[CINESPADA] “Sono tornato”

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di Ilaria Pisa

 

Interrompo la teoria di recensioni culturalmente impegnate, cui l’ottimo Luca Fumagalli ha abituato i nostri lettori, per commentare brevemente una pellicola decisamente “leggera”: Sono tornato (2018), diretto da Luca Miniero, con Massimo Popolizio e Frank Matano (il cast ovviamente conta molti altri attori, tutti bravi).

Premetto che si ride molto, che il film è godibile e che quindi posso consigliarne, in generale, la visione (*).

Il problema del prodotto è che si parte da un’idea surreale e feconda, e perciò valida – il ritorno di un morto molto celebre -, per arrivare ad una concretizzazione deludente. Dalle interviste a chi ha girato e interpretato emerge che la mens dell’opera si riduce fondamentalmente a questo: mostrare gli italiani come un popolo senza memoria e troppo indulgente verso se stesso e verso il proprio passato, a differenza di ciò che i tedeschi sono nei confronti di Adolf Hitler. Il parallelo è reso possibile dall’omologa, antecedente realizzazione cinematografica Lui è tornato (2015) di David Wnendt, incentrata sul Führer. Nessuno sfiorato dall’idea che tra H&M potessero intercorrere delle differenze? Se il dubbio era malauguratamente sorto, ci pensa il monologo (artisticamente bello e pieno di pathos) della signora ebrea, inserito verso la fine del film, a ristabilire l’equilibrio: Mussolini era un mostro quia Auschwitz, punto. E l’imputato non ha nulla da dichiarare in merito.

Del resto la gente comune nostra contemporanea, ritratta nei molti spezzoni documentaristici che intercalano la narrazione, è caricaturalmente ridotta a un abisso di ignoranza, che neppure invita lo spettatore a domandarsi seriamente perché Mussolini riscuota ancora un certo successo in tutte le fasce d’età: la risposta è scontata e impietosa, “facciamo schifo” e basta, anzi “noi” prendiamo le distanze da questi ridicoli plebei semianalfabeti, e se per disgraziato caso abbiamo solidarizzato con loro, adesso abiuriamo.

I creatori dell’opera, e l’insopportabile Matano (che riesce antipatico anche quando vorrebbe – in chiusura del film – acquistare uno spessore eroico!), chiosano che la forza e insieme la debolezza del populismo politico odierno, erede del populismo mussoliniano, è il non proporre mai soluzioni. Peccato che di soluzioni la pellicola non ne adombri alcuna, nemmeno in controluce. Anzi, l’unica soluzione viene dal pur bravissimo attore che impersona Mussolini, e che auspica che il reato di apologia di fascismo non venga abrogato mai, specie dopo questo film. Priorità…

Attenzione: va dato atto che il Duce nel personale, nelle parole e negli stilemi espressivi non è la macchietta che ci si poteva aspettare; il tutto, però, sembra avere – per sterilizzare le inevitabili empatie? – il prezzo “politico” di diluire la sua proposta fino a farla diventare eterea, lasciando in piedi solo un militarismo da operetta con fortissime coloriture razziali, che sicuramente Mussolini non aveva prima di una certa epoca, e che alla lunga stonano.

Quasi nessuno dei personaggi – a parte, paradossalmente, la “cattiva” femme fatale – riesce peraltro a “bucare il video” con lo spessore di una persona reale. Mussolini stesso non fa davvero i conti con azioni e vicende politiche, non problematizza come farebbe un uomo in carne ed ossa, apparendo a tratti quel “generatore automatico di frasi del ventennio” che probabilmente il regista desiderava fuggire, e lasciando insoddisfatto il desiderio dello spettatore di dialogare con una parte della propria storia. Sul piano morale, solo “condanna” e “indignazione” (mediatica) resistono come categorie: ma non esiste pentimento, non esiste speranza, non esiste possibilità di redenzione.

Insomma, la struttura metanarrativa e “metatelevisiva” del film è davvero indovinata e costituiva un’eccellente potenzialità, a mio avviso andata sprecata per compiacere le sirene del politicamente corretto. C’è solo un’intuizione in felicissima controtendenza (che non vi anticipo, sennò è spoiler); ma alla fine è anch’essa una conferma del disprezzo da nutrire per il “volgo”. Disprezzo largamente condivisibile a livello metafisico, non certo però nella prospettiva radical chic, à la Enrico Mentana.

E non certo per alimentare l’ennesimo, infondato “allarme” sul “rigurgito fascista”.

(*) consiglio comunque di prepararsi a due semi-bestemmie proferite da Matano, ad un suo tedioso sbaciucchiamento con la tipa e ad una scena ambigua, in cui l’unico personaggio di tutto il film a elevare una preghiera al Cielo è proprio il soggetto più immorale. Decisamente evitabili.

 

 

2 Commenti a "[CINESPADA] “Sono tornato”"

  1. #lister   4 febbraio 2018 at 6:18 pm

    “Premetto che si ride molto, che il film è godibile e che quindi posso consigliarne, in generale, la visione”

    Anche se Ilaria Pisa, sì … io no, grazie.

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    • #Francesco Retolatto   4 febbraio 2018 at 10:53 pm

      Concordo con Lister. L’inutilità di un film su Mussolini che vuole rassicurare lo spettatore sul mostro che era e autoassolvere una volta di più l’italiano immemore.

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