Il celibato ecclesiastico nel magistero di Pio XI

papa

a cura di Giuliano Zoroddu

Nel turbinio di dispute e polemiche sul tema della possibile ordinazione di viri probati – uomini sposati, di età matura, di accertata fede e specchiata morale – per sopperire alla mancanza di clero in vaste regioni come l’Amazzonia; cosa che quasi certamente aprirebbe la strada al progressivo abbandono del celibato nel clero Latino e ad altre aberrazioni contro il Sacerdozio cattolico, vogliamo proporre ai nostri lettori l’insegnamento pontificio sul celibato ecclesiastico. Lo facciamo attingendo alla enciclica “Ad catholici sacerdotii” sul sacerdozio cattolico, che Pio XI pubblicò il 20 dicembre 1935.

Prima di cedere la parola al Vicario di colui che è la Parola, vogliamo ricordatr che il Cristo vergine, nato dalla Vergine senza eguali, sposa al vergine Giuseppe (Cfr. S. Girolamo, De perp. virg. beatæ Mariæ adv. Helvidium, 19), predilige lo stato verginale – “Dilectus meus … pascitur inter lilia” (Cant. II, 16) – e lo stato di vita di coloro che hanno scelto di essere “eunuchi qui seipsos castraverunt propter regnum coelorum” (Matth. XIX, 12) supera in dignità e perfezione il matrimonio (Cfr. Conc. Trid.,  Sess. XXIV, can. 10). E poi se già da scapoli molti preti si perdono nelle cure mondane, figuriamoci con mogli e figli ed eventuali amanti, crisi di coppia, et similia (perché vanno messi in conto anche questi fattori).

Inoltre va rigettata una certa paura di femminilizzazione dello stato sacerdotale (pur tenendo presente la grave piaga del vizio greco fra il clero) a motivo del celibato: se pensiamo alla tremenda contro la carne ribelle si trova a combattere chi pienamente, santamente ed eroicamente ha vissuto – pensiamo a san Francesco, a san Filippo Neri – e tuttora vive la continenza, possiamo senza tema affermare, “nulla è più virile del celibato ecclesiastico”!

Constatando infine il degrado ormai cinquantennale in cui versa lo stato ecclesiastico, accompagnato dalla carenza di vocazioni, si deve anzitutto invocare il Signore: Cuore Sacerdotale di Gesù, donateci numerosi e santi sacerdoti! Cuore Immacolato di Maria, donateci numerosi e santi sacerdoti!  

Intimamente congiunta con la pietà, da cui deve ricevere consistenza e splendore, è l’altra gemma fulgidissima del sacerdote cattolico, la castità, alla cui perfetta e totale osservanza i chierici della Chiesa Latina costituiti negli Ordini maggiori sono tenuti con obbligo sì grave che, trasgredendolo, sarebbero rei anche di sacrilegio. Che se tale legge non vincola in tutto il suo rigore i chierici delle Chiese orientali, anche tra essi però il celibato ecclesiastico è in onore e, in certi casi, specialmente per i supremi gradi gerarchici, è requisito necessario ed obbligatorio. Un certo nesso tra questa virtù e il ministero sacerdotale si scorge anche solo col lume della ragione: essendo che “Dio è spirito” [49], appare conveniente che chi si dedica e si consacra al servizio di lui, in qualche modo “si spogli del corpo”. Già gli antichi Romani avevano intravisto questa convenienza; una loro legge così formulata: “Agli dèi accostati castamente”, viene citata dal più grande dei loro oratori, aggiungendovi questo commento: “La legge comanda di accostarsi agli dèi castamente, cioè con l’anima casta, in cui sta ogni cosa; non esclude però la castità del corpo, ma questo si deve intendere così, che, essendo l’anima di molto superiore al corpo, se si deve conservare la purezza del corpo, molto più si deve custodire quella dell’anima”. Nell’Antico Testamento, ad Aronne e a’ suoi figliuoli fu comandato da Mosè in nome di Dio di non uscire dal Tabernacolo e quindi di osservare la continenza nei sette giorni in cui si compiva la loro consacrazione [50]. Ma al sacerdozio cristiano, tanto superiore all’antico, conveniva una purezza molto maggiore. Infatti la legge del celibato ecclesiastico, la cui prima traccia scritta (la quale evidentemente suppone una prassi più antica) si riscontra in un canone del Concilio di Elvira all’inizio del secolo IV, quando ancora fremeva la persecuzione, non fa che dar forza di obbligazione a una certa, diremmo quasi, morale esigenza, che sgorga dal Vangelo e dalla predicazione apostolica. L’alta stima in cui il Divino Maestro mostrò di avere la castità, esaltandola come cosa superiore alla comune capacità, il saperlo “fiore di Madre Vergine” e fin dall’infanzia allevato nella famiglia verginale di Maria e Giuseppe, il vederlo prediligere le anime pure, come i due Giovanni, il Battista e l’Evangelista; l’udire il grande Apostolo Paolo, fedele interprete della legge evangelica e del pensiero di Cristo, predicare i pregi inestimabili della verginità, specialmente in ordine ad un più assiduo servizio di Dio: “Chi è senza moglie, ha sollecitudine delle cose del Signore, del compiacere a Dio” [51]; tutto questo doveva quasi necessariamente far sì che i sacerdoti della Nuova Alleanza sentissero il fascino celestiale di questa eletta virtù, cercassero di essere nel numero di quelli “ai quali è stato concesso di comprendere questa parola” [52], e se ne imponessero spontaneamente l’osservanza, sancita poi ben presto da gravissima legge ecclesiastica in tutta la Chiesa Latina: affinché – come asseriva alla fine del secolo IV il Concilio Cartaginese II – “anche noi osserviamo quello che gli Apostoli hanno insegnato e la stessa antichità ha osservato”.Né mancano testimonianze anche di illustri Padri Orientali, che esaltano l’eccellenza del celibato cattolico e che mostrano esservi stata allora, nei luoghi dove la disciplina era più severa, consonanza anche su questo punto tra la Chiesa Latina e l’Orientale. Sant’Epifanio alla fine dello stesso secolo IV attesta che il celibato già s’estendeva fino ai suddiaconi: “Colui che ancora vive nel matrimonio e attende ai figli, anche se sia marito di una sola donna, non viene tuttavia ammesso (dalla Chiesa) all’ordine di diacono, di presbitero, di vescovo o di suddiacono, ma colui soltanto che si sia separato dall’unica sua consorte o ne sia rimasto vedovo; il che si fa specialmente in quei luoghi dove i canoni ecclesiastici sono osservati con accuratezza”. Ma eloquente sopra tutti è in questa materia il Santo Diacono di Edessa e Dottore della Chiesa universale Efrem Siro, “chiamato meritamente cetra dello Spirito Santo”. Questi, in un suo carme, rivolgendo la parola al Vescovo Abramo, suo amico: “Tu ben rispondi al nome che porti, o Abramo – gli dice – perché tu pure sei stato fatto padre di molti; ma poiché tu non hai una sposa, come Abramo ebbe Sara, ecco che la tua greggia è la tua sposa. Educa i figli di lei nella tua verità, diventino a te figli di spirito e figli della promessa affinché siano eredi nell’Eden. O frutto splendido della castità, nel quale si è compiaciuto il sacerdozio … e il corno riboccante del sacro olio ti unse, la mano sacerdotale si è posata su di te e ti ha eletto, la Chiesa ti ha scelto e ti ha amato”. E altrove: “Non basta al sacerdote ed al nome di lui purificare l’anima e far monda la lingua e lavare le mani e rendere mondo l’intero corpo, mentre offre il vivo Corpo (di Cristo), ma in ogni tempo egli deve essere puro, perché è posto quale mediatore tra Dio ed il genere umano. Sia lode a Colui che ha in tal guisa voluto mondi i suoi ministri”. E San Giovanni Crisostomo afferma che “perciò chi esercita il sacerdozio deve essere così puro come se fosse collocato nei cieli tra quelle Podestà”.Del resto la stessa sublimità, o per usare la frase di Sant’Epifanio, “l’incredibile onore e dignità” del sacerdozio cristiano, già brevemente da Noi esposta, dimostra la somma convenienza del celibato e della legge che lo impone ai ministri dell’altare: chi ha un officio in certo modo superiore a quello dei purissimi spiriti “che stanno al cospetto di Dio” [53], non è forse giusto che debba vivere quanto è possibile come un puro spirito? Chi tutto deve essere “in quelle cose che sono del Signore” [54], non è giusto che sia interamente distaccato dalle cose terrene ed abbia sempre “la sua conversazione ne’ cieli”? [55]. Chi deve essere assiduamente sollecito della salute eterna delle anime e continuare verso di esse l’opera del Redentore, non è forse giusto che si tenga libero dalle preoccupazioni di una famiglia, che assorbirebbe gran parte della sua attività? Ed è davvero spettacolo degno di commossa ammirazione quello, pur così frequente nella Chiesa Cattolica, dei giovani Leviti, che prima di ricevere il sacro Ordine del Suddiaconato, prima cioè di consacrarsi interamente al servizio e al culto di Dio, liberamente rinunziano alle gioie e alle soddisfazioni, che potrebbero onestamente concedersi in un altro genere di vita! Diciamo “liberamente”, poiché, se dopo l’ordinazione non saranno più liberi di contrarre nozze terrene, all’ordinazione stessa però accedono non costretti da veruna legge o persona, ma di propria e spontanea volontà. Non intendiamo però, che quanto siamo venuti dicendo in commendazione del celibato ecclesiastico, sia così interpretato come se volessimo in certo modo biasimare e quasi redarguire la disciplina diversa, legittimamente ammessa nella Chiesa Orientale; ma lo diciamo unicamente per esaltare nel Signore quella verità che riteniamo una delle glorie più pure del sacerdozio cattolico e Ci pare risponda meglio ai desideri del Cuore Santissimo di Gesù e ai suoi disegni sulle anime sacerdotali.

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[49] (Gv 4,24).

[50] (cf Lv 8,33-35).

[51] (1 Cor 7,32).

[52] (cf Mt 19,11).

[53] (cf Tb 12,15).

[54] (Lc 2,49; 1 Cor 7,32).

[55] (cf Fil 3,20).

 

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