Toto e i suoi racconti: il “quinto Vangelo” di Baron Corvo

Luca Fumagalli

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Durante il soggiorno a Holywell, in Galles, l’inglese Frederick Rolfe (1860-1913) aveva redatto svariati articoli, recensioni e racconti. Se molti di questi pregevoli pezzi non furono mai pubblicati, tra l’ottobre del 1895 e l’ottobre del 1896 sei delle sue novelle italiane, firmate Baron Corvo, avevano raggiunto le pagine del prestigioso «The Yellow Book»: un piccolo grande successo dopo anni di stenti.

La rivista, un simbolo del periodo, era frutto della coraggiosa iniziativa dell’editore John Lane che intendeva proporre al pubblico un periodico nuovo, al passo con il gusto moderno, dedicato alla narrativa e all’arte. Il direttore letterario era lo scrittore Henry Harland, mentre dell’aspetto artistico si occupava Aubrey Beardsley, reduce dal successo come illustratore della Salomé di Wilde. Alla redazione collaboravano tutti i nomi famosi della letteratura del tempo, decadenti e non.

I primi segnali di crisi si avvertirono già nel 1895, in concomitanza con il processo Wilde, quando una campagna denigratoria organizzata dai benpensanti spinse il «The Yellow Book» ad arretrare dall’avanguardismo verso un compromesso tra tradizione e innovazione: nel periodico, che fu la più esauriente testimonianza del dominio estetico in Inghilterra, si appalesarono poco alla volta i sintomi del suo iniziato dissolvimento.

Scritti come quelli di Rolfe si adattavano perfettamente al nuovo corso del «The Yellow Book», ormai autoconfinatosi nelle periferie del decadentismo. In essi la ricerca di un nuovo carattere di ingenuità, di freschezza di contenuto e di disimpegno si sposava perfettamente con la cura del linguaggio e la deliberata raffinatezza dei motivi tanto cara ad Harland.

Nel settembre del 1898 Lane decise di raccogliere le novelle di Corvo in un piccolo volumetto, Stories Toto Told Me, successivamente ampliato con altri ventiquattro racconti e ristampato tre anni dopo, nel 1901, con il titolo In His Own Image (un chiaro riferimento a Genesi I, 27: «Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza»).

Dedicato al Divo Amico Desideratissimo – l’alleato che Rolfe ancora andava cercando –  il libro è un decamerone di storie sacre che si fingono narrate da Toto Maidalchini, un ragazzino abruzzese, al personaggio-autore, don Friderico, prete mancato e barone immaginario, con il quale in veste di servitore condivide, oltre allo spazio narrativo, gite e vagabondaggi per l’Italia meridionale. Con loro una corte di giovani: Guido, Ercole, Otone, Ilario, Desiderio e Vittorio, addetti al trasporto dei libri, del materiale fotografico e delle vivande. La piccola compagnia segue un itinerario attraverso il Lazio, l’Abruzzo e la Puglia, toccando paesi come Velletri, Vasto, Manfredonia, e soggiornando presso il lago di Varano o il monte Saraceno. I luoghi sono descritti in termini simili, dando al lettore l’impressione che i protagonisti si muovano sempre nella stesso indifferenziato Mezzogiorno «caldo di sole e sgargiante di colori».

L’allegra brigata, nel contrasto tra l’austerità del nobile inglese e la vivacità della giovinezza, è un microcosmo in cui cultura e natura giungono a una possibile sintesi, un gioco di ruolo con acuti surreali che anticipano il camp di Ronald Firbank. Friderico, nei suoi atteggiamenti da moralista, quasi di missionario tra i barbari, frena ma al contempo invidia la gaiezza e la libertà dei suoi servitori; è evidente che «la sua eccellenza», come lo chiamano con deferenza, è alla ricerca di qualcosa di perduto, di un’innocenza che conduce a un rapporto diretto con il divino, senza inutili formalismi. La riconquista non può avvenire altrimenti che attraverso una rivalutazione del sentimento e dell’attività fantastica. Toto è la “sacra fonte” da cui attingere per una tale operazione.

Non sono comunque assenti passi in cui don Friderico, con orgoglio razziale, compatisce la mollezza e l’ineducata forza mediterranea, incapace di dominare le proprie emozioni.

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L’Arcadia rolfiana è un luogo esclusivamente virile, dove le donne non hanno cittadinanza. I componenti della compagnia, descritti con compiacimento nei loro attributi fisici, rimandano a una nuova sensibilità pagana, incapace di celare un sentore omofilo che già a qualche contemporaneo non era sfuggito. Nulla di esplicito, si intende, ma qualcosa di cui lo stesso Rolfe dovette accorgersi se giunse al punto di fabbricarsi un alibi all’interno del libro; nel racconto About Our Lady of Dreams don Friderico chiede a Toto perché le storie da lui narrate abbiano sempre per protagonisti dei ragazzi: «Perché, signore, il simile nota il simile e io, essendo un fanciullo, conosco molto dei miei compagni».

Il sedicenne Toto, il bardo di In His Own Image, modellato sull’omonimo adolescente conosciuto da Rolfe quando si trovava a Roma, è descritto come «una splendida creatura selvaggia (discolo) degli Abruzzi. […] La sua pelle era scura, con del vero sangue sotto, liscia come una pesca, e il suo aspetto era nobile come quello di un dio. […] Gli facevo indossare degli abiti bianchi in quei caldi giorni d’estate vicino al lago».

Etereo, elemento dello sfondo che si anima all’occorrenza, quasi un doppio di Rolfe, Toto è immobile in un eterno presente. Sono resi noti solo pochi dettagli della sua vita: uno dei suoi fratelli, Niccolo, è un seminarista, mentre la relazione amorosa che intreccia con una certa Beatrice è solo accennata quando utile a introdurre uno dei racconti. Il vitalismo del giovane, ritratto in una scena mentre corre nudo per i boschi, alla stregua di un fauno, è indizio di un panismo decadente, in questo caso più decorativo che filosofico.

Nelle storie che racconta al padrone, di cui è servo devoto, l’agiografia, la Bibbia, il folklore e il mito si incontrano in un miscuglio tutt’altro che sgradevole, capace, anzi, di evocare nelle delicate tinte pastello un mondo ideale in cui alto e basso convivono all’insegna della purezza, custodito dal benevolo sguardo di Dio. Se i santi e gli angeli a volte sono descritti come divinità pagane, animati dalle medesime passioni degli uomini, allo stesso tempo sono parte di una realtà in cui il sorriso e la gioia hanno sempre il sopravvento. Sullo sfondo si combatte una lotta senza tregua tra bene e male, ma la disfida raramente è credibile, non per mancanza di afflato, ma perché già dalle prime battute appare chiaro come le forze del paradiso siano destinate sempre e comunque a trionfare su quelle degli Inferi.

Gli episodi si svolgono in un costante dialogo tra cornice e racconto, a ricordare che quanto avviene nell’universo narrativo di Toto altro non è se non il riflesso della condizione umana, misera eppure maestosa. Si tratta dunque di veri e propri racconti morali, il cui valore educativo non sfugge anche quando nascosto dal fitto groviglio della retorica o dalla situazione comicamente grottesca.

Lo stile segue un andamento fiabesco, fatto di divagazioni e strutture ridondanti, in cui riferimenti eruditi alla cultura classica si alternano a descrizioni minuziose che dilatano sempre più lo spazio della cornice fino a rivaleggiare con quello dei racconti veri e propri (i quali, per aumentare il senso di coerenza, a volte condividono il medesimo protagonista o un oggetto ricorrente).

Le novelle di Toto prendono vita da un sostrato plurilingue in cui inserti di un italiano spesso ortograficamente scorretto rivaleggiano con grecismi e latinismi che donano leggerezza e vivacità al testo. Il linguaggio è ubertoso se a parlare è don Friderico, più scarno e ripetitivo nel caso dei ragazzi. Come già avveniva nella poesia, affiancato a giochi di parole e a brillanti onomatopee troneggia il lessico dalla grafia finto-arcaizzante (epick, antick, murthers …), addirittura modificato o totalmente inventato se utile a dare maggior incisività al periodo. Tutto è splendidamente curato, levigato fino all’eccesso.

In About these Tales, the Key and the Purgatory il gusto liberty e la preziosità di Corvo cedono il passo a un piccolo spiraglio pseudo-modernista, in cui Toto, sotto effetto ipnotico, si abbandona a un vero e proprio flusso di coscienza che rompe logicità e punteggiatura. Non si tratta di una scelta consapevole, ma dell’ennesimo orpello retorico di filiazione impressionista, improntato sulle atmosfere gotiche della magica evocazione delle memorie dei defunti.

In His Own Image affronta una grande varietà di temi, alcuni dei quali scopertamente autobiografici, così come molto diversi sono i protagonisti dei singoli episodi. Ciò che li lega, oltre alla cornice narrativa, alla personalità di Toto e alla lingua parlata, è il dolce sguardo dell’autore che, se da un parte non risparmia frecciatine polemiche, dall’altra non manca di ribadire l’infinita misericordia di Dio.

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Le esilaranti vicende che riguardano i frati e il clero secolare – ridotti a caricare sottilmente crudeli di derivazione boccacesca e chauceriana – hanno a che fare soprattutto con le bassezze dell’animo umano, con l’egoismo, l’arroganza e la dabbenaggine. In About the Miracolous Fritter of Frat’Agostino of the Cappuccini, ad esempio, il frate protagonista pensa che la sua frittella sia stata rubata dagli angeli mentre veniva lanciata in alto (in realtà è solo scivolata nel suo cappuccio). In altri due episodi, About Sodom, Gomorrah and Two Admirable Jesuits e About the Fantastical Fra Guglielmo of the Cappuccini, i gesuiti sono beffati senza pietà e un rozzo frate scambia una semplice scossa di terremoto per le terribili insidie del demonio.

I santi sono trattati invece con maggior rispetto, attraverso un umorismo delicato che sfiora il sublime epico come in Beign an Epick of Sangiorgio, in cui Rolfe ricostruisce le imprese di San Giorgio modellandole su quelle di Perseo. Le loro vicende, a metà tra Vangelo e leggende popolari, rivelano la devozione dell’autore che, tra le altre cose, non teme di appesantire il testo con lunghe citazioni di preghiere e inni sacri: non vi è alcun dubbio che In His Own Image sia il prodotto spontaneo di una fede assolutamente vitale.

I trenta racconti, stampati in poche centinaia di copie, non vendettero quanto sperato: una spiegazione plausibile si trova nel fatto che Rolfe inseguiva ancora un ideale di “arte per l’arte” proprio nel periodo in cui si affacciavano esperienze più feconde come quella simbolista, che propugnava una rivalutazione del sentimento contro l’artificialità. La loro pubblicazione, che tanto aveva inorgoglito Corvo, fu ben lontana da risolvere i suoi problemi economici.

Il libro subì inoltre l’ostracismo da parte di alcuni cattolici, perché ritenuto poco ortodosso, e fece storcere il naso a parecchi protestanti che lo consideravano un’apologia della Chiesa di Roma. Non scarseggiarono gli ammiratori, neofiti del cattolicesimo, che lo distribuirono come “il quinto Vangelo” (come mons. R. H. Benson); né mancò chi si dolse della forma piacevole che lo avrebbe fatto leggere a troppa gente.

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