Lega e George Heseltine prese il posto di membro nell’omonima compagnia.

Negli anni seguenti sorsero nuove difficoltà che mai permisero al periodico di decollare oltre le poche migliaia di copie vendute.

Rispetto a Cecil, direttore full-time, presente in redazione sette giorni su sette, che si occupava di ogni singolo aspetto del giornale, dai contenuti agli elementi tipografici, Gilbert era più aleatorio, anche perché non risiedeva a Londra ma a Beaconsfield, distante venti miglia dalla capitale. Le incombenze quotidiane erano di conseguenza gestite da un assistente direttore. Inizialmente l’incarico fu ricoperto da Ada Elizabeth Jones, vedova di Cecil Chesterton e giornalista di grande esperienza. A partire dal quinto o sesto numero venne sostituita da William Reginald Titterton che garantì al «G. K.’s Weekly» forse il suo periodo migliore. A seguito di alcune incomprensioni, Titterton – penna pungente, incline alla polemica – abbandonò la vice-direzione nel 1927 venendo rimpiazzato, anche se non subito, da un comitato redazionale semi-ufficiale. Esso era composto, tra gli altri, da Alan Bland, C. E. Baines, A. M. Currie, Desmond Gleeson, George Heseltine, Van Norman Lucas (facente funzione di Business Manager, già critico musicale del «G. K.’s Weekly») e dai fratelli Edward e Gregory Macdonald (il primo si occupava di tenere i contatti tra la redazione e Beaconsfield, mentre il secondo scrisse quasi tutti gli editoriali non firmati). Pare – ma la questione è ancora dibattuta – che a quel punto Frances Chesterton e Dorothy Collins tentarono senza successo di convincere Gilbert ad abbandonare una nave che era destinata, almeno secondo loro, ad affondare.

Il comitato redazionale ebbe tuttavia vita relativamente breve, estinguendosi dopo quattro anni: quando Arthur Currie propose di fondare un vero e proprio partito politico di stampo distributista, si scontò con Edward Macdonald, contrario all’ipotesi. Quest’ultimo prese in carico la gestione del periodico, aiutato dal fratello, inaugurando la terza e la più longeva fase del «G. K.’s Weekly»: l’era Macdonald.

Nel 1936, alla morte di Chesterton, la testata cambiò proprietà e direttore. Mutò anche il nome che diventò «The Weekly Review». Da quel momento in avanti di essa si occuparono Reginald Jebb – genero dei Belloc – e Hilary Pepler. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Il «G. K.’s Weekly» aveva dalla sua diversi punti di forza, a partire dai collaboratori – occasionali e non –, letterati e studiosi di grande caratura intellettuale. Tra i più noti: Ezra Pound, Eric Blair (alias George Orwell), Walter de la Mare, padre Vincent McNabb, K. L. Kenrick, Eric Gill, Hilaire Belloc, J. C. Squire, A. J. Penty, Conal O’Riordan, John Heron Lepper, Louis Golding, Emile Cammaerts, Mrs Henry Dudeney, Featherstone Hammond, R. McNair Wilson, Bernard Gilbert, il reverendo H. E. G. Rope, Freda Derrick e W. H. Ogston.

Fino alla fine del 1935 Mrs Cecil Chesterton, celata sotto lo pseudonimo di J. K. Prothero, tenne una rubrica dedicata al teatro, mentre quella politica, “The Scrapbook”, per quanto vivace, contò pochi contributi davvero interessanti. “The Cockpit”, la pagina della corrispondenza, era invece un luogo di scoppiettante dibattito, anche se col tempo degenerò in un’arena dove si affrontarono più che altro le posizioni interne al distributismo (e molti lettori si lamentarono per questo).

Inoltre del «G. K.’s Weekly» divennero presto famose le vignette umoristiche disegnate da Will Owen, “Esquire”, Powys Evans, Thomas Derrick, Denis Tegetmeier e dall’australiano Will Dyson.

Tra politica, economia e cultura, tra polemiche pubbliche e stilettate sagaci, c’era spazio anche per la voce del direttore, quella più ascoltata e discussa dai lettori. Chesterton dava il suo contributo, ogni settimana, con un articolo a tutta pagina della serie “Straws in the Wind”. Per un lungo periodo scrisse in aggiunta anche due pezzi non firmati, di metà pagina ciascuno, intitolati “Top” “And Tail”. A volte stendeva articoli anonimi d’attualità per la rubrica “Notes of the Week” oppure recensioni librarie.

L’ultimo numero del «G. K.’s Weekly» che uscì sotto la sua direzione fu quello del 18 giugno 1936 (Chesterton era morto qualche giorno prima, il 14 giugno). Vi comparvero messaggi di tributo da parte del cardinale Hinsley, arcivescovo di Westminster, di Robert Lynd ed E. C. Bentley. All’interno, numerosi articoli a lui dedicati da parte di amici ed estimatori, ne elogiavano lo spirito arguto, la vis polemica e le indubbie qualità giornalistiche.

Nonostante fosse un periodico piccolo, portato avanti con un capitale esiguo, il «G. K.’s Weekly» ebbe comunque una sua nicchia d’influenza. Da quella minuscola redazione di Little Essex Street – una stanza di medie dimensioni in un edificio del XVIII secolo, arredata con pochi mobili – si tentò di condurre un romantico quanto folle attacco al cuore del corrotto sistema politico ed economico britannico. Solo un novello Don Chisciotte come G. K. Chesterton poteva guidare un’armata Brancaleone destinata inesorabilmente alla sconfitta.

Eppure se ancora oggi il nome della testata da lui diretta non è dimenticato, è perché il «G. K.’s Weekly», al netto dei limiti, ha segnato a suo modo un’epoca, quella della speranza che un nuovo Davide potesse sorgere per sconfiggere una volta per tutte il Golia della modernità.

FONTE

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.