Lettera a un sacerdote del Summorum Pontificum

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L’impietosa e commovente penna di Baronio colpisce ancora, dritto nel segno. [RS]

 

 

di Cesare Baronio

 

 

E adesso tocca a te. A te che, fino a qualche anno fa, pensavi di aver scoperto un sistema per fregarli, quelli del Vaticano. A te che, vestito della tua bella talare di Gammarelli come un monsignorino anni Cinquanta, credevi di esserti messo al riparo dal pericolo di esser trasferito in una parrocchietta tra i monti.
Avevi trovato il tuo piccolo nido, un’oasi in cui avere piena cittadinanza nella Chiesa pur continuando a celebrare la Messa di sempre, quella Messa che per la sua stessa esistenza costituisce un rifiuto del Concilio. E quell’oasi dorata era eretta giuridicamente dalla Santa Sede, con i timbri ed i sigilli della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, che ti riconosceva il diritto di esser un sacerdote cattolico, nientemeno.
Una piccola Ecône approvata da Roma: che bello. Con la libertà di celebrare la liturgia antica, di predicare e di far catechismo. La tua chiesa in ordine, la sacristia con l’Ordo in bella vista, il tuo bell’altare col paliotto e le cartegloria, le balaustre con la tovaglia inamidata. Anzi, meglio di Ecône: perché lì, tra le montagne svizzere, i seminaristi non usano la fascia con le frange, la talare coi bottoni, la berretta, la cotta col pizzo. Un po’ giansenisti, se vogliamo; un po’ Francia anni Quaranta, con quell’allergia alla romanitas che si mostra nelle piccole cose a cui tu tieni tanto.
Così ce l’hai fatta. Sei stato ordinato e ti hanno affidato una rettoria in città. Il Vescovo, a quell’epoca, aveva storto il naso, ma siccome l’ordine veniva da un dicastero romano, per non creare problemi col Vaticano aveva accettato di accoglierti in diocesi, trovando anche il modo di togliersi dai piedi quegli scomodi fedeli che gli chiedevano di applicare il Motu Proprio Summorum Pontificum. Due piccioni con una fava: contenti quelli di Roma e contenti i tradizionalisti locali.
All’epoca sedeva sul Soglio di Pietro niente di meno che Benedetto XVI, grazie al quale la Messa tridentina era stata liberalizzata. Il Papa posato ed elegante con i calzari rossi, la mozzetta d’ermellino, le mitrie di Pio IX, il fanone, il trono ricciolento, i bei paramenti. Il Papa che aveva come Maestro delle Cerimonie il pio Guido, contraltare dell’omonimo Piero di infausta memoria che quand’eri seminarista spadroneggiava alle funzioni papali e costringeva Giovanni Paolo II a mettersi delle casule multicolori di lurex. E tu, impaziente di emulare i fasti romani, scalpitavi per poter dare il tuo contributo alla causa della restaurazione a colpi di merletto rinascimento e terribili concioni contro la piaga del Modernismo. Già ti immaginavi svettante sul pulpito, con berretta e stola, il dito levato in emblematica posa ammonitrice, piccolo Duodecimo, terrore dei novatori, flagellatore della nouvelle théologie.
Non dico che i tuoi slanci apostolici si limitassero all’ambito liturgico: so bene che eri animato da uno zelo sincero e che la tua vita spirituale era certamente esemplare. Preghiera, meditazione quotidiana, recita del Breviario, celebrazione della Santa Messa, studio, preparazione della predica, redazione del bollettino e del sito internet, lezioni di catechismo, confessioni, prove coi chierichetti, conferenze agli adulti, Rosario. C’era tutto. E il bello era che quel tutto tu lo potevi impunemente, sfrontatamente fare alla luce del sole, perché avevi ilcelebret della Pontificia Commissione, perché eri regolarmente incardinato in un Istituto di Diritto Pontificio, perché nessuno in tutto l’orbe cattolico poteva permettersi di impedirti di dir Messa in qualsiasi chiesa, da San Pietro alla più remota pieve del Perigord.
Hai anche avuto la gioia di veder incrementare il numero dei tuoi fedeli, potendo metter insieme anche una corale. E con le offerte hai fatto restaurare l’organo, hai messo a nuovo i paramenti, hai fatto dorare i vasi sacri, hai ripristinato l’altare al suo posto. Sì perché il tuo predecessore l’aveva fatto spostare, separandolo dal dossale, in modo da poter celebrare versus populum. Ma Benedetto XVI elogiava la celebrazione ad orientem e così nessuno ti poteva dir nulla se rimettevi le cose in ordine. Anche il cancello del presbiterio, trovato nelle soffitte della chiesa, era stato rimesso dove doveva essere.
E così, dopo le prime Messe solenni, i Vespri cantati, la processione del Patrono coi Carabinieri in alta uniforme e le comunicande accompagnate dalle brave Suore Giuseppine, hai iniziato a prender confidenza col tuo ministero, e hai deciso di toccare alcuni temi scottanti. Tanto per cominciare, ti sei detto, bisognerà far un po’ di chiarezza sul Concilio: tanto anche il Papa parla di ermeneutica della continuità. Ma il pomeriggio di quella domenica, mentre assaporavi il tuo caffè prima di recitare Nona, ti è arrivata una telefonata del Vescovo – che si fa chiamare padre e veste solo in clergyman – il quale tra una cosa e l’altra esprime il suo «rammarico» per aver appreso che alcuni fedeli sono rimasti sconcertati da certe tue frasi un po’ «sopra le righe» a proposito della riforma liturgica. Sua Eccellenza – come ti ostini a chiamarlo provocatoriamente – ti invita a moderare i toni, ad esser meno polemico, anche per rispetto verso i tanti confratelli della diocesi che celebrano da sempre quel rito. Così rassicuri Monsignore che farai attenzione, che non avevi intenzione di offender nessuno, che sei stato frainteso. E intanto, con ancora il telefono in mano, apri il tuo computer e cancelli quei due o tre paragrafi della prossima predica in cui lanciavi i tuoi legittimi strali contro l’uso di dar la Comunione in mano. E quell’altro in cui stigmatizzavi un tuo confratello che, in una parrocchia del centro, cambia le parole della Messa.
Arriva il giorno in cui ti invitano a partecipare al Consiglio Presbiterale. Che bello: ti senti parte della comunità ecclesiale, pensi che non vogliono farti sentire un corpo estraneo, che sei a tutti gli effetti in buoni rapporti con la Gerarchia. E quando, entrando in Vescovado con la greca e il cappello romano, ti trovi davanti una massa di preti in borghese e il Vescovo in grigio che si fa dar del tu da tutti, ti senti un po’ una mosca bianca. Anche perché, nonostante l’affabilità iniziale, ti pare di esser considerato un objet de curiosité, vuoi per il sorrisetto beffardo di alcuni, vuoi per le domande impertinenti di altri. Ti avvicini a Sua Eccellenza e, come prevede il protocollo, genufletti al bacio del sacro Anello, tra l’imbarazzo del Presule e le risatine dei confratelli, che ti fanno il verso andando anche loro a baciare la mano, prendendoti palesemente in giro. Pessima esperienza: per dimostrare la tua buona volontà, decidi di rinunciare al cappello romano in occasione delle visite in Curia.
Si avvicina la Pasqua, e ti arriva per posta l’invito alla Messa Crismale, che stranamente si celebra il Mercoledì Santo. E come fai ad andare ad una funzione nel rito riformato? Tu hai, per privilegio papale, il diritto all’uso esclusivo della forma straordinaria, non puoi concelebrare, non vuoi farlo e la sola idea ti fa venire l’orticaria. Inventarsi un scusa? Darti malato? Decidi di chiamare il tuo Superiore, il quale ti dice che sì, effettivamente sarebbe il caso che tu andassi a quella celebrazione, per dare una dimostrazione della tua appartenenza alla comunità diocesana e della tua fedeltà al Vescovo che, come dice il Concilio… Il Concilio? Ma come? Devi citare il Concilio, che tu aborri? Proprio con loro? Cosa penseranno? E come la mettiamo con la coerenza, con la testimonianza della Tradizione, con i tuoi diritti riconosciuti da Roma eccetera? «Mio caro – ti dice il Superiore – se vogliamo libertà per il nostro ministero, qualche compromesso è necessario: è una mossa strategica». A te questa strategia suona in contraddizione con tutto quel che pensi del Vaticano II, e cerchi di farlo presente al tuo interlocutore, che però ti chiede di «avere pazienza» e di andare alla Messa Crismale.
Il cedimento successivo ti è richiesto per il Corpus Domini, a cui partecipi in cotta e stola solo a partire dalla processione, appena finita la Messa, perché – dici tra te e te – io a quel rito non ci vado. Berretta in una mano, candela nell’altra, ti sorbisci quei canti in vernacolo che non hai mai sopportato: Il tuo popolo in cammino, con la gente seduta al bar che manco si alza al passaggio del Santissimo, e tu lì a sbracciarti intimando quel rispetto che i tuoi confratelli per primi, parlando tra loro, dimostrano di non avere. E poi Sei tu Signore il Pane, ed una bella selezione di corali protestanti da far rizzare i capelli in capo ad un tradizionalista. E quando tutti intonano Adoriamo il Sacramento, tu bellamente rispondi veneremur cernui, come se niente fosse. Altra ramanzina del Vicario Generale, a fine processione.
Decidi di evitare ulteriori screzj con la Curia e pensi che, in fondo, puoi predicare bene anche senza denunciare l’ecumenismo e gli altri errori del Concilio. Ti limiterai ad esporre in modo impeccabile il Vangelo della domenica, come prescritto. Ma quando, alla balaustra, si presenta una suora in piedi, con le mani tese, perdi le staffe. «In ginocchio!», le intimi. E lei rimane in piedi imperterrita. Così passi oltre e non la comunichi. E quando ripassi davanti a lei, ferma come la moglie di Lot con le mani tese, tetragono le neghi la Comunione. Scenata in sacristia. Laici che si sporgono per vedere cosa succede. Tu che mandi a quel paese la suora, dicendole che se vuole farsi dar la Comunione a quel modo può andare altrove. E come al solito, dopo il caffè, arriva un’altra telefonata del Vescovo. E poco prima dei Vespri quella del tuo Superiore, ch’è stato chiamato da Sua Eccellenza per lamentarsi del tuo atteggiamento intollerante e poco caritatevole. Dovrai chieder scusa alla religiosa e, se mai comparisse ad una delle tue Messe, comunicarla come le nuove norme emanate dalla Conferenza Episcopale espressamente prescrivono. «Ma Sua Eccellenza Mons. Schneider dice… Ma il Santo Padre alle Messe…» A nulla valgono le tue rimostranze: devi obbedire. Altro cedimento.
Trovi un po’ di respiro quando riesci ad organizzare un solenne pontificale al faldistorio di un anziano Vescovo in pensione, ed in quella circostanza dai libero sfogo alle tue competenze liturgiche – il Trimeloni alla mano – rispolverando reliquiarj, candelieri d’argento, un Canon Missae prestato dal fabbricere del Duomo assieme alla bugia e ad una cappamagna magiucchiata dalle tarme. Inviti alcuni confratelli per la Messa, i pivialisti per i Vespri, il coro polifonico. Un trionfo annunciato con affissioni – Avviso sacro, si legge in basso – e con il ricorso al passaparola sui blog degli amici della Tradizione. Interviene anche un consigliere comunale dell’opposizione con fascia tricolore, a nome del Sindaco. Peccato che nell’omelia l’anziano Presule faccia un’apologia del Vaticano II, cercando di dimostrare che nulla è cambiato, e che le deviazioni dottrinali sono frutto di una cattiva interpretazione del Concilio.
Benedetto XVI abdica all’ora vigesima nona del 28 Febbraio 2013. Un brivido di gelo ti corre lungo la schiena, e già pensi al successore. A considerare il Sacro Collegio, le possibilità che ne esca eletto non dico un trdizionalista, ma almeno un conservatore sono nulle. Si parla di Scola, capirai. Ma il 13 Marzo segna l’inizio della fine: ci vuole poco a comprendere chi sia quel Jorge Mario Bergoglio giunto dalla fine del mondo. E tu senti scricchiolare minacciosamente le poche speranze che il papato di Ratzinger ti aveva lasciato nutrire. I modernisti rialzano il capo, forti di un vescovo di Roma che non fa mistero della sua profonda insofferenza verso qualasiasi cosa ricordi anche lontanamente le vestigia del Cattolicesimo. Il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata con Bruno Volpi suscita sdegno nei conservatori, ma prosegue implacabile fino alla chiusura del seminario ed alla dispersione dei ribelli. I fautori del tradimento prendono le redini dell’Ordine, ormai reso irriconoscibile, mentre padre Manelli è fatto oggetto di una campagna di diffamazione vergognosa. Nel frattempo, in concomitanza con l’indizione dell’Anno Santo della Misericordia, Bergoglio concede ai sacerdoti della Fraternità San Pio X la facoltà di assolvere lecitamente i penitenti. Sembra di vivere in un incubo.
Una domenica ti vengono a chiedere di recarti alla vicina parrocchia, dove il parroco non può dir Messa perché è caduto e si è fratturato una gamba. Così ti vien chiesto di andare a celebrare. «Giammai!» esclami con sdegno. Prendi il telefono e chiami il tuo Superiore, che è già stato informato dal Vicario Generale e che ti dice che non puoi rifiutarti di dare un contributo alle esigenze della chiesa locale: «Cosa preferisce, reverendo? Che sia un laico a presiedere la liturgia della Parola? Non è meglio se ci va Lei a dire la Messa, solo per questa volta, senza privare tante anime del conforto e della Grazia del Santo Sacrificio?» Ma dovresti celebrare il Novus Ordo, e non solo non l’hai mai fatto, ma non hai nemmeno intenzione di farlo. Già è stato tanto concelebrare obtorto collo alla Messa del Crisma e partecipare al Corpus Domini. E poi – gli ricordi – noi godiamo dell’uso esclusivo della forma straordinaria, anzi: extra-ordinaria, come dicono a Roma. E scopri che la favola bella dell’uso esclusivo non è poi del tutto vera, e che in casi di necessità, per via di un protocollo firmato dal tuo Istituto con la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, è prevista la possibilità che i suoi membri debbano celebrare anche nel nuovo rito. «D’altra parte, Le ricordo che noi consideriamo valida e lecita la riforma liturgica, conditio sine qua non per il riconoscimento canonico del nostro Istituto». Ma ti avevano detto che quella richiesta era destinata a rimanere lettera morta, che era solo una formalità: evidentemente hai capito male. Così, in nome dell’obbedienza, ti rechi alla chiesa con l’intenzione di celebrare il rito nel modo più tradizionale possibile: pianeta, altare antico, Canone romano. Peccato che non ci sia una pianeta che sia una e che l’altar maggiore sia stato smantellato per far posto ad un tavolo di legno. «Messa bassa», sentenzi: senza canti, senza lettori all’ambone. Alla predica, ricordi che ci si può accostare alla Comunione solo se si è in grazia di Dio, e che ci si deve inginocchiare alla balaustra. I parrocchiani apprezzano poco, disorientati, e qualcuno non manca di darti del preconciliare appena rientrato in sacristia. Altra telefonata del Vicario, per ringraziarti ma per ricordarti che devi comunque tener conto che non tutti i fedeli hanno la sensibilità per l’antica liturgia.
Arriva la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Tu, comme de rigueur, hai rispolverato un foglietto di preghiere degli anni Sessanta, intenzionato a recitarle coram Sanctissimo. Peccato che, per una decisione del Consiglio Presbiterale, la Settimana Ecumenica – com’è detta oggi – si terrà nelle chiese rettoriali del centro, tra cui la tua. Una breve comunicazione sul settimanale diocesano fornisce già le indicazioni su chi parteciperà al rito, a che ora, e con quali preghiere.
Di nuovo una telefonata al tuo Superiore, che ti invita alla calma: «Non è un rito liturgico, ma solo un momento di riflessione», ti dice. Il giorno fatidico, dopo aver spostato il Santissimo con ombrellino e campanelli nella cappella laterale, ti trovi la chiesa invasa da laici e zelatori del tempio, tutti con un ruolo ben preciso e stabilito: una signorina settuagenaria con gli occhiali appesi alla catenella leggerà una meditazione. Dei monaci ortodossi canteranno un inno bizantino. Un pastore valdese pronuncerà l’omelia. Al tuo coro rimane solo il canto del Veni creator, che all’ultimo momento ti accorgi esser stato censurato nella strofa che menziona il Filioque, «per non offendere i fratelli orientali». Il Vescovo, in nigris, saluta tutti, si intrattiene con il rabbino e l’imam, abbraccia una pastora luterana e si mette in posa per la foto di gruppo, dando le spalle all’altare. Nel paradosso, la foto dell’incontro – in cui ti si vede con la berretta e la cotta sullo sfondo – è pubblicata sul giornale locale, e ripresa da alcuni siti tradizionalisti, deplorando la tua partecipazione «ad un incontro sincretista nel peggior stile del Vaticano II, condannato dall’enciclica Mortalium animos di Pio XI». E chi glielo spiega che tu non c’entri niente?
Il Seminario del tuo Istituto prospera, mentre quello diocesano – anzi, interdiocesano, visto che raggruppa i quattro gatti della regione – languisce miseramente. I frutti della primavera conciliare, dici tra te. Ma proprio per la penuria di sacerdoti, si accorpano le parrocchie e si devono razionalizzare le Messe. Il bollettino diocesano pubblica il Decretum di mons. Vescovo che riduce drasticamente le celebrazioni domenicali, autorizza la celebrazione dei funerali da parte di laici, ordina che nelle rettorie non si celebri l’Eucaristia, con la scusa di non sottrarre fedeli alle unità pastorali. Chiami in Curia e scopri che la tua rettoria non fa eccezione: la Messa nella forma straordinaria è confermata, ovviamente, ma nei giorni feriali. Alle tue rimostranze, il tuo Superiore ti ricorda: «É nelle facoltà dell’Ordinario del luogo stabilire l’orario delle Messe festive». Ed aggiunge, en passant, che probabilmente sarai chiamato a celebrare saltuariamente in qualche chiesa, a causa della scarsità di sacerdoti.
Così, raccolto in preghiera dinanzi al tabernacolo – la lampada rossa che balugina nel buio – fai il tuo esame di coscienza prima di recitar Compieta. E prendi una decisione, di cui è testimone il Re divino. 
L’indomani, dopo la Messa, vai in Curia e chiedi di incontrare Sua Eccellenza. Non ti aspettava, ma ti riceve ugualmente, con quella cortesia un po’ forzata di chi ti considera un problema. Lo informi che non puoi – in coscienza – acconsentire a celebrare nel rito riformato. Che il motivo per cui sei diventato sacerdote è di offrire il Santo Sacrificio, tramite il quale glorificare Dio e santificare le anime. «Mi spiace, Eccellenza: non celebrerò più secondo il Novus Ordo. Confermo la mia disponibilità ad aiutare i confratelli, ma solo se rispetterà la mia vocazione e la Fede che vi è alla base. L’obbedienza che Ella si aspetta da me travalica quella che devo a Dio, al Quale devo rispondere in prima persona. No, Eccellenza: quella è la vostra Messa, frutto del  vostro Concilio, e io non sono prete per seguire una religione inventata dagli uomini, ma per proclamare la Fede dellunico vero Dio». Il Vescovo rimane spiazzato, sconcertato dalla tua fermezza. Ti dice che si consulterà con Consiglio Presbiterale e col tuo Superiore e che ti farà sapere.
Scendi lo scalone dell’Episcopio con il cuore finalmente sereno. Basta compromessi. Basta equivoci. Basta silenzj. E la domenica successiva, dal pulpito della tua chiesa, predichi come se dovessi esser giudicato da Nostro Signore, e non dal tuo Vescovo. Come se quella fosse la tua ultima omelia, sulla base della quale i fedeli dovessero comprendere da che parte stai: con Cristo o contro di Lui. Come se avessi dinanzi a te i Santi del cielo, e non un’accolita di chierici contestatori e modernisti. E tu credi che dal tabernacolo il Signore stia ascoltando, che dalle nicchie dell’abside e dalle pale degli altari i Santi ti guardino. Perché il tuo Sacerdozio non è un come se, ma la testimonianza di una realtà, non meno reale solo perché invisibile ai sensi.
«Reverendo, che bella predica!», ti dice un padre di famiglia dopo la Messa. E dopo di lui, una studentessa, alcune suore, dei giovani. E un confratello. Sì, un sacerdote diocesano che, venuto a portarti una lettera del Vescovo, è rimasto colpito dalle tue parole. Ti dice che anche lui, come te, ha sempre obbedito, ma che a furia di obbedire si è accorto che gli hanno rubato l’anima. «Non ero così, all’inizio. É stato un processo lento, quasi impercettibile. E quando L’ho vista arrivare in diocesi, ho pensato: chissà, forse non tutto è perduto. Forse questo pretino pieno di buona volontà riuscirà a scuoterci dal nostro torpore, a farci capire cosa abbiamo perso, tutti noi».
Perché ci stanno rubando l’anima, e tu questo lo sai. La stanno rubando a te, che mai avresti immaginato di poter cedere su quei punti irrinunciabili che fanno di te un sacerdote cattolico. La stanno rubando ai tuoi confratelli, sempre troppo occupati per pregare, lasciati soli in una battaglia quotidiana contro il mondo, la carne, il diavolo e – diciamolo una volta per tutte – contro i loro stessi Superiori. Stanno rubando l’anima ai fedeli, in balìa di un clero rinnegato e senza nerbo, incapace di trasmettere l’amore di Dio perché troppo preso dalla smania di piacere a tutti. Ci stanno privando di ciò che abbiamo di più prezioso su questa terra: il Santissimo Sacramento dell’Altare, la Santa Messa, la presenza di Dio.
E questi infingardi, tanto autoritarj coi buoni quanto pavidi e conniventi davanti al male, non hanno il coraggio di dirtelo chiaramente: «Noi questo Dio che si nasconde in un’ostia, questa Sua dottrina, questo rito arcano non li vogliamo, non li sopportiamo, perché sono per noi un rimprovero, un’accusa, una condanna». Alzati, dunque. Alzati ed impugna le armi spirituali di cui parla San Paolo, perché non sei stato ordinato sacerdote né per predicare l’errore dei modernisti, né per rintanarti in uno scrigno d’oro come se là fuori non infuriasse una battaglia tremenda. Alzati e confida in Dio, tua forza e tua salvezza.
Non importa cosa c’è scritto in quella lettera del Vescovo: dovunque ti manderanno – perché è inevitabile che ti vogliano allontanare – ti è chiesto di essere testimone di Dio, martire appunto. Non ti potranno impedire di celebrare il Santo Sacrificio, mai. Non potranno toglierti loro ciò che hai ricevuto da Dio per mezzo della Santa Chiesa: sacerdos in aeternum. Non potranno spegnere la fiamma della Carità, se rimarrai unito al tuo Signore.
E quella fiamma ardente, quella luce che da essa sprigiona, non viene da te, non è cosa tua, non hai il diritto di spegnerla. Non ce l’hanno loro e non ce l’hai tu. Perché se anche non ardesse e non brillasse in te, arderebbe e brillerebbe in un’altra, in cento, in mille altre anime, pronte a ripercorrere i passi di tanti Martiri, gli stessi passi di Nostro Signore lungo il Calvario, verso la Croce.

 

 

 

2 Commenti a "Lettera a un sacerdote del Summorum Pontificum"

  1. #Alberto Prosperi   30 gennaio 2018 at 11:34 pm

    Lettera, come Suo solito, molto puntuale ed esplicativa, anche se il titolo sarebbe stato piu’ corretto se fosse stato riferito ad un Sacerdote dell’ Ecclesia Dei.

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  2. #bbruno   31 gennaio 2018 at 11:21 am

    ma che ci fa questo prete dentro il corpaccio di questa chiesa falsa? Se non sopporta di celebrare (pardon, presiedere) la messa N.O., come fa a sopportare dirimanere in una chiesa che è espressione di questa messa? Lex orandi lex credenti…

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