M. Blondet recensisce “Il declino del sacro” (M. Sambruna, ERS)

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Maurizio Blondet, che ringraziamo, regala a sorpresa ai suoi e ai nostri lettori la bella recensione, “incastonata” in un articolo, di una tra le ultimissime novità per i tipi delle nostre Edizioni: si tratta de Il declino del sacro. Rumore sociale, mass media e nichilismo, l’ottimo saggio di Marco Sambruna. Il link all’articolo completo di Blondet è questo. [RS]

 

di Maurizio Blondet

 

[…] Sono segnali di cui non ci si allarma abbastanza. E’ il segno che l’irresponsabilità egoista e ottusa verso la società  che è propria  dei drogati sprovveduti dei ceti  bassi degradati, ha intaccato ormai ceti che, per professione  e dignità sociale, dovrebbero sentire il dovere di difendere ed alzare l’ordine civile e morale, se non altro per rispetto dei concittadini che li pagano.

L’irresponsabilità delle classi dirigenti, o almeno colte e civili, verso i concittadini, verso –  osiamo dirlo – la patria, è un sintomo terminale. Pubblici ufficiali, docenti e magistrati   non si sentono più responsabili dei loro atti. L’esibizione di lascivia non sembra loro una cosa indecente di cui  trattenersi. Il sopruso e la schiavizzazione  verso persone loro affidate,  una cosetta da nulla. E questi comportamenti diventano sempre più frequenti. E’ lo sbocco dello sradicamento completo dal cristianesimo dalla società italiana, certo.

Ma peggio: è la sostituzione del Dio cristiano con una “nuova religione”, come documenta  il  filosofo e storico  Marco Sambruna nel suo saggio da leggere, “Il declino del sacro – rumore sociale, mass-media e nichilismo” (Edizioni RadioSpada, 208 pagine, 14,90 euro). E’ l’esito ultimo dell’individualismo come agente patogeno di matrice protestante e liberal-borghese:  l’idea, enunciata a suo tempo con suprema chiarezza da Margareth Thatcher, che la società non esiste,  esistono solo gli individui che la compongono; da cui consegue  che  la società non  ha per sì diritti, nè difensori di questi diritti collettivi.

L’individualismo è diventato oggi un “dogma”, è diventato  “la nuova religione”. Coniugato col mercantilismo consumista che riduce l’individuo a compratore desiderante,  ne ha svalorizzato ai suoi occhi, schernito e infine smantellato i comportamenti che per secoli hanno retto ogni società ordinata ed ogni pedagogia educativa: l’educazione all’auto-controllo, a  ritardare la gratificazione, alla sobrietà e razionalità.  In una parola, alla responsabilità non verso “il prossimo” cristianamente inteso (che non basta e non serve, se assolve), ma verso la propria comunità nazionale e culturale di cui ci si senta tenuti  a migliorare.

L’infantilizzazione dei viziosi

Niente di tutto questo  nel nuovo ethos. Esso mira a “deresponsabilizzare” l’individuo con “l’infantilizzarlo”. E’ la strategia del consumismo totale, ridurre i ceti subalterni a “farsi agire da pulsioni”, dominare dal “soddisfacimento di voglie immediate anziché bisogni reali”. E’ infatti l’avidità infantile, elenca Sambruna,  quella che:

  • Non sopporta l’autocontrollo, ossia l’educazione alla sobrietà, perché protesa al possesso di beni quasi sempre con finalità ludiche. Il bene stesso è percepito come un giocattolo […]
  • Non sopporta la gratificazione ritardata ossia il risparmio, perché pretende il soddisfacimento di voglie immediate e non bisogni reali.
  • Non sopporta la razionalità e l’ordine perché le voglie devono essere soddisfatte nel momento stesso in cui sorgono e non possono essere posposte ad altre priorità, quasi sempre più opportune per il benessere del soggetto”. E nemmeno parliamo del benessere della società in quanto tale, i cui diritti sovra-individuali sono spregiati (occasionalmente come “fascismo”, o “collettivismo” e “statalismo”).

Le agenzie (anti)educative di diffusione dell’ethos infantilistico  fanno credere  che il successo si ottenga “senza fatica”  e “senza sacrificio, rinunce e disciplina”. Alimentano “il mito giovanilistico della spensieratezza e della irresponsabilità perenne”. Impongono  “la privatizzazione dei valori” – come si sono privatizzati gli enti di servizio pubblico, istituzioni volte agli interessi collettivi per una nazione che si propone di durare oltre la generazione attuale.  Nelle  vite personali degli “sprovveduti”, si è instaurato l’atteggiamento per cui “il bene privato prevale sul bene pubblico, l’istantaneo prevale sul duraturo, la gratificazione immediata sulla differita, il gioco sul lavoro”.

Questa è – spero si capisca – una compiuta ed efficace pedagogia per la ”formazione” di  tossicodipendenti da discoteca e frequentatori di prostitute e prostituti della tratta, generazioni di infinite Pamele. So già, per esperienza, come reagiscono le Pamele quando si cerca di trattenerle, prima, dal cadere nella fossa della dipendenza – o del “grande amore”   del momento: “Nessuno mi  deve dire come vivere la mia vita. Io la vivo come voglio”.  Non si rende conto  che  vive come vuole il sistema, desiderando ciò che il sistema gli fa desiderare; che  le sue voglie “la agiscono” invece che essere lei a gestirle, priva ormai della tenuta e fortezza che non ha mai imparato ad esercitare –  perché  “resistere alle tentazioni” è stato tanto schernito e deriso da essere ridicolo solo proporlo, allo stesso modo che “evitare le cattive compagnie”.  E ormai la Chiesa cattolica offre una “religione low cost”  che asseconda, invece di contrastare, questa deriva mortale. Facendosene complice.

Relativismo dogmatico

La cosa grave è che in queste torme infantilizzate, ignoranti e  soggette al primo impulso,  è stato insufflato   “il dogmatismo intransigente”, quel conformismo d’acciaio che fa rifiutare, con le idee nuove, ogni  critica della condizione sociale, che invariabilmente  sentono come critica al loro modo di vita privato. Vige ormai,  pesante come una cappa di piombo sulla nostra  epoca,  ciò che Sambruna chiama felicemente “il relativismo intollerante”. Il relativismo che mentre dichiara l’equivalenza di tutti i valori e la liceità di ogni modo di vita,  in realtà non tollera – e sopprime dal  discorso pubblico –  tutti i modi e valori che non siano i propri.  Il totalitarismo  in cui viviamo, sorvegliato  dalle sue vittime, che loro chiamano “Libertà”.  Vogliono vivere nella menzogna perché la verità costerebbe loro “rinunce”  e “sacrifici”. Fine.

Questo ethos  è pensato per le classi che ho detto subalterne,  che non servono più nel capitalismo terminale.  Ma gli esempi del magistrato  aperto dominatore sessuale  delle sue allieve, del professore che concupisce fino a farsi denunciare, incapaci di trattenersi  dalle pulsioni e vizi mostrano che vi sono ormai irretite le classi dirigenti. O come dice Sambruna,  che l’ethos nichilista, dopo aver sostituito la religione, ha sostituito “la politica come principio conformante dei mondi della vita”. Il che rende il male ormai irreversibile, senza una presa di coscienza della fossa in cui, come nazione,  ci siamo cacciati.

Che fare? Aspetto idee.  Questo  pezzo è già troppo lungo.

Ma personalmente,  se devo ricordare cosa mi ha educato da piccolo a non essere come loro, le  generazioni irresponsabili infantili, devo dire che non è stato, immediatamente, la fede cristiana. Sono state le maestre. Come mi è capitato di dire altre volte, io  ho cominciato la prima elementare nel 1949: le maestre, dunque, erano   ancora quelle educate nel passato regime, ed educavano ancora secondo quella pedagogia.  Se dico che educavano all’amor di patria, devo subito aggiungere che nulla aveva  in comune con la  frenesia viscerale che coglie gli italiani quando vince la Nazionale di Calcio. Non era nemmeno   ciò  che una Boldrini potrebbe chiamare “nazionalismo”, perché  la patria  che ci insegnavano ad amare, era una patria sconfitta nella guerra e nella vergogna, circolavano ancora numerosi i mutilati. No: ci insegnavano che la patria era povera (anzitutto di materie prime) e che  la sua risorsa erano le nostre intelligenze, qualità umane, creatività,  che dovevamo sviluppare per migliorare  il posto  della patria nel mondo.  Non dovevamo “essere di peso” alla nostra famiglia, e alla patria, le nostre negligenze e incurie, si riflettevano sulla patria, la danneggiavano, la sminuivano.  La sobrietà  personale, il lavoro onesto, lo spirito di sacrificio era un dovere che avevamo verso i concittadini più adulti, a cominciare dai nostri genitori,  che stavano faticando, che erano disoccupati, che erano tornati mutilati.

Ebbene: molte volte nella follia e ribellione adolescenziale, mi ha trattenuto dal peggio, da  abitudini viziose, da “cattive compagnie”,   il ritegno di “essere di peso”  ai miei, diventare “un peso”  per la comunità. Come spero a milioni di italiani ancora, mi è stata insufflata la responsabilità verso la comunità storica e sociale in cui sono nato. Ma cosa succede quando gli extracomunitari, gli irresponsabili, sono i nostri figli, o i nostri giudici e insegnanti?

 

 

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