Maria Tudor: la solitudine di una regina cattolica raccontata da R. H. Benson

Citazione a cura di Luca Fumagalli

La tragedia della regina (1906) è uno dei tanti romanzi storici scritti da mons. R. H. Benson. Dedicato a Maria Tudor, il libro racconta la sfortunata parabola esistenziale della sovrana cattolica che tentò inutilmente di liberare l’Inghilterra dal protestantesimo. In questo brano Maria inizia a percepire le avvisaglie dell’imminente fallimento. Circondata solamente da un pugno di uomini fedeli, con il marito Filippo II lontano, è costretta a prendere da sola le decisioni più difficili. Anche il popolo dimostra di non comprenderla, incapace di cogliere le sfumature di un carattere complicato ma fondamentalmente buono. Il confronto con l’entusiasmo dei primi mesi di regno contribuisce a rendere ancora più cupo il momento di sconforto della sovrana.

Si sentiva terribilmente sola. Filippo era all’estero e non rispondeva alle sue lettere; Gardiner era morto[1], il duca di Norfolk era morto[2], e anche il cardinale questo pomeriggio non le era stato d’aiuto; e, peggio di ogni altra cosa, non sapeva fino a che punto le carenze di lui dipendessero dalle sue colpe.

Forse era stata troppo precipitosa nel decidere, pensò; troppo nettamente risoluta sulla morte di Cranmer; ma non era ciò che lei aveva voluto; aveva solo desiderato mostrare che per la sua parte era pronta ad accettare le conseguenze della sua morte. Dall’altra parte era stata perfettamente pronta ad ascoltare chi la volesse persuadere. Tuttavia, il cardinale aveva detto molto poco; l’aveva guardata con i suoi occhi profondi e le aveva detto che era lei la regina; non aveva offerto minimamente di spostare la responsabilità dalle sue stanche spalle. Lei gli aveva detto in breve di tutti i consigli che aveva ricevuto, della volontà del Consiglio; gli aveva ricordato le leggi di tre dei suoi predecessori, le istruzioni del papa e i crimini dell’arcivescovo; quindi gli aveva mostrato le ritrattazioni e aveva guardato ancora le copie delle lettere che il nunzio aveva scritto al detenuto. Quindi aveva atteso un aiuto, una forte approvazione o una dignitosa supplica; e invece c’era stato silenzio.

Avevano proseguito parlando di altre questioni allora, della diocesi di Canterbury che sarebbe stata presto vacante, delle disposizioni per la consacrazione e la nomina del cardinale. Lui le aveva chiesto ancora della sua salute; aveva detto qualche parola su altre cose, ed era stato tutto. Ora sedeva qui, stanca e distratta, e il messaggero stava tornando a Oxford con istruzioni per procedere sul caso secondo la legge.

Ora le sembrava che le si fosse chiusa attorno qualche irresistibile forza che la costringeva a comportarsi in un certo modo. Aveva fatto il massimo di quel che il suo corpo distrutto e la sua mente erano capaci per dissociarsi dai suoi sentimenti personali da un lato e dalle influenze esterne dall’altro; vedeva raramente quelli del Consiglio, cercava di essere umana e naturale, si sforzavi di pregare e di seguire una guida interiore ma, a dispetto di tutto, le circostanze non le davano tregua. Da una parte il suo popolo tramava ancora contro di lei, complotto dopo complotto; dall’altra c’era la macchina della legge messa in atto dai voti del suo Parlamento. Cosa poteva fare lei, se non permettere che funzionasse? Non che non avesse provato con l’indulgenza: aveva abolito molte pene, aveva perdonato centinaia di quelli che avevano avuto sentenza di morte; aveva fatto del suo meglio per accontentarli, aveva rifiutato di credere che le stessero facendo del male e, di volta in volta, le avevano risposto con tradimenti e assalti. Anche i suoi stessi servitori erano contro di lei; Magdalene rifuggiva da lei – lo sapeva bene; Jack Norris[3] era indifferente, anche se leale; Master Underhill, non ne dubitava, odiava lei e la sua fede, e aveva complottato contro la sua persona, anche se non c’erano prove legali contro di lui[4].

Cosa poteva fare con il suo popolo? Non poteva né comprenderli né spiegare loro se stessa. Però si assicurava che non fosse per mancanza di buona volontà.

Inoltre, riguardo all’eresia, cosa bisognava fare? Aveva cominciato sperando che la fede non si fosse estinta, e che procedendo con gradualità, restaurando il vecchio culto poco a poco, la luce si sarebbe riaccesa. E la sua gente aveva risposto attaccando i preti, dileggiando la sua religione, e tessendo sedizione ed eresia così inestricabilmente insieme che era impossibile punire l’una senza glorificare l’altra. Se Dio non l’aveva mandata al trono perché potesse ristabilire la fede della Sua Chiesa, allora perché l’aveva mandata lì? Si sentiva instupidita e disorientata dal tormento della decisione presa al mattino e della propria malattia.

Diciotto mesi prima era stata così felice. Il nunzio era venuto con una pompa che prometteva grandi cose; l’Inghilterra, aveva pensato, era stata riportata all’unità; suo marito era con lei; il bambino aveva sussultato nel suo grembo – l’amato bambino che doveva prendere le redini del governo quando lei le avrebbe posate. Ora sembrava che fosse tutto una delusione terrificante; in effetti il nunzio era qui, ma quant’era impotente! La scena di smuovere i cuori a Westminster Hall, non era niente più che la prova di una commedia che sembrava rimandata a data indefinita; suo marito era sparito in silenzio e il balzo del bambino era il brivido di un orribile male[5].

La testa le affondò ancora di più sul petto e i suoi stanchi occhi si chiusero.

Mezz’ora dopo li riaprì e si sollevò un poco, la testa le doleva intollerabilmente dopo il pesante sonnellino.

Doveva vedere Master Manton; stava aspettando da tanto. Non rimanevano molti servi fedeli, e poi doveva scrivere di nuovo a Filippo: non gli aveva scritto per tre giorni.

Andò con dolore alla porta, chiamò una delle sue dame e diede disposizioni; poi tornò a sedere.

(Brano tratto da: R. H. BENSON, La tragedia della regina, Verona, Fede & Cultura, 2015)

 

[1] Stephen Gardiner (1483-1555), vescovo di Winchester, fu Lord cancelliere durante il regno di Maria.

[2] Thomas Howard, III duca di Norfolk, morì nel 1554. Dopo aver subito la prigionia durante il regno di Enrico VIII ed Edoardo VI, fu liberato per ordine di Maria di cui divenne stretto collaboratore.

[3] Gentiluomo di sua maestà e amico di Guy Manton, il protagonista del romanzo.

[4] Edward Underhill (1512-1576 ca.), politico inglese di tendenza protestante.

[5] Il gonfiore alla pancia è causato, in realtà, da un tumore.

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