“Sopra il portone”: un racconto di mons. Robert Hugh Benson

a cura di Luca Fumagalli

Un sacerdote è latore di una triste notizia che getta una povera donna nello sconforto. Fortunatamente, però, l’angoscia è stemperata da una singolare apparizione che inonda di speranza il cuore dei protagonisti. Ancora una volta il mondo dello spirito si presenta come una dimensione reale e concreta.

Una mattina sedevamo insieme nel salotto che stava al centro della casa. Durante la notte era piovuto; e parve più prudente che il vecchio prete non andasse a sedere in giardino finché il sole non avesse prosciugato il terreno; così restammo in casa con la porta grande spalancata, che si apriva sopra un prato a rettangolo davanti alla casa. Una volta, arrivava fin lì una strada carrozzabile, passando sotto un portone ornato di piedistalli e di palle di pietra proprio li di fronte, distante quindici metri. Ora l’erba l’aveva coperta da un pezzo, pur lasciando ancora due leggeri solchi nel verde fra il portone e la casa. Il prato era circondato da un vecchio muro di mattoni, molto basso e quasi interamente nascosto dall’edera sul cui fondo sfoggiavano, in ricche masse di colori, iridi gialle e porporine, e viole a ciocche.

A colazione il vecchio era rimasto zitto. La mattina, come al solito, aveva celebrato la messa nella cappellina del primo piano e sin d’allora mi era parso preoccupato; poi, a tavola aveva parlato pochissimo, lasciando cadere ogni tema di conversazione da me suggerito. Finalmente compresi che i suoi pensieri erravano lontano nel passato; e non volli disturbarlo.

Sedevamo in due seggioloni scolpiti, sulla soglia. Il vecchio prete aveva i piedi avviluppati in una coperta, e i suoi occhi fissavano mesti il portone ferrato cui si appoggiavano le alte erbe del prato esterno, ficcando talora fra sbarra e sbarra le loro cime piumose.

Allora soltanto mi accorsi che il prete guardava il portone, fermandosi via via su ogni particolare delle piante rampicanti, dell’inferriata e del vecchio muro: invece di vagare, come credevo prima, nelle nebbie lontane degli anni passati.

D’un tratto ruppe il lungo silenzio.

«Vi ho mai raccontato» domandò, «quel che vidi là nel giardino? Ora non pare nulla di straordinario: eppure quel che ho visto là suppongo che non lo vedrò mai più in questo mondo, almeno sinché non sarò io stesso sulla soglia della morte».

Guardai il portone; l’atmosfera era piena di quel “chiaro splendore dopo la pioggia” del quale cantava il re David. Era l’aria fatta visibile e radiosa dall’unione della luce e dell’acqua, le due più gioiose creature di Dio. Un enorme castagno chiudeva l’orizzonte di là dal portone.

«Raccontatemelo, se potete», dissi. «Lo sapete quanto mi piacciono i vostri racconti».

«Anni addietro, poco dopo ordinato sacerdote, lavoravo, come forse saprete, a Londra. Mio padre viveva qui, come già suo padre prima di lui. Quello stemma nel centro del cancello, ce lo mise lui, poco dopo esser diventato padrone. Io ero solito venir qui ogni tanto per respirare un po’ d’aria campagnola. Non ricordo piacere più vivo che quello di entrare in questa meravigliosa aria campestre, fuori del fumo e del chiasso di Londra: o di stare sveglio di notte, col fruscio dei pini fuori della mia finestra invece dell’incessante tumulto umano della città.

Ebbene: una sera d’estate dovetti tornar qui all’improvviso, portando una funebre notizia.

Non entro in particolari; sarebbe inutile; basti dire che la notizia non toccava né me né la mia famiglia. Per una strana serie di circostanze, mi trovai a essere il portatore di queste nuove proprio ad una signora ospite della mia famiglia. La conoscevo appena; difatti l’avevo veduta una volta soltanto. La notizia era giunta ai miei orecchi in Londra; avevo saputo che la persona maggiormente colpita non ne sapeva nulla; e che non osavano scrivere né telegrafare.

Naturalmente, mi offrii di portare la notizia io stesso.

Con un gran peso sul cuore, scesi: venni qua dalla stazione, e la strada mi parve intollerabilmente corta. Sapevo, posso dirlo, che la notizia avrebbe spezzato il cuore alla persona che doveva riceverla. Entrai dalla porta che si trova in fondo al viale (ed accennava verso destra), e passai proprio dietro la casa. Questa porta qui era stata fin allora l’entrata principale; ma la strada era ormai da poco ricoperta, e noi solevamo passare per la porta di dietro; questo prato era quasi come lo vedete ora, ma la strada appariva ancora distintamente come una lunga e stretta fossa tra l’erba.

Avevo appena varcato la soglia quando vidi la signora che si apprestava a scendere in giardino con un libro e una sediola pieghevole. Il mio cuore ebbe un sussulto; poiché sapevo che, quando avessi adempiuto il mio compito, sarebbe finito ogni pensiero di tranquilla serata da trascorrere in giardino e quell’aspetto di felicità serena sarebbe scomparso dal suo viso; e tutto per via delle mie parole. Per un momento, la povera signora non mi riconobbe nella penombra dell’androne, e si ritiro per lasciarmi entrare, poi:

“Come, siete voi?” disse “siete tornato a casa! Non sapevo che foste aspettato”.

Respirai profondamente per rimettermi in calma.

“Non ero aspettato”, risposi. Poi dopo un momento: “Posso dirvi una parola?”

“A me? Ma certo. In giardino o qui?”

“Qui”, risposi, e passandole davanti spalancai l’uscio della stanza.

La signora mi seguì, si fermo là presso l’uscio, sempre tenendo il libro con un dito tra i fogli.

Vi parrà strano, immagino, ch’io non abbia affidato a qualche altra donna il compito di portare la notizia. Ebbene, ci avevo pensato sin da quando mi ero preso quell’incarico; ma un po’ perché così temevo d’esser vile (chiamatelo orgoglio se volete) un po’ per altri motivi che non occorre menzionare, compresi che dovevo adempire la mia promessa. Posso anche aver pensato ch’ella preferirebbe far conoscere quelle notizie al minor numero possibile di persone.

Insomma, o a ragione o a torto, mi trovavo ormai dinanzi al mio duro compito».

«Ella stava là» continuò il vecchio, indicando lo stipite a destra della porta «ed io qua» e additò un metro più in dentro.

«La porta era aperta come adesso; e l’aria profumata della sera affluiva nella stanza. Il viso della signora era in parte nell’ombra; ma nei suoi occhi lessi una nascente meraviglia per il mio fare brusco, e forse una leggera tinta di sgomento, ma niente di più.

“Sono venuto”, cominciai lentamente, guardando verso il giardino “per una missione molto penosa”.

Non potei continuare. Mi volsi e la guardai. La nube d’inquietudine s’era un po’ accentuata.

“E riguarda voi e la vostra felicità”.

Guardai di nuovo e ricordo il profondo cambiamento del suo viso. Le sue labbra erano dischiuse, i suoi occhi spalancati, metà in luce e metà nell’ombra; e piccole rughe nuove e terribili apparivano sulla sua fronte. Allora le comunicai la notizia.

Bastò una o due frasi. Quando la guardai di nuovo, aveva le labbra chiuse; e la sua mano stringeva convulsa lo stipite della porta; vedo ancora oggi i suoi anelli scintillare alla luce che giungeva da sopra il castagno, che allora era più basso. Poi si morse le labbra una o due volte; schiuse la mano, esitante; e quindi con passo fermo attraverso la stanza fino ad un grande sofà che c’era allora; giunta lì, si getto a faccia avanti attraverso il bracciolo e lo schienale.

Ed io aspettavo alla porta, fissando il cancello. A quel tempo il dolore mi era ancora nuovo. Non avevo ancora imparato a comprenderlo ed a sopportarlo con tranquillità; e mentre guardavo, sapevo soltanto che una terribile lotta si stava svolgendo nella stanza dietro a me. Avevo di fronte un giardino pieno di pace e di dolcezza nella delicata luce del tramonto, e dietro a me c’era qualcosa che somigliava all’inferno; ed io stavo fra la vita e la morte.

Allora mi ricordai che ero sacerdote, e che avrei dovuto essere capace di dire qualcosa, non fosse altro una parola del divino messaggio portata dal nostro Salvatore, ma non mi fu possibile. Mi sentivo quasi come sommerso in acque profonde. Iddio stesso mi sembrava infinitamente lontano, intollerabilmente sereno e in alto; e anelavo con tutto il mio essere a un’altra persona che pregasse e sostenesse una parte di quella lotta che si svolgeva alle mie spalle, a cui mi sentivo tanto estraneo. Allora Iddio tornò a concedermi di veder chiaro».

«Vedete il cancello», continuò il vecchio additandolo. «Ebbene, proprio nel mezzo del cancello ma un po’ al disopra, spiccando chiaramente sul fogliame del castagno, c’era una figura d’uomo. Non so ora come spiegarmi, ma mi sembrava che questo mondo naturale di luci e di colori fosse tagliato da un piano di mondo spirituale: e che nel punto d’incontro di questi piani potessi vedere in trasparenza quel che c’era di là. Era come un raggio di sole che passasse attraverso una nuvola di fumo. Ognuno dei due rendeva visibile l’altro.

Ebbene, quella figura d’uomo era inginocchiata nell’aria (è il solo modo in cui posso descriverla). Aveva il viso voltato dalla mia parte, ma in alto. Ma la cosa più curiosa, e che più mi colpì, fu che la figura era posta in un angolo acuto, quasi appoggiata da un lato; però non appariva grottesca. Era invece il mondo che mi sembrava inclinato; il castagno fuori della perpendicolare; il muro fuori dell’orizzontale; il vero piano era quello dell’uomo.

Lo so che questo sembra pazzesco; ma mi dimostrava che il mondo dello spirito era il mondo reale, ed il mondo dei sensi comparativamente irreale, proprio come il dolore della donna alle mie spalle era più reale dei raggi sulla mia testa.

E così ancora, a confronto della figura inginocchiata, il castagno ed il cancello sembravano ombre prive di sostanza. Gli uomini che hanno delle visioni ci dicono per lo più d’aver provato l’impressione inversa. Tutto ciò che posso dire è che non fu così per me. La figura era inginocchiata, come ho già detto. La sua veste, ampio mantello stretto alle spalle, fluiva all’indietro come se chi lo indossava fosse investito da una violenta ventata: forse il vento della grazia, che sempre spira dal Trono divino. Le braccia erano stese in avanti, ma discoste abbastanza da lasciare scorgere il viso; e quel viso mi resterà in mente sino alla morte, e, Dio voglia, anche dopo. Era un viso imberbe, ed aveva, senza possibile errore, tutte le caratteristiche d’un viso sacerdotale.

Lo sapete quanto sono vicini le più intense gioie e i più intensi dolori; le loro linee quasi s’incontrano. Ebbene, nel viso di quest’uomo, s’incontravano davvero: angoscia ed estasi erano tutt’uno. Aveva gli occhi aperti e le labbra socchiuse. Non potrei dire se fosse vecchio o giovane; la sua faccia era senza età, come le facce di tutti coloro che sono ammessi a contemplare Colui che abita nell’eterno. Pregava: non posso dire di più. Aveva aperto il suo cuore al dolore di quella donna; l’aveva fatto suo e questo suo dolore si confondeva col supplicare (se così volete chiamarlo) con la rassegnazione (se preferite), o con l’adorazione; dite come volete, son tutti termini veri, ma tutti inadeguati; ma quel dolore si confondeva con la sua propria volontà purificata, a sua volta diventata tutt’uno con l’eterna volontà di Dio. Lo so che era così.

Lo guardavo; e intanto dal fondo della stanza di dietro mi veniva all’orecchio un singhiozzare; ma via via che guardavo, l’aureola dell’angoscia si faceva più forte in quel viso, mentre i singhiozzi dietro a me rallentavano e cessavano. Udii, in un bisbiglio, il nome sacro di Dio e di Cristo, e la visione disparve, e rividi il castagno, bello e reale come prima; e quando mi volsi, la donna era in piedi, e nei suoi occhi brillava la luce della vittoria.

Mi stese la mano, io m’inginocchiai e la baciai, ma non osai tenerla stretta nella mia, poiché ella era stata nelle regioni celesti. Il suo dolore l’avevo visto trasportato e deposto dinnanzi al trono di Dio da un essere più grande di me, che su di lei aveva lasciato un riflesso della sua gloria».

Il vecchio tacque. Quando mi voltai a guardarlo, fissava di nuovo il cancello, ed i suoi occhi lucevano come l’aria radiosa di fuori:

«Non so» disse dopo un momento «se sia morta o viva; ma stamani ho detto la messa per la sua pace in questo mondo o nell’altro».

(Racconto tratto da “La luce invisibile”, 1904)

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