a cura di Luca Fumagalli

Continua il nostro viaggio tra le pagine migliori de “La tragedia della regina”, romanzo storico del 1906 a firma di mons. R. H. Benson.

Parlando con Jane, la fida dama di compagnia, la regina inglese Maria Tudor rievoca un episodio del passato in cui a un uomo era stato sequestrato il carretto per essere utilizzato dal seguito reale. La scoperta che in quell’azione non vi era stata alcuna ingiustizia illumina di nuova speranza il volto della regina, ultimamente preda di una malcelata disillusione nei confronti di Dio e della vita.

A Jane non piacevano per niente i medici, e desiderava estrometterli, ma la regina non ne voleva sapere e seguiva le loro prescrizioni con la massima attenzione. Si imbottiva di medicine, le finestre venivano tenute rigorosamente chiuse per tener fuori ciò che era ritenuto il veleno dell’aria malsana, e di notte le tende del letto erano sempre ben tirate per ulteriore precauzione.

Mentre passava settembre ci fu di certo un leggero miglioramento, a dispetto dello shock terribile della morte dell’imperatore[1]. La regina era meno irritabile, un po’ più incline ad ascoltare conversazioni; si addormentò due o tre volte addirittura prima di mezzanotte, e il suo viso perse l’aspetto di una maschera innaturale con occhi fissi ma splendenti.

Le due ebbero una lunga conversazione una sera, poco prima che arrivasse la notizia della morte di Carlo.

***

Jane salì dalla cena intorno alle sei e trovò che le tende erano già tirate e le candele accese nel salotto della regina. Maria in persona si era seduta sul divano dietro al paravento, e aveva tra le dita un pezzo del vecchio ricamo a cui aveva tanto lavorato a Hampton Court.

«Sto meglio cara» disse. «Penso che stanotte dormirò meglio».

«Allora Vostra Grazia non va a letto?»

«Non ancora», rispose la regina, «ancora un’ora. Parla con me, Jane».

Mistress Dormer sedette all’estremità del divano della regina, dalla parte più vicina al camino, con le mani in grembo.

«Anche il Lord cardinale sta meglio», disse. «Master Manton me l’ha detto stasera»

Maria non disse nulla e Jane osservò le sue dita che, tremando un po’ per la debolezza, spingevano con accortezza il lungo ago di acciaio con il filo d’oro attraverso il picciolo del rigido melograno che era posato sulle sue ginocchia.

«Vostra Grazia ha quasi finito il lavoro», disse.

«Lo finirò», tagliò corto Maria. «Sono contenta che milord stia meglio. L’epidemia è diffusa ormai».

«Vostra Grazia deve stare attenta…»

«Non ne ho bisogno», sorrise la regina. «Il mio vecchio ospite mi basta».

«Signora…»

«Su, su», disse Maria, «basta».

Parlarono per molto tempo quella sera, o meglio Jane parlò e la regina ascoltò, di tanto in tanto appianando il suo ricamo, stendendolo, alzandolo per guardarlo – di piccoli eventi della corte – la nuova cavalla di Master Norris e il terzo no che lui si era sentito dire da Magdalene[2]; i grandi avvenimenti non andavano bene per quella stanza. A Mistress Dormer sembrò che negli ultimi mesi la regina non fosse mai stata se stessa come quella sera, e tuttavia anche quella se stessa era troppo tranquilla. La ragazza non temeva l’isteria come l’aveva temuta un tempo; la fiamma che osservava era più stabile e meno incline alle vampate; ma era anche un po’ più bassa.

Parlarono alla fine di Croydon, dove erano state insieme più di una volta, la regina posò il ricamo e si appoggiò sulla schiena come se fosse esausta. Jane saltò su e alzò i piccoli piedi avvolti nella seta fino al divano.

 «Su, lascia», disse Maria, «basta così. Ti ricordi il pover’uomo che aveva perduto il suo carretto?»

Jane se lo ricordava benissimo. Mentre le due dame erano fuori a visitare i cottage, avevano scoperto un uomo il cui carretto era stato requisito per il servizio della regina.

«Master Rochester[3] non l’aveva mai pagato», disse la regina a bassa voce, «ci ho pensato spesso; prese tutto e non gli diede niente».

«Signora…»

«Sì, cara. Sono stata tentata di pensare che il mio Dio mi abbia usato così».

Jane la guardò sorpresa; era la prima parola di quel genere che avesse mai sentito Si era lamentata qualche volta della mancanza di simpatie umane, ma mai di quella dell’Amore Divino.

«È una tentazione, signora», rispose con coraggio.

«Non l’ho forse detto?»

Poi alla ragazza venne un pensiero improvviso.

«Ma Vostra Grazia ricorda come è finita?»

«Come è finita?»

«Vostra Grazia lo ha ripagato per intero. La Maestà suprema non e stata ingiusta».

Maria sospirò.

«Bene, bene… il Piccolo Ufficio, cara. So che devo dare quel che posso».

[1] Carlo V d’Asburgo, suocero della sovrana inglese, morì il 21 settembre 1558, un paio di mesi prima di Maria.

[2] Norris è perdutamente innamorato di Magdalene che, a quanto pare, non prova gli stessi sentimenti.

[3] Robert Rochester, tra i consiglieri di Maria, morì nel 1557.

(brano tratto da: La tragedia della regina, Fede & Cultura, 2015)