Il fedele Giovanni: una fiaba dei fratelli Grimm commentata da Mattia Spaggiari

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C’era una volta un vecchio re che era malato e pensava: «Questo sarà il mio letto di morte!». Allora disse: «Fate venire il mio fedele Giovanni». Il fedele Giovanni era il suo servo prediletto e si chiamava così perché gli era stato fedele per tutta la vita. Quando fu al suo capezzale, il re gli disse: «Mio fedelissimo Giovanni, sento che la mia fine si avvicina e temo solo per mio figlio. È ancora in un’età in cui spesso non si sa che via scegliere, e se tu non mi prometti di insegnargli tutto quello che deve sapere, e di essere il suo tutore, non posso chiudere gli occhi in pace». Il fedele Giovanni rispose: «Non lo abbandonerò e lo servirò con fedeltà, dovesse costarmi la vita». Allora il vecchio re disse: «Muoio contento e in pace». E aggiunse: «Dopo la mia morte devi mostrargli tutto il castello: tutte le stanze, le sale, i sotterranei e i tesori che in esso vi sono. Solo una camera devi nascondergli: quella dove c’è nascosto il ritratto della Principessa dal Tetto d’oro; se per caso la vedesse, proverebbe per lei un amore ardente, cadrebbe svenuto e correrebbe gravi pericoli; devi salvarlo». E dopo che il fedele Giovanni ebbe rinnovata la promessa, il vecchio re tacque, adagiò la testa sul cuscino e morì.

Quando il re fu seppellito, il fedele Giovanni raccontò al giovane quello che aveva promesso a suo padre sul letto di morte e disse: «Lo manterrò certamente e ti sarò fedele, dovesse costarmi la vita». Il giovane piangendo esclamò: «Io pure non dimenticherò mai la tua fedeltà». Finito il lutto, il fedele Giovanni gli disse: «È tempo che tu veda i tuoi beni; voglio mostrarti il castello di tuo padre». Lo condusse in giro da ogni parte, su e giù, e gli fece vedere tutti i tesori e le splendide stanze; soltanto la camera che racchiudeva il ritratto non aprì. Il ritratto era posto in modo che aprendo la porta lo si vedesse subito; era dipinto con tanta arte da sembrare vivo e non vi era al mondo nulla di più soave e di più bello. Ma il giovane re si accorse subito che il fedele Giovanni passava sempre davanti a questa porta senza fermarsi e disse: «Perché questa non la apri?». «Vi è qualcosa dentro che ti spaventerebbe», rispose il servo. Ma il re replicò: «Ho visto tutto il castello; voglio sapere anche che cosa c’è qua dentro». Andò alla porta e cercò di aprirla con forza. Allora il fedele Giovanni lo trattenne e disse: «Prima di morire, ho promesso a tuo padre che non avresti visto quello che vi è nella stanza: potrebbe causare ad entrambi grande sventura». «No», rispose il giovane re, «se non entro è la mia rovina: non avrò pace né di giorno né di notte, finché non l’avrò visto; non me ne andrò di qui finché non avrai aperto.» Il fedele Giovanni vide allora che non vi era più nulla da fare e, col cuore grosso e molti sospiri, cercò la chiave nel grosso mazzo. Poi aprì la porta della stanza ed entrò per primo pensando che il re non potesse vedere il ritratto; ma questi era troppo curioso, si mise sulla punta dei piedi e guardò al di sopra della sua spalla. E quando vide l’immagine della fanciulla, così bella e splendente d’oro, cadde a terra svenuto. Il fedele Giovanni lo sollevò, lo portò a letto e pensò preoccupato: «La disgrazia è avvenuta; Signore, Iddio, che avverrà mai?». Poi lo rianimò con del vino, ma la prima cosa che il giovane disse quando si riebbe fu: «Ah, di chi è quel bel ritratto?». «È la Principessa dal Tetto d’oro», rispose il fedele Giovanni. Allora il re disse: «Il mio amore per lei è così grande che se tutte le foglie degli alberi fossero lingue, non potrebbero esprimerlo. Pur di ottenerla in sposa rischierei la vita; tu sei il mio fedelissimo Giovanni e devi aiutarmi». Il fedele servitore rifletté a lungo su come agire, poiché giungere al cospetto della Principessa era cosa assai difficile. Alla fine escogitò un sistema e disse al re: «Tutto ciò che la circonda è d’oro: tavoli, sedie, piatti, bicchieri, scodelle e ogni altra suppellettile. Fra i tuoi beni vi sono cinque tonnellate d’oro: fanne lavorare una dagli orefici del regno, che ne facciano ogni sorta di vasellame e di utensile, ogni sorta di uccelli, fiere e mostri, con queste cose tenteremo la fortuna». Il re fece radunare tutti gli orefici e li fece lavorare giorno e notte, finché furono pronti gli oggetti più splendidi. Il fedele Giovanni fece allora caricare il tutto su di una nave, indossò abiti da mercante e così fece pure il re in modo da rendersi irriconoscibile. Poi salparono e navigarono a lungo finché giunsero alla città nella quale abitava la Principessa dal Tetto d’oro.

Il fedele Giovanni disse al re di rimanere sulla nave e di aspettarlo. «Forse», disse, «porterò con me la Principessa, per questo abbiate cura che tutto sia in ordine: esponete il vasellame d’oro e fate adornare tutta la nave.» Poi radunò nel grembiule ogni sorta di oggetti d’oro, sbarcò e andò dritto al castello reale. Quando giunse nel cortile del castello c’era alla fonte una bella fanciulla, che aveva in mano due secchi d’oro e attingeva l’acqua. Quand’ella si volse per portar via l’acqua dai bagliori dorati, vide lo straniero e gli domandò chi fosse. Allora egli rispose: «Sono un mercante» e aprì il grembiule, perché potesse guardarvi dentro. Allora ella esclamò: «Oh, che begli oggetti d’oro!»; depose i secchi e si mise ad esaminarli uno dopo l’altro. Poi disse: «Deve vederli la Principessa, gli oggetti d’oro le piacciono tanto che ve li comprerà tutti». Lo prese per mano e lo condusse fino alle stanze superiori, poiché era la cameriera. Quando la Principessa vide la merce, tutta contenta disse: «È così ben lavorata che voglio comprarti tutto». Ma il fedele Giovanni disse: «Io sono soltanto il servo di un mercante; ciò che ho qui è nulla in confronto a quello che il mio padrone ha sulla sua nave; là vi è quanto di più artistico e di più prezioso sia mai stato lavorato in oro». Lei voleva che le portassero tutto al castello, ma lui disse: -Per fare questo occorrono molti giorni, perché vi è moltissima merce; ci vogliono tante sale per esporla che la vostra casa non basterebbe». Così la curiosità e il desiderio crebbero in lei sempre di più, finché disse: «Conducimi alla nave: voglio andare io stessa a vedere i tesori del tuo padrone».

Tutto contento, il fedele Giovanni la condusse sulla nave e il re. quando la vide, credette che il cuore gli scoppiasse e poté trattenersi a fatica. Lei salì sulla nave e il re la condusse all’interno, ma il fedele Giovanni rimase presso il timoniere e ordinò che la nave salpasse: «Spiegate le vele, che voli come un uccello nell’aria!». Intanto all’interno il re le faceva vedere tutti gli oggetti d’oro uno per uno: i piatti, i bicchieri, le ciotole, gli uccelli, le fiere e i mostri. Passarono diverse ore e lei rimirava ogni cosa con tale gioia da non accorgersi che la nave era partita. Quando ebbe esaminato l’ultimo oggetto, ringraziò il mercante e volle ritornare a casa; ma, giunta sul ponte, vide che la nave correva a vele spiegate in alto mare, lontano da terra. «Ah», gridò spaventata, «sono stata ingannata, rapita; sono nelle mani di un mercante: preferirei morire!» Ma il re la prese per mano e disse: «Non sono un mercante ma un re, non inferiore a te per nascita. Se ti ho rapita con l’astuzia è stato solo per il grande amore che ti porto. Quando vidi il tuo ritratto la prima volta, caddi a terra svenuto». All’udire queste parole, la Principessa dal Tetto d’oro si consolò; e fu così spinta ad amarlo, che accettò volentieri di diventare sua moglie. Ma, mentre navigavano in alto mare, il fedele Giovanni, che sedeva a prua e suonava, scorse in aria tre corvi che si avvicinavano in volo. Smise di suonare e ascoltò quel che dicevano, perché li capiva bene. Uno gracchiò: «Ah, si porta a casa la Principessa dal Tetto d’oro!». «Sì», rispose il secondo, «ma non l’ha ancora!» E il terzo disse: «Ma sì, è con lui sulla nave!». Allora il primo riprese a dire: «A che giova questo? Quando sbarcheranno, gli balzerà incontro un cavallo sauro: allora vorrà cavalcarlo e, se lo farà, il cavallo correrà via con lui e si alzerà in volo, cosicché lui non vedrà mai più la sua fanciulla». Il secondo disse: «Non ha modo di salvarsi?». «Oh sì, se colui che è in sella estrae il fucile che è infilato nella cavezza del cavallo e lo uccide, il giovane re è salvo; ma chi può saperlo? E chi sapendolo glielo dicesse diventerebbe di pietra dalla punta dei piedi alle ginocchia.» Allora il secondo disse: «Io so di più, anche se il cavallo viene ucciso, il giovane re non serba la sua sposa! Quando entreranno nel castello troveranno su di un vassoio una camicia nuziale che sembrerà intessuta d’oro e d’argento, ma non si tratterà che di pece e zolfo. Se lui la indosserà brucerà fino al midollo». Il terzo disse: «Non ha modo di salvarsi?». «Oh sì», rispose il secondo, «se uno afferra la camicia con dei guanti e la getta nel fuoco, in modo che bruci, il giovane re è salvo. Ma a che giova? Chi sapendolo glielo dicesse diventerebbe di pietra dal ginocchio al cuore.» Allora il terzo disse: «Io so di più: anche se bruciasse la camicia nuziale, il giovane re non avrebbe ancora la sua sposa. Quando, dopo le nozze, incomincerà il ballo e la giovane regina danzerà, impallidirà all’improvviso e cadrà come morta. E se qualcuno non la solleva e non succhia tre gocce di sangue dalla sua mammella destra e non le risputa, lei morirà. Ma se qualcuno lo sa e lo rivela, diventerà tutto di pietra, dalla testa fino alla punta dei capelli». Quando i corvi si furono scambiati queste parole, volarono via: il fedele Giovanni aveva capito tutto; ma da quel momento in poi fu triste e taciturno: infatti se avesse taciuto al suo signore ciò che aveva udito, questi sarebbe stato infelice, e se glielo avesse rivelato avrebbe dovuto sacrificare la sua stessa vita. Infine si disse: «Voglio salvare il mio signore, anche se questo dovesse causare la mia rovina».

Quando giunsero a terra, accadde quello che il corvo aveva predetto e uno splendido sauro balzò loro incontro. «Oh», esclamò il re, «mi porterà al mio castello» e volle montare in sella; ma il fedele Giovanni lo precedette, balzò velocemente in sella, estrasse l’arma dalla cavezza e uccise il cavallo. Allora gli altri servi del re, che non amavano il fedele Giovanni esclamarono: «Che cosa ignobile, uccidere quel bell’ animale che doveva portare il re al castello!». Ma il re disse: «Tacete e lasciatelo fare: è il mio fedelissimo Giovanni, avrà un buon motivo». Poi andarono al castello e nella sala c’era il vassoio sul quale era posata la camicia nuziale, che sembrava tutta d’oro e d’argento. Il giovane re si fece avanti per prenderla, ma il fedele Giovanni lo spinse via, afferrò la camicia con i guanti, la gettò nel fuoco e la bruciò. Gli altri servi ricominciarono a mormorare e dissero: «Guardate, ora brucia persino la camicia nuziale del re!». Ma il giovane re disse: «Avrà un buon motivo, lasciatelo fare, è il mio fedelissimo Giovanni». Poi si celebrarono le nozze; il ballo incominciò e anche la sposa vi prese parte. Il fedele Giovanni stava attento e la guardava in viso. D’un tratto impallidì e cadde a terra come morta. .Allora egli corse da lei e la portò in una stanza; qui la distese, si inginocchiò, succhiò le tre gocce di sangue dalla sua mammella destra e le sputò. Subito lei riprese a respirare e si riebbe, ma il giovane re aveva visto tutto e, non sapendo perché il fedele Giovanni lo avesse fatto, andò in collera e gridò: «Gettatelo in prigione!». Il mattino dopo il fedele Giovanni fu condannato e condotto al patibolo e quando fu lassù e stava per essere giustiziato, disse: «Chi deve morire, può parlare ancora una volta prima della sua fine; ho anch’io questo diritto?». «Sì», rispose il re, «ti sia concesso.» Allora il fedele Giovanni disse: «Sono condannato ingiustamente e ti sono sempre stato fedele». E gli raccontò come avesse udito sul mare il discorso dei corvi e deciso di salvare il suo signore; per questo aveva dovuto fare tutto : ;quello che aveva fatto. Allora il re esclamò: «Oh mio fedelissimo Giovanni! Grazia! Grazia! Portatelo giù». Ma il fedele Giovanni, appena aveva pronunciato l’ultima parola, era caduto senza vita ed era diventato di pietra. Il re e la regina se ne afflissero molto e il re diceva: «Ah, come ho mai ricompensato tanta fedeltà!». Fece sollevare la statua di pietra e la fece mettere nella sua stanza accanto al suo letto. Ogni volta che la guardava piangeva e diceva: «Ah, potessi ridarti la vita. mio fedelissimo Giovanni!».

Passò qualche tempo e la regina partorì due gemelli, due maschietti, che crebbero ed erano la sua gioia. Un giorno che la regina era in chiesa e i due bambini giocavano accanto al padre, il re guardò la statua di pietra con grande tristezza, sospirò e disse: «Ah, potessi ridarti la vita, mio fedelissimo Giovanni!». Allora la statua incominciò a parlare e disse: «Sì, puoi ridarmi la vita se sarai disposto a dare ciò che ti è più caro». Allora il re esclamò: «Per te darò tutto quello che ho al mondo!». La statua di pietra proseguì: «Se di tua mano tagli la testa ai tuoi due bambini e mi ricopri con il loro sangue, allora riavrò la vita». Il re inorridì quando udì che doveva uccidere egli stesso i suoi diletti figli, ma pensò alla grande fedeltà del fedele Giovanni, che era morto per lui: trasse la spaia e di sua mano tagliò la testa ai bambini. E quando ebbe ricoperto la statua con il loro sangue, essa si animò e il fedele Giovanni gli stette di nuovo innanzi, fresco e sano. Ed egli disse al re: «Voglio ricompensare la tua lealtà» e prese le teste dei bambini, le rimise sul busto e spalmò le ferite col loro sangue. In un attimo i bambini tornarono sani e ripresero a saltare e a giocare come se nulla fosse accaduto. Il re era felice e, quando vide venire la regina, nascose il fedele Giovanni e i due bambini in un grande armadio. Quando lei entrò le disse: «Hai pregato in chiesa?». «Sì», rispose la regina, «ma ho sempre pensato al fedele Giovanni che è stato così sventurato per colpa nostra.» Allora egli disse: «Cara moglie, noi possiamo ridargli la vita, ma a prezzo del sacrificio dei nostri figlioletti». La regina impallidì e le si gelò il sangue, ma disse: «Glielo dobbiamo per la sua grande fedeltà». E il re si rallegrò che pensasse come lui; andò ad aprire l’armadio e ne uscirono i bambini e il fedele Giovanni. Il re disse: «Grazie a Dio egli è libero dall’incantesimo e abbiamo ancora i nostri figlioletti». E le raccontò tutto quello che era successo. Poi vissero felici insieme fino alla morte.


Commento di Mattia Spaggiari

Le fiabe dicono la verità: non sono esse metafora della realtà, ma sì la realtà è di quelle metafora. Le fiabe sono il vero visto cogli occhi dello spirito che certo più di quelli del corpo possono serbarsi fedeli a quella verità assoluta celata negli occhi di Dio.

Come accade tutto ciò? Noi siamo usi a dar per iscontato che la verità sia quella fattuale, quella cioè popolata da tale barbara feralità da ammetter solo qualche festosa eccezione, al solo fine non inebriarsi del suo vino annacquato: ebbene, dobbiamo proprio noi tutti esser figli di Tucidide? e disertar la ben diversamente opulenta cattedra di Erodoto? È vero, la vichiana età degli dei è ormai lontana, e quella degli eroi ha già ceduto pur essa il passo al deserto dell’urbanamente e cordialmente mediocre “civiltà” degli uomini, per cui non sembrerebbe più coerente parlare di giganti, draghi, Re e cavalieri in un mondo di nani rintanati a scribacchiare nelle loro caverne; ormai il reale ha subito una tale divaricazione dall’ideale – ed è bene che sia così! Come avremmo potuto altrimenti ricordare che la nostra patria sono i Cieli e non la terra? – che la poesia stessa da naive s’è fatta sentimentalische.

Quando il mondo era ancor giovane e vigoroso ed ogni cosa aveva proporzioni mastodontiche, allora l’uomo non aveva bisogno d’alcun artifizio per accrescer la realtà, ma la raccontava esattamente per quell’idealità realizzata che era: e questo modo di vedere, di pensare, infine solamente di raccontare rimase in eredità ai posteri, greci e romani, eredi d’un mondo sempre più piccolo e meschino ove ormai le campagne elettorali avevano preso il posto delle titanomachie. Eppure anche in questo mondo invecchiato noi dobbiamo esser certi dell’esistenza d’una più elevata verità fiabesca che si cela tra le pieghe della nostra apparentemente grigia esistenza. La questione sta tutta nell’attribuzione della palma di pietra del paragone alla sensibilità (e avremo Guicciardini), all’intelletto analitico (e avremo Machiavelli) oppure alla memoria platonica (e avremo la verità). Ora, le fiabe popolari non sono racconti inventati, ma celano sempre dietro al loro velo d’apparente candore un qualche fatto storico, molto spesso tragico; non mi dilungo su questo tema, ma v’assicuro che persino Biancaneve è realmente esistita. Esse però non ci tramandano il fatto nella sua esteriorità, l’unica che interessa ai sedicenti storici degli ultimi tre secoli, bensì nel suo significato profondo: questo per la semplice ragione che il dato sensibile vi è filtrato attraverso la coscienza di più persone, di cui di solito una parte significativa è costituita da uomini medievali, o comunque uomini che ragionavano con una mentalità non moderna, quella che più o meno e sempre più faticosamente s’è conservata almeno nelle comunità rurali fino alla seconda metà del XIX secolo.

La coscienza dell’uomo medievale, che sta a noi moderni esattamente come l’età degli dei sta a quella degli uomini, è profondamente diversa dalla nostra, in quanto presuppone un modo differente d’accostarsi alla realtà: essa vede il mondo cogli occhi dell’eternità; guardando intorno a sé non vede che allegorie. La sua mente, avvezza alla compagnia di Dio e familiare dell’assoluto, compone mosaici bizantini o Apocalissi di Bamberga, non certo Cappelle Sistine. Per di più la fiaba è un’opera collettiva, frutto della coscienza d’una data comunità: una medesima storia può esser raccontata in maniera diversa da ogni suo membro e andare arricchendosi di nuovi particolari e sfaccettature dall’intreccio delle varie versioni o dall’avvento di nuove condizioni storiche che portano ad enfatizzare, sviluppare o tacere certi aspetti; oppure un vate, il custode della cultura della comunità, che talvolta coincide coll’autorità religiosa, può farsi carico di tramandare la versione ufficiale, quella in cui tutti si riconoscono, e così dalla stessa radice della fiaba nasce la poesia epica. Nel mondo cristiano ogni coscienza s’abbevera, quale più quale meno, alla sorgente della Verità, cioè lo Spirito Santo che abita in essa, ed ogni comunità locale è parte dell’unica comunità universale dei fedeli, cioè la Chiesa: dunque possiamo dire che per certi versi la fiaba è la storia vista cogli occhi della Chiesa. Non stupisce allora che in molte fiabe si possano rintracciare verità teologiche straordinarie celate dietro vicende assai poco libresche.

Prendiamo per esempio Il fedele Giovanni, la numero 6 delle Fiabe del focolare raccolte dai fratelli Grimm in giro per la Germania. Prima di cominciare la nostra breve esegesi, ci urge una domanda fondamentale: se la verità sta nella fiaba stessa, che bisogno c’è di spiegarla? Giusta osservazione, cui rispondo che sì, il mondo è stato creato dal Signore non per rimanere astratto ideale ma per vivere concretamente, per cui ogni idea che non si faccia creatura è necessariamente incompiuta; tuttavia esiste un significato superiore che soggiace sia a quella dimensione «umana, troppo umana», che noi chiamiamo mondo reale sia al mondo eroico, ed è la verità assoluta, quei principî generalissimi che sono il «sugo» dell’una e dell’altra storia. Il compito dell’esegeta sarà allora, senza scadere in un arido trattato sui massimi sistemi, ma ricordandosi anzi che il miglior critico è il poeta, di chiarire a vive immagini il rapporto che intercorre tra la verità, la sua allegoria sostanziale che è la fiaba e la sua allegoria esistenziale che è quel variopinto involucro che noi usualmente riconosciamo come la nostra vita.

Infatti tutti noi uomini siamo come quel Principe, principesche metafore ignare della nostra nobiltà: la nostra vita scorre nel breve giro degli angusti anditi delle nostre stanze fino a quando non diveniamo adulti, cioè fino a quando non diveniamo responsabili, sovrani della nostra vita. Ma qual è la molla che ci premette di far questo salto, che ci permette di divenire adulti? È presto detto: l’amore, quell’incontenibile anelito verso l’assoluto che ci rende tutti quanti insofferenti alle regole, alle consuetudini, ai limiti della nostra vetusta vita di sempre, quel canto misterioso che ci spinge ad esplorare le più remote regioni della terra e del cielo in cerca della Verità, della Giustizia e della Bellezza assolute; abbiamo tra i sedici e i vent’anni, ed abbiamo finalmente imparato che cosa significhi rinnegare noi stessi, e così muta totalmente il nostro rapporto con Dio e con gli uomini, e diveniamo capaci d’innamorarci. Nostro padre il Re teme il male che potrà venire da questa tempesta e vorrebbe segregarci per sempre nella nostra ala del castello, ma la sua opposizione è velleitaria: una volta messi a parte della sua esistenza, di tutti i frutti dell’immenso giardino noi non desideriamo che quello dell’albero della conoscenza del Bene e del Male, l’unico frutto che può immergerci nell’infinito grembo del Sapere divino, che può portare a compimento la nostra comunione con Dio; mangiare quel frutto, abbandonare le certezze del vecchio mondo pacifico, aprire quella porta diviene per noi quasi un sacro dovere, un imperativo della coscienza: la nostra scelta è ora tra il rimorso e il rimpianto, tra i patimenti delle mille prove che dovremo affrontare ed il tormento dell’impossibilità. Se vogliamo crescere dobbiamo scegliere la strada del rimorso, salvo poi non aver rimorso alcuno nel perseguire il nostro obiettivo coi giusti mezzi.

Eccoci dunque via di casa, in giro per il mondo alla ricerca del tesoro più prezioso, di quella perla per cui il mercante è disposto a vender tutti i suoi averi. Sappiamo che esso non è di questo mondo: l’amata vive in un Regno dorato, incommensurabilmente più ricco del nostro misero staterello. Allora per impadronirci d’un tesoro più grande di noi che se ne sta nascosto nell’Iperuranio ci serviranno due risorse fondamentali: l’umiltà che ci porta a fingerci meno di ciò che siamo, e la virtù, che fa risplender quel poco che abbiamo. Come diceva Plotino: chi ama la Bellezza diventa bello; non per noi, ma sempre per un bene superiore noi apprendiamo a rifulger di tutti i nostri raggi. La Principessa è più bella del suo ritratto: la verità supera sempre le nostre attese, i progetti che Dio ha per noi travalicano sempre quelli che la nostra mente si finge. Ella impara ad amarci non come mercanti, non come filosofi o giuristi o artisti, ma come uomini, per ciò che realmente siamo: così l’amore è sempre amore della sostanza e mai dell’accidente, è sempre del Re che si cela dietro il mercante, del cuore generoso anche quando insiste a macchiarsi di peccati contro la sua stessa volontà. Ora, sembrerebbe che la Principessa sia una nostra conquista, ma in realtà è stato il nostro fedele Giovanni a permetterci di conquistarla: egli è colui che ci ha insegnato ad essere Re, che ci ha mostrato il castello in cui avremo vissuto e che sempre ci guida e ci protegge.

Ciò significa che è impossibile conoscere verità superiori all’uomo senza la guida di Cristo, che è attivo anche prima della sua incarnazione nelle ragioni seminali nonché nella divina Provvidenza. E infatti senza di Lui il dolce possesso faticosamente conquistato, l’unico fine della nostra vita, non potrebbe mantenersi: esso è minacciato dallo scorrere del tempo, veloce quanto un cavallo sauro, dalle distrazioni del mondo, splendenti quanto l’oro e l’argento d’una camicia nuziale, ma soprattutto dal peccato originale, la malattia che scorre nelle nostre vene ed avvelena il latte con cui la madre nutre i suoi figli. Il Re per amore della bella sposa potrà fissare il suo sguardo sull’eternità ed esser più forte del tempo e delle tentazioni del mondo, ma non potrà mai vincer da sé il peccato che lo attanaglia. Novello Giobbe, egli può soffrire che colui che gli ha portato l’amata possa togliergli ogni bene, ma non che insidî la ragione stessa della sua vita; Giovanni dopotutto non voleva togliergli la moglie, soltanto purificarla: eppure il Re non può tollerare che quella verità trascendente per cui ha sempre lottato abbia un fondamento sovrannaturale di cui essa è soltanto figura. Il pagano così come l’uomo privo di fede formata potrà persino esser più austero e povero d’un autentico cristiano, ma messo dinanzi a chi fa vacillare i pilastri della sua vita, non vorrà accettare di cessar di vivere secondo la carne. Eppure, quando il fedele Giovanni, morendo per lui, gli rivela il suo sacrificio, soltanto allora il Re comprende l’errore e si dispera. Egli possiede il massimo che la natura può offrirgli, ma ha perduto l’unico suo vero amico; ma, ancor di più, si duole d’averlo condannato, è tormentato dal senso di colpa. Ha scoperto che tutto il suo mondo dorato non vale nulla senza il suo fedele Giovanni, di cui tiene il cadavere pietrificato nella stanza da letto, come fosse un crocefisso, perpetuo memento della propria colpa e della sofferenza redentrice. Redentrice, giacché egli ha ancora una possibilità: uccidere i suoi figli, rinunziare al frutto della propria carne per riportare in vita il suo amico, per consentirgli d’accompagnarlo ancora nella sua vita. E come allora era stato per lui un imperativo categorico aprire la porta proibita, così lo è ora uccidere la propria prole: non per piacere, ma per puro dovere, contro ogni interesse ed ogni convenienza naturale, solamente per compiere un atto di giustizia. Ecco il vero significato della morale kantiana! Soltanto un’azione disinteressata è morale! Sempre disinteressato è l’atto che si compie per amore! Proprio in quell’azione che la nostra mente nella sua logica di profitto non può spiegare, ma che nonostante ciò sappiamo esser giusta sta il principio della nostra libertà, si nasconde l’atto con cui aderiamo alla Verità rivelata: e così noi possiamo obbedire non solo alla legge naturale che ci trascende, ma anche e soprattutto a quella Legge sovrannaturale che non istà nella nostra coscienza, ma che la nostra coscienza soltanto può apprendere dalle divine labbra di Colui che Sant’Agostino chiamava “il Maestro interiore”.

D’altronde, come avrebbe potuto Abramo salir quella mattina sul monte Moria se a sospingere i suoi passi non ci fosse stata la legge del dovere gratuito, trasfigurata ormai – com’è giusto che sia – in legge di devota ed amorosa obbedienza a Dio? Ed ecco il sangue del nostro futuro spezzato restituir la vita al nostro fido consigliere. Ma può egli volere il male? No di certo, tant’è che immantinente restituisce la vita ai piccoli, consacrandoli, attraverso la morte battesimale, ad una nuova esistenza. Dopotutto, per entrare nel Regno dei Cieli, quello in cui tutti i salvati alla fine vivranno felici e contenti, bisogna «rinascere una seconda volta» secondo lo Spirito. E finalmente anche il mondo potrà avere un senso: anche la verità naturale, la bella Regina che abbiamo conquistato a sì gran prezzo, potrà alfine, rinata anch’essa nel sacrificio redentore, rifulgere come la luna illuminata dal sole, rischiarando colla sua luce figurale la notte oscura della nostra vita: una vita consacrata nell’amore d’un Astro dalla luce assai più sottile. E siccome i tedeschi non possono mai accantonare la tormentosa cognizione del limite e rinunciare alla loro proverbiale Sehnsucht, i Grimm si premurano di ricordarci che la morte spalancherà a questi personaggi orizzonti di ben altra ampiezza.

Un commento a "Il fedele Giovanni: una fiaba dei fratelli Grimm commentata da Mattia Spaggiari"

  1. #Simone Petrus Basileus I.G,   9 febbraio 2018 at 3:47 pm

    Davvero una bella fiaba e un bel commento! Complimenti!

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