di Luca Fumagalli

LaBelleDameSansMerci

Sulla via della ridefinizione della categoria del romance, quella narrativa a sfondo storico di carattere avanguardistico caratterizzata dalla distorsione interpretativa e strutturale, lo scrittore inglese Frederick Rolfe – detto Baron Corvo – raggiunse il culmine dell’artificialità sperimentale con Don Renato, un’opera che nessun altro avrebbe potuto scrivere.

Il romanzo, dedicato a un ignoto “amico divino”, venne pubblicato nel maggio del 1909 da Francis Griffiths dopo anni di migliorie e rielaborazioni (una prima stesura, di cui si trova qualche accenno in una lettera del 1897, era stata probabilmente terminata intorno al 1902). A seguito di una complicata storia editoriale vennero stampati solo pochi esemplari del volume che dunque non godette di una vera e propria distribuzione almeno fino al 1963, quando la Chatto & Windus ne preparò un’edizione postuma, basata sulle bozze originali.

Del romanzo precedente, Don Tarquinio (1905), ritorna la distanziazione delle presunti fonti storiche: in questo caso il lettore si trova a sfogliare il diario di dom Gheraldo Pinarj, cappellano del principe Marcantonio Poplicola di Santacroce, per gli anni 1528-1530, e ad indugiare sulla lunga lettera al padre di don Renato, datata 1545. Ai due documenti si aggiunge lo spunto autobiografico della scoperta, nel 1890, di un trabocchetto nel palazzo Santacroce a Roma, contenente le ossa di dom Gheraldo, con uno stiletto nella tonsura, che dà conclusione circolare alla trama. Si ripresenta inoltre la finzione della traduzione, resa in un inglese manieristico per desiderio di assoluta aderenza alle fonti, una soluzione derivata da Francesco Colonna e dal Folengo. Una fantasmagoria linguistica al limite della leggibilità, tanto ostica da giustificare addirittura l’inserimento di un glossario finale, è l’esito di questo strano esperimento. L’adozione della forma diaristica permette nuovamente quella verosimiglianza basata sulla fedeltà delle percezioni sensoriali che consente l’enucleazione di un “contenuto ideale” (come recita il sottotitolo dell’opera, An Ideal Content, e specifica la premessa di Rolfe): la verità è ancora quella dell’artificio, il principio guida quello dell’impressione; la ricerca è dell’abnorme e dello strano.

Edizione Chatto & Windus, 1963

Edizione Chatto & Windus, 1963

La penna di dom Gheraldo, testimone quotidiano degli accadimenti che si verificano nel palazzo, registra con cura ogni fatto, ogni particolare – «si raggiunge la saggezza solo con la perspicace osservazione» – dando corpo a un volume poderoso e frammentario, nell’insieme scarsamente coerente. Il cappellano, un uomo mite incline al pettegolezzo, oltre a intrattenere chi legge con i dettagli dei suoi esperimenti di magia bianca e dei cataplasmi che prepara per guarire ogni sorta di malanno, non perde occasione per elogiare il principe, per parlare della sua gatta Minerva, per riportare fatti d’arme e beghe di famiglia, per dissertare sul cibo servito a tavola e per raccontare le gioie derivategli dalla compagnia dei fanciulli di corte e dalla graziosa visione delle loro gare natatorie.

Un tenue fil rouge a livello di trama, poco più che un pretesto, emerge solo quando viene presentato l’adolescente don Renato, unico figlio del principe Marcantonio, affidato in qualità di studente alla custodia dell’ecclesiastico. Un giorno l’intraprendente ragazzo salva dalle grinfie dei pirati una splendida fanciulla, Marcia. Il loro amore – nato e cresciuto nel nascondimento, data la diversa condizione sociale – culmina con il matrimonio, officiato in gran segreto da dom Gheraldo. Quando Marcantonio scopre quanto successo, colto dall’ira uccide l’inerme cappellano e fa precipitare tutti in una segreta. Fortunatamente i due ragazzi riescono a sopravvivere. Marcia muore poco tempo dopo, non prima però di aver donato al marito uno splendido figlio. Alla fine, trascorsi diversi anni, il misterioso disegno della provvidenza si svela: don Renato prende gli ordini sacri e parte come mercedario alla volta della Terra Santa, senza alcun rancore per il genitore: «Sii felice. Illustrissimo principe e padre; finché di nuovo, alla presenza del Signore Iddio, io abbraccerò mia moglie, mio figlio, mia madre, e te, o mio padre carissimo; sii felice».

Prima della conclusione melodrammatica nuovi personaggi vengono introdotti a complicare l’intreccio, reso già arduo dai calchi stilistici del diarista (Seneca, Giovenale, Virgilio, Catullo, Orazio e altri). Tra le comparse spiccano per fascino e presenza scenica don Prospero, figlio del don Tarquinio del precedente romanzo, don Eros, donnaiolo impenitente, e il bravaccio inglese ser Ruggiero, uomo forte e leale.

Edizione Longanesi, 1971

Edizione Longanesi, 1971

In Don Renato la realtà rinascimentale, caratterizzata da un cristianesimo dai riflessi pagani, in cui convivono preghiera, magia e assurde superstizioni, è un guazzabuglio fantasioso di istanze autobiografiche che lo scrittore eleva a categorie universali. Il disprezzo di Corvo per le donne, i proletari e gli ebrei fa seguito alla cupa visione storica di una progressiva decadenza morale dell’umanità. D’altro canto, in aperta opposizione a Macchiavelli, Rolfe invita i principi a essere esempio per i sudditi, comportandosi cristianamente e sottomettendosi al volere del Papa, supremo punto di riferimento: «La roccia di Pietro cade su Cesare, e lo stritola in polvere».

Il romance di Baron Corvo rimane esemplare soprattutto per il sistema lessicale adottato, indipendente e astratto. L’invenzione totale, autosufficiente, è un’anticipazione di ancor più radicali tentativi di creazioni linguistiche autonome rintracciabili nel ‘900: in altre parole si supera l’arcaismo patinato della pseudomimesi decadente – Wilde, Beerbhom, D’Annunzio, ma anche certe grottesche pretenziosità di dom Gheraldo – per avvicinarsi ai contorni stilistici di Joyce.

Se Don Renato non fu quella piccola rivoluzione nel mondo della letteratura britannica che avrebbe potuto essere, quantomeno mostrò ai pochi intimi che ebbero l’opportunità di consultarne le bozze il talento di un autore ispirato, un uomo del Rinascimento catapultato per tragico errore del destino nella Londra all’alba del XX secolo.