Storie di oppressi, martiri e perdenti: il pessimismo felice di mons. Robert Hugh Benson

di Luca Fumagalli

Ne Il Padrone del mondo il suicidio di Mabel segna la fine dell’ideologia anticristiana promossa da Felsenburgh, rivelatasi violenta e, soprattutto, incapace di dare un senso alle aspirazioni più profonde del cuore. Non bastano surrogati religiosi e progetti politici calati dall’altro, i protagonisti del romanzo distopico di mons. Robert Hugh Benson sono attraversati da un dolore spirituale che non trova requie. Dopo aver accantonato il cristianesimo come un vecchio cimelio, buono solo per ammuffire nella polverosa cantina del passato, il laicismo moderno ha edificato una nuova torre di Babele, un mondo disumano privo di una vera anima che lo sostenga. La naturale conseguenza è un crollo generale dagli esiti devastanti.

L’asserzione che il progresso, l’inesorabile avanzare del tempo, corrisponda a una regressione è parte integrante della poetica di Benson e, con lui, di numerosi scrittori cattolici britannici dell’ultimo secolo. Non si parla solamente di sviluppo materiale e tecnologico, quanto di un’idea storiografica generale per cui, con il passare degli anni, l’umanità pare essere destinata a scendere sempre più negli abissi dell’abiezione e della corruzione morale.

Del resto, il cattolicesimo inglese, sin dai tempi di Enrico VIII, era stato costretto a vivere nella clandestinità e la gerarchia ecclesiastica venne rispristinata solo dopo tre secoli, quando il sangue di molti innocenti era stato versato. Obbligati a vestire gli scomodi panni della minoranza perseguitata, i “papisti”, come venivano spregiativamente chiamati dai protestanti, maturarono una sensibilità peculiare rispetto a quella dei cattolici del continente, alieni da condizioni tanto dure. Convinti che la battaglia terrena fosse votata alla sconfitta, pur guardando con fiducia a Cristo, svariati scrittori si adeguarono a questa vena di fatalismo tragico in temporibus.

L’utopico L’alba di tutto fu scritto diversi anni dopo Il padrone del mondo, come se Benson sentisse in qualche modo il dovere di rimediare a quanto profetizzato nelle fosche tinte del suo romanzo più famoso. Lo fece per allontanare quel turbamento che la lettura del libro aveva provocato in tanti fedeli, ma in cuor suo era fermamente convinto che il futuro che avrebbe atteso la cristianità sarebbe stato tutt’altro che positivo.

Chiunque legga un’opera narrativa di Benson non riuscirà a togliersi di dosso la sgradevole sensazione che, sin dalle prime pagine, i protagonisti siano destinati a soccombere innanzi a un potere malefico più grande di loro. È come se fossero coscienti sin da subito di partecipare a un’impresa votata al fallimento, senza alcuna possibilità di successo. La frattura tra dimensione spirituale e secolare della vita costringe i personaggi a una radicale scelta di campo, che implica certo una grande coraggio, ma anche e soprattutto una fede profonda. Il sacrificio è l’unico metodo per giungere a quella possibilità di salvezza che comunque permane dietro il velo dell’arroganza e dell’ipocrisia.

Se il sacerdote inglese mostra un certo disfattismo per quanto riguarda l’avvenire dell’uomo, allo stesso tempo non può esimersi dal testimoniare nelle pagine dei sui libri un attaccamento sincero a Cristo e al Papa, Suo vicario in terra. A questo livello emerge una speranza che diviene certezza contagiosa, la ragione per cui Benson è sempre attuale, per cui merita di essere letto e apprezzato ancora oggi, a oltre un secolo dalla suo scomparsa. Attraverso un’educazione fatta di incontri e imprevisti, ai disperati di questa terra è concessa da Dio la possibilità di sfuggire alle tenebre che incombono minacciose, di liberarsi dalle catene del peccato. Coloro che afferrano la Sua mano, citando Chesterton, sono ciò che è soltanto vero dei morti e dei beatificati, e specialmente dei martiri: essi sono salvi.

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