Una Turchia strafottente e impunita

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di Stefano Magni

 

La crisi navale di Cipro è finita venerdì scorso nel peggiore dei modi per l’Italia: con il ritiro della nave Saipem 12000, affittata dall’Eni, dalle acque della Zona Economica Esclusiva cipriota in cui avrebbe dovuto condurre ricerche petrolifere. La Turchia l’ha fermata muovendo la marina, l’Italia non ha reagito, Cipro non è giunta ad alcun accordo, alla fine l’Eni ha mollato, anche per non subire ulteriori perdite economiche. Erdogan ha vinto la sua prova di forza nel Mediterraneo orientale. Intanto ne sta continuando un’altra, contro la Grecia, nell’Egeo. E una terza, in Siria, contro i curdi, rischiando di scontrarsi anche con gli Stati Uniti. E nessuno reagisce.

Il braccio di ferro fra la Saipem 12000 e la marina turca si è concluso con un quasi-scontro. La nave ha provato a dirigersi con “grande determinazione” verso il Blocco 3, dove erano previste le attività di perforazione, ma è stata intercettata da 5 unità della marina turca, che hanno “minacciato di usare la forza”. Secondo Victoras Papadopoulos, portavoce del governo cipriota, dopo le consultazioni tra Saipem ed Eni, il capitano della nave avrebbe, infatti, tentato ancora una volta di guidare la nave verso l’obiettivo di Soupia, accelerando al massimo la velocità. Ma: “Durante il suo percorso verso l’obiettivo Soupia, la nave è stata fermata da cinque navi da guerra turche e dopo le minacce di violenza lanciate (dai turchi, ndr) e il rischio di una collisione, nonostante gli sforzi coraggiosi e lodevoli del capitano, sfortunatamente la nave è stata costretta a tornare”. A quanto risulta da fonti cipriote, una motovedetta turca avrebbe chiaramente minacciato di speronare la grande nave civile. Versione smentita, però, dal Ministero della Difesa italiano: non ci sarebbe stato tentativo di speronamento. Il ministero riferisce quanto registrato dalla fregata Zeffiro della Marina Militare, che era in zona ed ha seguito gli eventi. Dunque anche l’Italia aveva un’unità della marina, che però non è intervenuta. Tutta la questione si è svolta come un braccio di ferro fra Cipro e Turchia, con lontane e deboli proteste da parte dell’Ue e Roma non pervenuta.

Adesso che il danno è fatto, l’Eni ha registrato un costo di 600mila dollari per ogni giorno di blocco. La Saipem 12000, dopo aver fatto rifornimento al porto di Limassol, farà rotta sul Marocco per altre esplorazioni, in acque politicamente più tranquille. Secondo l’Ad di Eni, De Scalzi, comunque: “non ci ritiriamo da Cipro, siamo abituati ad avere possibili contenziosi. Dipende ora dalle decisioni che verranno prese da Cipro Nord e Cipro Sud. Abbiamo dei permessi che durano moltissimi anni”.

Da un punto di vista diplomatico, lo scontro navale di Cipro aggrava le tensioni tra Ankara e Bruxelles, in vista del prossimo summit di Varna, previsto il mese prossimo, tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e i vertici Ue. La crisi di Cipro coinvolge anche un’altra compagnia europea, la francese Total e la statunitense Exxonmobil: infatti, entrambe hanno ottenuto licenze per esplorare giacimenti di idrocarburi nella stessa zona di mare. Il governo di Cipro ha annunciato che chiamerà in causa i tribunali internazionali per risolvere la questione. L’azione di forza turca si basa sulla rivendicazione di una Zona Economica Esclusiva che il governo di Ankara attribuisce alla Repubblica di Cipro Nord: uno Stato riconosciuto dalla sola Turchia, creato dopo l’invasione di Cipro del 1974.

Di fronte a una violazione del diritto e a un atto di forza contro una nave della compagnia energetica italiana, quel che sconcerta è l’assenza quasi completa di reazioni italiane. Nel nostro paese la crisi cipriota è passata quasi sotto silenzio nei media, eclissata dal fragore della campagna elettorale e dello scontro fra anti-fascisti e neo-fascisti. La Marina italiana si è limitata a svolgere il ruolo di spettatrice. L’unica dichiarazione, a memoria di stampa, della Difesa, è di fatto una difesa della Turchia dall’accusa di aver voluto speronare la nave dell’Eni. Dall’Ue arrivano moniti quanto più astratti si possano concepire, che si possono riassumere con: “Non è nel vostro interesse disturbare Stati membri dell’Ue”, ma nessuna ritorsione è sul tavolo.

Lo stesso atteggiamento di silenzio, misto a imbarazzo, si riscontra anche nella crisi greco-turca attorno agli isolotti disabitati di Imia (Kardak), “occupati” dai greci e rivendicati dai turchi. Momenti di tensione fortissimi, la settimana scorsa, quando una motovedetta turca ha speronato un pattugliatore greco. Nessun ferito, ma molti danni registrati dai greci. E intanto lo spazio aereo greco è stato violato già decine di volte da voli dell’aviazione militare turca, come forma di provocazione e test delle difese aeree “nemiche”. Si tratta di una situazione abbastanza consueta nell’Egeo, nell’ordine naturale della rivalità più che secolare fra Atene e Ankara. Incredibile, però, se si pensa che Turchia e Grecia sono entrambe membri della Nato. E ancor più incredibile, pure in questo caso, una Ue che fa poco o nulla per difendere la causa della Grecia (Stato membro a tutti gli effetti) dalle minacce di aggressione di un vicino ostile. Yigit Bulut, consigliere di Erdogan, la settimana scorsa ha anche platealmente minacciato l’invasione della Grecia (“sperimenteranno la nostra ira più di quella scatenata ad Afrin”, l’enclave curda in Siria invasa dai turchi). Pochissimi media occidentali hanno riportato la notizia.

Ad Afrin, nella Siria nordoccidentale, è l’esercito regolare turco che sta intervenendo contro i curdi. Contro le stesse milizie, delle Forze Democratiche Siriane e dell’Ypg (che i turchi vogliono sradicare perché partner del Pkk) precedentemente sostenute dalla Coalizione a guida Usa. La campagna militare di Afrin, oltre ad essere l’ennesima violazione del territorio siriano, è una sfida diretta agli Usa. E’ lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan ad aver dichiarato, all’inizio dell’operazione militare, un mese fa, di voler proseguire l’offensiva anche su Mambij, altra enclave curda, in cui sono tuttora presenti forze speciali statunitensi. Si assisterà a uno scontro diretto fra turchi e americani? I due maggiori alleati Nato nel Medio Oriente?

Nel frattempo i turchi conducono la loro operazione senza troppi scrupoli. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti umani, le vittime civili nell’area sono già comprese fra le 135 e le 180. Almeno 16mila abitanti sono fuggiti dall’area, creando una nuova ondata di profughi. Secondo la Ong Human Rights Watch, le guardie di frontiera turche avrebbero aperto il fuoco indiscriminatamente contro i civili in fuga. Altri profughi avrebbero subito torture e abusi, a loro sarebbe stata anche negata ogni assistenza medica. Video girati dai locali documentano atrocità commesse dalle milizie turcomanne locali, armate e sostenute dall’esercito turco. Il governo siriano (il regime di Assad) accusa la Turchia di aver bombardato un convoglio umanitario diretto ad Afrin. Dal 22 febbraio, la Mezzaluna Rossa siriana ha interrotto ogni operazione nella zona, per mancanza di sicurezza.

Si tratta di accuse pesanti, che meriterebbero almeno un’indagine internazionale. Mentre passano relativamente sotto silenzio e stridono con le dichiarazioni di tacito o esplicito consenso che l’operazione di Afrin, eufemisticamente battezzata “Ramoscello d’Ulivo” incontra presso le cancellerie europee. In Germania, benché tutti i partiti abbiano contestato l’azione di Ankara, il Ministero degli Esteri ha emesso un comunicato che esordisce con: “La Turchia ha legittimi interessi di sicurezza sul confine con la Siria”. Anche il segretario alla Difesa americano, James Mattis, afferma che la Turchia ha “interessi legittimi di sicurezza”. L’Ue, con una serie di dichiarazioni da parte dell’Alta Rappresentante Federica Mogherini, si dice “estremamente preoccupata” per l’offensiva, “per motivi umanitari” e “perché può minare gli sforzi diplomatici volti a riprendere i colloqui di Ginevra”. Il Parlamento Europeo condanna l’arresto degli oppositori turchi, rei di contestare l’azione militare in Siria. Tutto qui.

Uno storico, in futuro, avrà un compito molto interessante: capire le cause dell’impunità della Turchia. Perché l’accordo sul flusso dei migranti, l’importanza militare rivestita da Ankara nella Nato, la presenza di decine di migliaia di aziende europee (1300 aziende italiane) sul suolo turco, non sono cause sufficienti, non spiegano in modo esaustivo perché l’Europa, in seconda battuta anche gli Usa, chiudano entrambi gli occhi di fronte a una potenza militare che ormai si comporta apertamente da nemico.

 

 

Fonte: lanuovabq.it

 

 

Un commento a "Una Turchia strafottente e impunita"

  1. #bbruno   27 febbraio 2018 at 8:55 am

    la storia si ripete: “meglio turchi che cattolici” gridavano , furbi, i luterani, e derivati, in Germania nel 16°secolo…. Che poi voleva dire: meglio turchi, meglio muslim, meglio tutti, fuorché cristiani, come ora si dimostra. Questa politica di arrendevolezza nei confronti della Turchia s’inserisce nella stessa logica: spazzare via anche gli ultimi residui della civiltà cristiana. “arrivano li turchi” gridavano con orrore gli Italiani ancora cristiani lungo le coste, e si rinserravano nelle cittadine fortificate sui monti…Ora abbozziamo, e ce li siamo fatti nostri amici: Nato EU e …Berlusconi. Ma si può essere più stupidi di così? Davvero saranno presto il nostro modo di vivere, quello turko e musulmano e tutto, fuorchè cristiano…Sono amici sono alleati sono fratelli ….

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