Osservazioni politiche e socio-economiche al cospetto della Verità universale

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Dei misteri e delle meraviglie dei divini doni: fede, speranza e carità.

di Domenico Dimatera

Nel grave e caotico scenario odierno, mentre l’anticristiano progetto del “piccolo architetto”1, Simia Dei diabolus, vacilla (<<Tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla>> cit. G. Chesterton) nel triste e patetico obiettivo della costruzione di una “Repubblica Universale”, impantanata, nel buio dei moderni tempi, in tutti i suoi cantieri – nella palude della sua stessa globalizzazione, scimmiottando l’universalismo cattolico tra continue esalazioni tossiche di nichilismo, relativismo, liberalismo e dunque modernismo –, il panorama politico appare sempre più paradossale, bizzarro, e il famoso Nuovo “Ordine” Mondiale presenta ancora delle falle, dei buchi neri, nel cosmo del Mysterium iniquitatis, architettati verosimilmente e provvidenzialmente dalle magistrali opere dei molteplici e misteriosi Katéchon.

D’altronde le vie del Signore sono imperscrutabili e sorprendono misteriosamente l’uomo; è bene tenersi pronti, vigili, all’opera.

Indugiare nelle acque stagnanti del pessimismo e dell’ottimismo è cosa effimera avendo ogni uomo un dovere missionario; ogni uomo nel suo piccolo, pur granello di polvere nell’immenso divin disegno, deve agire attraverso le cardinali virtù, forte della grandiosità e della meraviglia2 dei tre divini doni: fede, speranza e carità, sgorganti dalla preziosissima fonte del mistero della Trinità.

Ordunque, a fronte dell’odierno marasma, si ricordi – e si ragioni, al di là delle nebbie del pandemonio partitico – che il parteggiare politico ha ragion d’essere, beninteso, solo nella reazione al sistema secolarizzato, ai progetti e ai frutti, ormai maturi, della rivoluzione gnostica.

Al di là di astruse etichette, come ben ricorda il dott. Carlo Manetti in riferimento al pensiero di Jean Madiran: la destra oggettivamente, ontologicamente, non esiste, ma esiste una sinistra – non certo un concetto stabile, ma comunque una realtà oggettiva – la quale è la concreta attuazione hic et nunc della rivoluzione, la sua oggettivizzazione – nelle contingenze della rivoluzione francese –, il suo estremismo.

Infatti, come afferma magistralmente Madiran nel suo bel saggio La destra e la sinistra:

<<La distinzione tra una destra e una sinistra è sempre iniziativa della sinistra, presa dalla sinistra a profitto della sinistra, per rovesciare il potere o per insediarvisi […] Coloro che instaurano o rilanciano nel gioco destra e sinistra, fanno parte essi stessi della sinistra, delimitano una destra per escluderla e per combatterla…>>.

Ora – sempre nel dire del Manetti –, ne dobbiamo innanzitutto dedurre che la sinistra non coincide con la rivoluzione, ma è solo parte di quella rivoluzione e, altresì, che esiste un’altra parte, una sua parte, ad essa funzionale, che finisce a destra.

Un esempio di questa destra rivoluzionaria è il Bonapartismo, istituzionalizzazione della rivoluzione, la rivoluzione che si fa regime (molti cattolici ne furono attirati, analogamente a quanto avvenne tempo fa con la Democrazia Cristiana).

Un altro esempio, forse più eclatante ancorché logico ed evidente, è quello del pensiero liberale, che come ben sappiamo è sia un pensiero tipicamente di destra – sempre nell’ottica e nei progetti della sinistra – che il concetto cardine, l’essenza, della rivoluzione.

Il liberalismo è difatti la libertà intesa come somma categoria, ovvero il “faccio ciò che mi pare”, la ribellione all’ancien régime, il libertinaggio, una libertà senza valori che per l’appunto si pone in coerente continuità di perversione con i concetti quali libertà, fratellanza e uguaglianza.3

La libertà dal proprio Creatore, il quale nella gnosi, quindi nella visione luciferina, diventa non a caso il cattivo demiurgo. Una libertà attraverso lo sguardo dell’Antico Nemico.

Nei riguardi del liberalismo è bene tener presente anche la sua parentela con l’assolutismo.

Non a caso, nel contesto dell’assolutismo, quando un sovrano vuole disfarsi del diritto naturale e far prepotentemente ciò che più gli aggrada, vien detto absolutus, ovverosia sciolto, libero, senza limiti. Ne consegue che il liberalismo non è, come spesso si crede, contrario all’assolutismo, ma è invero il padre dottrinale dell’assolutismo (C. Manetti).

Un altro esempio clamoroso, nel dire del Manetti è, giustamente, quello del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, in cui è chiara la radice marxista di estrema sinistra, decorata grottescamente di nazionalismo e di razzismo (e dunque per varie congiunture, di comodo posto a destra). Quest’ultimo, il razzismo, lo si può trovare nel pensiero stesso di illuministi come Chamberlain e de Gobineau (il tutto ovviamente risalente all’antica matrice gnostico-luciferina, vecchio inganno sempre nuovo per la storia umana, o meglio, per la mente umana che si rivolge al lume della follia anziché alla luce della Rivelazione).

Sicché il problema non può darsi nella contrapposizione tra destra e sinistra.

Quanto meno non ci si dovrebbe ancorare alle etichette, crogiolandosi tra ideologie figlie dello stesso pensiero gnostico, pena le inevitabili confusioni, equivoci d’ogni risma, deviazioni dalle mille facce, e così il perdersi tra oscuri sentieri, allontanandosi dalla strada maestra, dall’obiettivo primario e appunto, presto detto, dall’Unica Via Verità e Vita.

È sì importante ricordare che la dicotomia destra-sinistra nasce ufficialmente proprio durante il periodo rivoluzionario in Francia, quando, negli Stati generali del 5 maggio 1789 venne man mano ad affermarsi una certa usanza che vide Primo, Secondo e Terzo Stato disporsi in vari schieramenti, a sinistra e a destra del re. Schieramenti sfumati e fuorvianti sia nella teoria che nel loro espletamento.

Se di posizioni v’è da disquisire, si pensi tosto a quella dei vandeani. Costoro non a destra né a sinistra si ponevano ma al di fuori della rivoluzione; totalmente contrari ad essa; reagivano ad essa.

Ebbene, al di là di questo aneddoto con i relativi schieramenti che molte menti turbano e ingannano – non così diversamente da quanto oggi accade –, lungi da equivoci e confusioni d’ogni sorta e viste le radici ideologiche della rivoluzione e i suoi reali fini: da opporre significativamente ad essa, alla rivoluzione, v’è solo e unicamente la Tradizione, la vera, la Sacra Tradizione e orbene la Santa Messa.

Che in effetti, nell’azione politica, questa reazione abbisogni di qualche denominazione e organizzazione, è questione secondaria; la primaria e imprescindibile è inerente alla sua sostanza e al suo agire nel rispetto del Magistero della Chiesa Cattolica Romana per rispondere adeguatamente a quel sovvertimento, alla rivoluzione e a tutti i suoi inganni, evitando le spiacevoli situazioni che attualmente, forse più di ieri, si presentano nel panorama politico generale, con particolare riguardo al mondo cosiddetto di destra – nella sua frammentarietà che accoglie quasi tutte le ideologie allo stesso insensato modo della sinistra –, e alle sue pericolose derive nel neo-conservatorismo.

Importante è quindi difendersi con viril coraggio nel baluardo della fede, armati dello scudo della Verità di Cristo e della spada della ragione che, alla fede, è complementare pur distinta nella sua essenza. Fede e ragione non van mai divise.

La fede cristiana è basata sulla realtà oggettiva, sulla Verità Rivelata la quale è – nel dire di san Tommaso d’Aquino – un assenso speculativo-intellettuale alle verità rivelate.

La rivoluzione, ricordiamo, è volontà pura, quella di un uomo che ha abbandonato il suo Creatore; è l’affermazione di sé contro la natura e contro Dio, quell’io hegeliano che, assurdamente e demenzialmente (giacché la rivoluzione è privazione di ragione), creerebbe il reale.

La rivoluzione è difatti follia, mancanza di ragione, essendo essa stessa contro la vera ragione. L’illuminismo osanna in effetti il razionalismo che è il ragionar calpestando l’etica e la morale come anche la legge naturale, ignorando ch’esse promanano dalla legge eterna, fonte di tutte le leggi.

È la Tradizione della Verità Rivelata, invece, ad esser basata sull’oggettività, sulla vera ragione. Senza questa l’uomo è perso, schiavo globale delle sue basse passioni, noncurante della sua realtà ferita nel mistero del peccato originale. Schiavo dell’odio verso se stesso e verso il suo Creatore, quindi una vile contraddizione.

Come suggerisce il prof. Massimo Viglione, posson delinearsi nella nostra storia cinque principali rivoluzioni, o beninteso, cinque principali tappe dell’unica rivoluzione gnostica.

La prima è facilmente riscontrabile nella rivoluzione protestante, riguardante in primis l’ambito religioso.

La seconda è la famosa rivoluzione francese, che al religioso annette, principalmente, anche l’ambito politico e socio-economico, analogamente a come fa la terza che è ravvisabile nella rivoluzione comunista, anche se in modi differenti.

La quarta la riscontriamo invece nella rivoluzione sessantottina, il cui peso grava, oltre che su tutti i precedenti ambiti, anche e soprattutto sul campo etico-morale.

La quinta, infine, quella contemporanea, sarebbe una rivoluzione antropologica, tra omosessualismo e transessualismo imperanti, fino ad arrivare, oltre i limiti dell’assurdo, alla teoria del gender mirante a distruggere, o quantomeno ad indebolire ancor più, l’istituzione divina della famiglia e, al caos totale.

È certo un bene, allora, fuori da illusioni e utopie, auspicare che entri in campo una politica che, seppur imperfetta data la congiuntura dei tempi odierni e l’umana realtà, serva in qualche modo la comunità gestendo la cosa pubblica attraverso la naturalis ratio in ossequio ai valori dell’eterna legge.

Imperocché, non già una politica che serva l’élite gnostica d’una finanza autoreferenziale, come fin troppo spesso accade, ma una politica che serva e rispetti massimamente la Tradizione di Santa Romana Ecclesia, la sua dottrina e i suoi dogmi. Ciò, empiricamente, comporta oggi grandi difficoltà, ma è comunque, tale assunto, un fatto che bisognerebbe considerare come ottimale punto di riferimento.

Agisce nel mondo, in effetti, una finanza globalista e apolide che, al pari degli intenti rivoluzionari d’ogni tempo, tanto decanta il valor di libertà – nella sua ideologia liberale agente in una politica monetaria liberista – che, invece, schiavitù unicamente rende, ponendo come prioritario e prepotente l’obiettivo di sanare il mitico debito pubblico, tagliando a tal pretesto ogni pubblico ed essenziale servizio, per compiacere se non altro gli speculatori istituzionalizzati simil-Soros e poteri ancor più forti.

Una situazione, in questo campo, non più grave di quella che si presenta in tutti gli altri campi, ma complessa e, ad ogni modo, si ricordi che tali numerosi campi risultano sempre più o meno interrelati.

E così, nello scenario d’una dittatura massmediatica, è bene aver chiari taluni principi basilari da sommarsi ai summenzionati, che sebbene scontati per alcuni, risultano ancora estranei ai più, considerata la dilagante disinformazione.

Si ricordi a tal proposito che lo Stato non è né un’azienda né un’entità da intendere come Stato-persona, piuttosto va inteso come Stato-comunità, capace (da solo o in una confederazione di Stati, con una banca centrale gestita da questi ultimi, quindi una banca centrale sotto il controllo pubblico e non privato) di emettere la moneta che gli occorre e, avendo quest’ultima un valore creditizio e convenzionale (Teoria del Valore Indotto della moneta, prof. Giacinto Auriti), ci si chiede, ad onor del vero, perché mai, allora, questo Stato, questo Cesare, dovrebbe continuare a indebitarsi distruggendo il suo popolo. E ancor, più tosto, perché tale popolo permetterebbe ciò in una realtà democratica.

Le circostanze attuali ci pongono davanti al “muro” di Wall Street che, al pari di quello berlinese, non può che crollare su se stesso, come tutte le babeliche costruzioni umane che s’ergono prepotentemente credendo di poter fare a meno di Dio.

Può infatti notarsi che le presunte capacità ordinatrici dell’egemonia finanziaria si sgretolano davanti alla realtà di abnormi accumuli di speculazione – in gergo bolle finanziarie – segno evidentissimo d’una forsennata avidità materialista che, nel dirla con Tolkien, <<conduce solo a un abisso spalancato e alla Corona di Ferro del potere del male>>.

Ancor più evidente – come fa notare il prof. Luigi Copertino – è il fatto che questa egemonia della finanza apolide e transnazionale ha potuto affermarsi annullando la centralità del “Santo/Sacro”.4

Un’idolatria finanziaria – il culto di mammona – che soffocando sempre più pesantemente sia l’economia reale che lo stesso sensus fidei, può rappresentare, a ragion veduta, una tappa fondamentale che consolida ancor più una secolarizzazione ormai totalitaria.

Un potere, come quello della creatio ex nihilo della moneta, sì grande e sì delicato e pericoloso che, come tutte le libertà dell’uomo, se non retto dalle preziose redini della grazia, dei Sacramenti, della Tradizione, può costituire un mastodontico cappio che – manovrato da una sinarchia gnostica, com’è oggi – stringe sempre più miserabilmente le nostre vite e che, molto spesso – come amava ricordare il prof. Auriti –, non lascia spazio che al suicidio e alla disperazione.

Con gran pregnanza, il prof. Copertino aggiunge: <<L’antica Cristianità è stata travolta molto più dal potere finanziario che dalle ideologie politiche, le quali altro non sono state che, illusioni, surrogati della fede tradizionale.>>

Per quanto concerne la politica economica bisognerebbe rispondere all’ignobile dogma della politica ordoliberista e monetarista, con una politica possibilmente keynesiana corretta alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa.

E, beninteso, scevri da infondati timori inflazionistici nelle circostanze d’una maggior liquidità di denaro immessa nel sistema, quando questa sia funzionale ad una spesa pubblica da espletare non già in spese correnti quanto piuttosto in spese in conto capitale per investimenti nell’economia reale, a fini produttivistici, appunto per il bene della comunità e in un’ottica di dirigismo nazionale.

Altrimenti mi si venga a spiegare a cosa serve, attualmente, lo Stato-lapide, così com’è, impaludato nella melma dell’assolutismo liberale che, da sempre, lungimirante nella costruzione della Repubblica Universale, Nuovo Ordine Mondiale, in una globalizzazione anticristica, scimmiotta l’universalismo della Sposa di Cristo.

Serve a questo. Serve a null’altro che a questo, schiavizzando l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, creatura che il principe di questo mondo, angelo decaduto, rivoluzionario, invidia infinitamente.

Per di più è altamente raccomandabile uno sguardo, un approccio verso un progresso tecnologico-scientifico che non approdi, attenzione, ad un’ottica tecnocratica.

Infatti, nel cristianesimo cattolico (come ben spiegato ne L’idolatria finanziaria del prof. Copertino), non c’è spazio né per l’ingenuo ottimismo né per il cupo pessimismo, ma soltanto per il realismo che, giustappunto, afferma che il mondo è ontologicamente buono perché somma bontà è il suo Autore, e non dimentica al contempo, che nel mondo, per via della debolezza dell’uomo che rifiuta la grazia credendo di emanciparsi, è entrato il peccato.

Pertanto, tecnologia e scienza, lungi dall’irrazionale scientismo, devono usarsi nella prospettiva di un’etica eterodossa, ovverosia, rivelata, giacché la Rivelazione non giustifica né il conservatorismo né il progressismo, poiché, permanendo nel buio delle etichette degli “ismi”, il conservare può essere inteso anche per cose irragionevoli e anticristiane, così come il progresso può esser teso non già verso il vero bene ma verso la privazione di bene, attraverso il satanico e prometeico inganno, nella perfida scia dell’Eritis sicut Deus.

La tecnologia, nella visione tecnocratica, è finalizzata sempre e soltanto alla schiavitù dell’uomo – in accordo, nella visione gnostica, col rovescio della medaglia della libertà – incagliato in quella sete di potere che lo porta a prevaricare e sul prossimo e sul creato per – usando le parole del prof. Copertino – << …uno sfruttamento che non è miglioramento, né perfezionamento, ma soltanto libido di profitto antisociale ed assoluto.>>

In questo quadro è manifesto che – nonostante il vergognoso tacere dei grandi attuali partiti politici così ampiamente propagandati dai media mainstream nella cornice di una farsa di contrasti coloriti e ardenti dove ovviamente l’individuo di una massa standardizzata viene democraticamente costretto a scegliere il miglior pagliaccio-marionetta e dove i fili del burattinaio, non più trasparenti, si rendono così palesi, che è ormai inconcepibile e stolto negarlo –, all’atto dell’emissione monetaria, la proprietà della moneta appartiene ingiustamente ad un’impresa di proprietà privata, un circolo elitario, sinarchico.

Ne consegue che la banconota è prestata allo Stato, quindi ai cittadini, e va restituita integralmente con l’annessa maggiorazione del tasso d’interesse, agli attuali proprietari.

Lo strumento monetario, secondo l’ideologia ordoliberale dell’attuale sistema finanziario, è una merce – soggetta così alla legge della domanda e dell’offerta, campo utile per la speculazione finanziaria –, non più strumento di misura del valore, e fattispecie giuridica (G. Auriti).

Il potere politico è oggi, in tal fatta, soggetto al potere tecnocratico della finanza apolide totalmente autoreferenziale e sganciata dagli Stati.5

Orbene, in questo sistema di cose, gli italiani d’oggi, in politica, su cosa bisticciano praticamente?

Vale ancora il principio di non contraddizione?

Il famoso “oppio dei popoli”, può ben riscontrarsi nella disinformazione, e il principio dell’ignoranza coincide con l’ignorare il nostro Creatore: le scienze matematiche, fisiche e naturali, e la metafisica tomista, dimostrano l’esistenza di un Creatore, così come la storia – e con essa la tradizione apostolica – documenta l’esistenza di Gesù di Nazareth detto il Cristo.

La crisi ancor prima che economico-finanziaria è insita nei valori, nei principi, nello scimmiottamento dei dogmi da parte della moderna chiesa postconciliare e anticattolica.

Nella carità denaturata nel solco dell’egoismo utilitarista dell’uomo che, caduto nella prometeica illusione, ha perso la ragione e annaspa, con una follia esasperante, nel mare di un materialismo ottuso e così intenso che non può che sfociare nella più bieca e disperata superstizione, nelle derive panteistiche, nella teosofia, nel sopraffino e seducente inganno della gnosi.

Ebbene, come può combattersi questo sistema se ci si continua ad alimentare con la sua stessa ideologia di fondo?

V’è ragion d’aggiungere, a questo punto, l’efficace e puntuale riflessione del maestro J. R. R. Tolkien: <<Io non sono democratico, solo perché l’umiltà e l’uguaglianza sono principi spirituali corrotti dal tentativo di meccanizzarli e formalizzarli, con il risultato che non si ottengono piccolezza e umiltà universali, ma grandezza e orgoglio universali, finché qualche orco non riesce a impossessarsi di un anello di potere, per cui noi otteniamo e otterremo solo di finire in schiavitù.>>

I molti continueranno a sonnecchiare tra i fumi della secolarizzazione e della cancerogena comodità, dimentichi del valore del sacrificio, della Passione di Cristo.

Una parte sfornerà amenità e facezie fingendo simpatia, l’altra sfogherà la sua ignoranza al modo puerile.

Una piccola parte (mondo cattolico integrale) capirà prontamente e, infine, una piccolissima parte (spero sempre più in aumento), spinta dalla curiosità e voglia di verità, s’appresterà ad approfondire ogni aspetto e forsanche contemplar ogni mistero con mente e cuore rivolti al Dio uno e trino, col coraggio di abbandonare certe vanità e illusorietà. Ed è quest’ultima preziosa minoranza, in special modo, che allieta, nel senso umano, le mie, le nostre, speranze…

È per quest’ultima, principalmente, ch’io scrivo.

Indubbiamente non bisogna arrendersi – è pericoloso farlo –, giacché vivere militare est, e anche questa è una realtà oggettiva.

Anche quando le forze del male sembrano così grandi e imbattibili bisogna rammentare che a vincere o a contribuire gloriosamente alla vittoria, spesso sono i piccoli6, gli umili, gli hobbit di Tolkien.

E soprattutto giova sempre ricordarsi la divina promessa: << Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam>>.

È comunque per tutti noi conveniente richiamare alla mente che: <<Quando uno si umilia per i propri difetti facilmente fa tacere gli altri, e acquieta senza difficoltà coloro che si sono adirati contro di lui>>7.

Dal bellissimo e misterioso libro “L’imitazione di Cristo” chiunque può trarre preziosissimi insegnamenti, quelli che la dottrina della sposa di Cristo, prefigurazione in terra del regno celeste da sempre tramanda.

Riporto qui un brevissimo pezzo, una piccola – nel senso quantitativo – scheggia, ma – in quello qualitativo – incisiva, sanguigna, pregnante: <<All’umile, Dio dona protezione e aiuto; all’umile, Dio dona il suo amore e il suo conforto; verso l’umile, Dio si china; all’umile largisce tanta grazia, innalzandolo alla gloria, perché si è fatto piccolo; all’umile, Dio rivela i suoi segreti, invitandolo e traendolo a sé con dolcezza.>>8

Quanta umiltà manca nel mondo? Forse che l’umiltà non è un valore, una qualità, una virtù che riguarda anche la politica, l’economia (la finanza, sua sofisticata branca), l’organizzazione sociale tout court, la medicina e ogni altra attività del vivere umano?

Non è, propriamente, l’umiltà un cotanto audace e glorioso valore?9

L’uomo fuggendo il sacrificio, l’umiltà, l’esempio di Cristo, cosa guadagna oltre alla perdita della grazia del proprio Creatore e alla contemporanea perdita di se stesso, se non la schiavitù in tutte le sue forme, la depressione, la droga, la perversione, l’omicidio, il suicidio e via discorrendo?

La liberazione della creatura dal suo Creatore – dal Creatore di tutto l’universo, che si è fatto uomo e si è sacrificato per amore e compassione verso la creatura fatta a Sua immagine e somiglianza – non va forse contro il principio di non contraddizione?

Si rimembri, oltretutto, che: <<Vanità è dunque ricercare le ricchezze, destinate a finire, e porre in esse le nostre speranze (alla maniera protestante, dicendola con M. Weber10, N.d.A.) […] Vanità è occuparsi soltanto della vita presente e non guardare fin d’ora al futuro >>11

Al crescente caos, all’ipermaterialismo, alla mistica della New Age, allo Zeitgeist anticristiano, è doveroso reagire contrapponendo l’oggettività della fede cattolica, il credo ut intelligam di sant’Agostino, finanche la logica aristotelico-tomista che nella realtà – e non nelle ideologie – trova il riflesso della luce dell’Unica Via Verità e Vita, Nostro Signore Gesù Cristo.


Note
[1] Cfr. il G.A.D.U. della Massoneria
[2] È d’uopo quivi riportare questa bellissima massima: “Il mondo non languirà mai per mancanza di meraviglie, ma soltanto quando l’uomo cesserà di meravigliarsi”. (Cit. G. Chesterton)
[3] È qui opportuno aggiungere che l’uguaglianza economica è solo un’utopia in questa terrena esistenza e proprio dietro di essa si nasconde quella schiavitù e quella nichilistica standardizzazione che porta l’uomo ad abbandonare la ragione, a dimenticare il suo Creatore, alla superbia, all’orgoglio, alla vanagloria. Ragion d’esistere ha invece la giustizia economica, atta a regolare le disuguaglianze. E si ricordi, parimenti, che è bene non cadere nella trappola dell’egualitarismo, che null’altro è che un’uguaglianza imposta secondo criteri ideologici.
[4] <<Nell’Antico Testamento viene ricordata l’usanza delle popolazioni semitiche, non solo degli ebrei, di proclamare periodicamente la remissione dei debiti. L’Anno Sabbatico serviva anche a questo, ossia a porre rimedi all’usura ed alla speculazione attraverso la ciclica interruzione del tempo quotidiano, quello dei traffici, con un tempo “santo/sacro” che annullando, o perlomeno sospendendo temporaneamente, tutti i debiti consentiva il periodico riassorbimento e periodiche riconiazioni del denaro e quindi la sua redistribuzione, evitando la formazione di accumuli speculativi ovvero di ciò che oggi siamo soliti chiamare “bolle finanziarie”. Nell’antico Egitto dei faraoni la pratica dell’anno sabbatico serviva, mediante la remissione della condanna ai lavori forzati o al carcere per i debitori insolventi, all’arruolamento di uomini abili alle armi nell’esercito del Sovrano. Tuttavia nella Bibbia ebraica, benché inizialmente limitato ai soli ebrei ma già chiaramente con una prospettiva di apertura universalistica, il ricordo di tale usanza, che era utilitaristicamente motivata, si svela pregno di un messaggio etico di Carità del tutto ignoto agli altri popoli semiti. L’Anno Sabbatico era prima di tutto l’Anno del Perdono del Signore e come il Signore perdonava i peccati dell’uomo, ossia i “debiti” contratti dalla creatura verso il Creatore, così l’uomo, per amore stesso del Suo Signore, non può non perdonare, non rimettere i debiti, intesi anche in senso economico, al suo prossimo. E questo comandamento diventerà, dopo quello dell’Amore a Dio, centrale nella preghiera del “Padre Nostro” insegnataci da Gesù Cristo. Nel Vangelo, poi, il denaro non è affatto demonizzato di per sé. I Magi portano a Gesù Bambino, insieme all’incenso ed alla mirra, l’oro, simbolo della regalità e proprio per questo, nella mentalità tradizionale, non oggetto di valutazione esclusivamente economica o di scambio. Se Giuda tradisce per denaro, perché l’uomo è perennemente tentato dal potere che il denaro attribuisce al suo possessore, tuttavia i trenta sicli del tradimento diventano maledetti solo in quanto “prezzo del sangue”. Con questa motivazione essi sono rifiutati sia dall’apostolo traditore, prima del suicidio (esito ultimo dell’idolatria del denaro), sia dal Sinedrio. La parabola evangelica dei talenti usa l’immagine del denaro prestato ad interesse quale metafora dei doni spirituali e naturali che Dio dà a ciascun uomo e dei quali Egli chiede conto, esattamente come farebbe un banchiere, alla fine della vita. Si impone immediatamente la domanda: questa parabola è per caso un incentivo alla speculazione ed all’usura come ritengono molti liberisti che leggono tale pagina evangelica, decontestualizzandola, ad usum delphini in appoggio alla loro ideologia (anche il liberismo, checché ne pensino i suoi fautori, è solo ideologia)? Vecchia storia, questa della manipolazione ideologica del Vangelo, che fu usata, a suo tempo, anche dai socialisti e dai fascisti. La parabola dei talenti se da un lato non consacra affatto l’usura, praticata nel mondo semitico ma anche in quello dell’antichità romana, perché i “talenti”, come detto, sono i doni, le capacità di bene, da Dio infuse nel cuore umano e che l’uomo non ha diritto di sotterrare e non far fruttare, dall’altro contiene persino un insegnamento etico per la sfera economica quando sottolinea che da un corretto uso del denaro – quindi non dall’usura né dalla speculazione – deriva la possibilità di aiutare il prossimo. Solo in questo senso questa parabola può essere correttamente letta applicandola all’economia e difatti così leggendola i francescani del XV secolo inventarono i “monti di pietà” per venire incontro alla povera gente ed agli artigiani vessati dagli strozzini. Tuttavia, se sul piano naturale il richiamo evangelico è all’uso eticamente giusto del denaro, su quello dell’Amore soprannaturale – che supera di gran lunga, sia pur non negandolo, il piano naturale anch’esso benedetto perché opera di Dio – il comandamento di Cristo è più che chiaro in Lc. 6,35: <<mutuum date, nihil inde sperantes>>.
Copertino L., L’idolatria finanziaria o del culto di mammona, Edizioni Radio Spada, Reggio Emilia, 2016, pp. 663-666
[5] <<Nel Vangelo, il denaro è relativizzato, “desacralizzato”, “de-idolatrato”, indicato come strumento e mai come fine. Con un senso di distacco ironico, Pietro viene mandato a cercare la moneta, per pagare il tributo del Tempio, in bocca ad un pesce ed è ricorrendo ad un gioco di parole, che però ha segnato una svolta per l’umanità nel suo approccio al Politico, che Nostro Signore Gesù Cristo, al fine di confondere i suoi pervenuti interlocutori, svela la naturalità del denaro il quale pertanto non può pretendere dall’uomo alcun culto: << Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare>>. Questo ammonimento tuttavia contiene un messaggio particolare che sembra indirizzato proprio all’umanità della nostra epoca. “Rendete a Cesare”, appunto!, non alla Banca, non ai “Mercati”. Sulla moneta c’è l’effige di Cesare sicché essa, per ordine e diritto di natura, appartiene allo Stato, alla Comunità Politica, non alla Banca centrale privatizzata né alle banche speculatrici o ai mercati finanziari. Il denaro, come si è visto nelle pagine che precedono, oggi non appartiene più a Cesare, gli è stato abusivamente sottratto dal Banchiere e dai Mercati Finanziari ed è solo da questo momento che esso, il denaro, pur avendo sempre avuto, anche in passato, il suo peso nelle vicende umane, diventa l’unico “Padrone del mondo”.>>
Copertino L., L’idolatria finanziaria o del culto di mammona, Edizioni Radio Spada, Reggio Emilia, 2016, pp. 666-667
[6] Anzitutto v’è da ricordare: <<Chi non accoglie il regno di Dio come l’accoglie un bambino, non entrerà in esso… >>, Mc 10,13-16
[7] L’imitazione di Cristo, Edizioni Radio Spada, Cermenate (CO), 2017, p. 72
[8] Ivi, p. 72-73
[9] Riporto qui un’opportuna considerazione di Chesterton, tratta dal suo saggio intitolato “Eretici”: <<È l’uomo umile che fa le grandi cose, è l’uomo umile che fa le cose audaci>>.
[10] Il riferimento è al calvinismo, che alla disperante concezione della predestinazione luterana, somma l’altrettanto malsana concezione della predestinazione garantita solo per i ricchi; la ricchezza come segno della grazia divina. (Cfr. “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Max Weber, 1904)
[11] L’imitazione di Cristo, cit., p. 18
Fonti:
Copertino L., L’idolatria finanziaria o del culto di mammona, Edizioni Radio Spada, Reggio Emilia, 2016
Epiphanius, Massoneria e Sette Segrete – La faccia occulta della storia, Controcorrente, Napoli, 2002
L’imitazione di Cristo, Edizioni Radio Spada, Cermenate (CO), 2017
Madiran J., La destra e la sinistra, Fede & Cultura, Verona, 2011
Tolkien J. R. R., Lettere (1914-1973), Bompiani, Milano, 2018

 

 

 

 

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