Commento a “Ode al vento d’Oriente” (prima parte)

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Nota di Radio Spada: eccovi, nella festa di San Tommaso d’Aquino doctor communis,  la prima parte del commento che Mattia Spaggiari ha composto in spiegazione della propria poesia (Ode al vento d’Oriente che potete leggere al link). In esso l’autore sviscera i riferimenti poetici, metrici e contenutistici della proprio componimento. La seconda ed ultima  parte del commento sarà pubblicata il 9 marzo 2018, festa di San Domenico Savio. (a cura di Piergiorgio Seveso)

di Mattia Spaggiari

Soggiacendo alle asfittiche necessità della chiarezza, controvoglia ci accingiamo a far ciò che mai si dovrebbe: spiegar la poesia; speriamo tuttavia di poterne essere scusati nella misura in cui ci limiteremo ad “accompagnar per mano” il lettore senza togliergli la facoltà ed il dovere dell’interpretazione e soprattutto senza rendergli possibile di sostituir la lettura dell’ode con quella del suo commento.
Questa vuol esser la risposta cattolica all’Ode al vento d’Occidente di Percy Bysshe Shelley; come quella invocava insieme a Zefiro la Rivoluzione, così noi invocheremo con Euro la Contorivoluzione: con Euro, servitore della gloria di Dio ed immagine dello Spirito Santo che soffia da Oriente, donde incominciò il suo viaggio la stella che guidò i Magi alla grotta del Re dei Re. «Là pose una tenda per il sole che esce come sposo dalla stanza nuziale, esulta come prode che percorre la via. Egli sorge da un estremo del cielo e la sua corsa raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore» (Sal xviii, 6-7).

Shelley utilizza cinque strofe di pentametri giambici: noi abbiamo mantenuto il medesimo schema rimico ed abbiamo utilizzato il verso italiano corrispondente, l’endecasillabo; abbiamo tuttavia optato per sostituire al ritmo giambico, che dice sforzo titanico, corsa verso l’ignoto, Rivoluzione, un più devoto e riverente ritmo dattilico, che vi oppone la docilità alla Parola di Dio. Abbiamo inteso ricalcar nelle prime tre strofe le orme dello straordinario viaggio verso la Salvezza che lo Spirito ha effettuato nei secoli, dove invece Shelley aveva elencati gli effetti di morte e catartica rigenerazione del suo vento, del nostro nemico, sulla terra, nei cieli e nelle profondità del mare; tale viaggio sarà spaziale, da Oriente ad Occidente, e temporale insieme, dall’inverno inoltrato al mese di settembre; anziché l’a-posteriori dell’epifora «oh, hear!» che conclude le dette strofe, è stata preferita un’anafora a-priori con variatio, non tale però da negarle – quantomeno graficamente – l’allitterazione: «sorger ti vidi – scioglier ti vidi – sveller ti vidi»; nelle ultime due strofe addensiamo al par di Shelley riflessione e preghiera rivolta al vento, cui noi facciamo seguire una sorta di “visione beatifica” che ci svela il senso della missione nostra e, metaforicamente, del vento nei ranghi dell’economia della Salvezza. L’epifora originale viene trasposta al termine della quarta strofa, che dell’ode non casualmente costituisce il controcanto riflessivo rispetto alla fede che permea il resto del componimento, con un «t’ode», subito ripreso e rivalutato positivamente in capfinidura.

Prima strofa

Il nostro viaggio incomincia nei paesi che secondo Ovidio fanno da riserva al vento d’Oriente.

Metamorfosi i, 57-66

His quoque non passim mundi fabricator habendum
aera permisit; vix nunc obsistitur illis,
cum sua quisque regat diverso flamina tractu,
quin lanient mundum; tanta est discordia fratrum.
Eurus ad Auroram Nabataeaque regna recessit
Persidaque et radiis iuga subdita matutinis
;

vesper et occiduo quae litora sole tepescunt,
proxima sunt Zephyro; Scythiam septemque triones
horrifer invasit Boreas; contraria tellus              
nubibus adsiduis pluviaque madescit ab Austro.

Ma neppure a questi lasciò in balia l’aria

l’architetto del mondo: ancora oggi, benché le sue raffiche

ciascuno diriga in senso diverso, poco manca

che dilanino il mondo, tanta è la discordia tra fratelli.

Verso aurora si ritirò Euro, nel regno di Persiani

e Nabatei, tra le montagne esposte ai raggi del mattino;

in occidente, sulle coste intiepidite

dal sole della sera sta Zefiro; l’agghiacciante Borea

invase Scizia e settentrione; all’opposto le terre

sono sempre umide di nubi per le piogge dell’Austro.

Sur una Persia invernale coperta di neve ammiriamo allora i raggi del sole che all’alba fan luccicar l’oro del letto su cui fu coricato il corpo di Ciro il Grande, vani nunzî del giorno a chi mai alzarsi potrà dal suo sonno mortale. Arriano nella sua Anabasi d’Alessandro c’informa che nella tomba del Gran Re erano un letto (verosimilmente un catafalco) dalle zampe d’oro, sovra il quale era posto un sarcofago d’oro; all’intorno mense auree ed auree vasche, tappeti pregiati, porpora, vesti preziose, gemme, giojelli, spade ed amuleti; attorno al tempietto gradinato un portico, giardini e boschetti. «O mortale, io son Ciro, figlio di Cambise, il quale ai Persiani ottenni l’Imperio ed imperai sopra l’Asia. Non invidiarmi dunque questo monumento» erano le parole dell’epigrafe funeraria. Di tutto questo Aristobulo stesso, compagno d’Alessandro, testimone all’andata di tanto splendore, vide la fine al ritorno dal lungo viaggio verso l’ignoto, avendo trovata predata la tomba e sfregiata l’augusta salma del Sovrano. Oggi non ne rimane che nuda pietra in mezzo al deserto. Giungiamo poi nella capitale dei Nabatei, Petra, che al sopravvenir di Aurora «dalle dita rosate» può finalmente far mostra nel suo antico splendore di quelle monumentali tombe semidirute che tutt’oggi conservano il loro singolare color roseo, tanto che dall’aurora sembrano ricevere la loro vita: un prodigio di vanità. Tra tutte la Tomba corinzia sembra, sgretolandosi a poco a poco, restituire alla natura quell’eternità che l’uomo aveva cercato di sottrarle colla sua arte. Non certamente vani furono invece i prodigi che quel medesimo vento operò in Egitto per volontà di Dio. Si rammenti il sogno di Faraone così interpretato da Giuseppe:

Gn xli, 25-32:

Allora Giuseppe disse al faraone: «Il sogno del faraone è uno solo: Dio ha indicato al faraone quello che sta per fare. Le sette vacche belle rappresentano sette anni e le sette spighe belle rappresentano sette anni: si tratta di un unico sogno. Le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, rappresentano sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d’oriente, rappresentano sette anni: verranno sette anni di carestia. È appunto quel che ho detto al faraone: Dio ha manifestato al faraone quanto sta per fare. Ecco, stanno per venire sette anni in cui ci sarà grande abbondanza in tutta la terra d’Egitto. A questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quell’abbondanza nella terra d’Egitto e la carestia consumerà la terra. Non vi sarà più alcuna traccia dell’abbondanza che vi era stata nella terra, a causa della carestia successiva, perché sarà molto dura. Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta a eseguirla.

E quella carestia fu necessaria affinché il servo del Signore Giuseppe fosse onorato dal Faraone e che i suoi fratelli si volgessero a lui penitenti, pronti a ricevere il perdono. Molti anni dopo per liberare il suo popolo dalla schiavitù, Dio inviò le sette piaghe sull’Egitto; e fu così che:

Es x, 12-13

Allora il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sulla terra d’Egitto per far venire le cavallette: assalgano la terra d’Egitto e divorino tutta l’erba della terra, tutto quello che la grandine ha risparmiato!». Mosè stese il suo bastone contro la terra d’Egitto e il Signore diresse su quella terra un vento d’oriente per tutto quel giorno e tutta la notte. Quando fu mattina, il vento d’oriente aveva portato le cavallette.

Il Signore mostrò la sua forza in altri modi, ancor più sublimi, su tutti la divisione delle acque del Mar Rosso:

Es xiv, 21

Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero.

E così le ostili frecce degli Egiziani furon vinte da ben più pacifico legno, il bordone di Mosè; e non fu forse con quel bastone che il grande profeta scandì il cammino della sua gente verso la Terra promessa? Se egli non mise per iscritto il Pentateuco, ma si limitò ad accoglierne l’ispirazione e a tramandarla oralmente, non possiam forse dire che il calamo che vergò quelle sante Parole fu proprio il suo bastone? E non segnò quel bastone il suo fato, nonché nel bene, finanche nel male, quando ad esempio lo usò per colpir quella roccia con cui per ordine divino avrebbe dovuto parlare e per tal disobbedienza gli fu precluso l’accesso alla tanto desiderata meta?

Seconda strofa

Odissea xix, 203-12

ἴσκε ψεύδεα πολλὰ λέγων ἐτύμοισιν ὁμοῖα·
τῆς δ’ ἄρ’ ἀκουούσης ῥέε δάκρυα, τήκετο δὲ χρώς.
ὡς δὲ χιὼν κατατήκετ’ ἐν ἀκροπόλοισιν ὄρεσσιν,
ν τερος κατέτηξεν, ἐπὴν ζέφυρος καταχεύῃ,
τηκομένης δ’ ἄρα τῆς ποταμοὶ πλήθουσι ῥέοντες·
ὣς τῆς τήκετο καλὰ παρήϊα δάκρυ χεούσης,
κλαιούσης ἑὸν ἄνδρα, παρήμενον. αὐτὰρ Ὀδυσσεὺς
θυμῷ μὲν γοόωσαν ἑὴν ἐλέαιρε γυναῖκα,
ὀφθαλμοὶ δ’ ὡς εἰ κέρα ἕστασαν ἠὲ σίδηρος
ἀτρέμας ἐν βλεφάροισι· δόλῳ δ’ ὅ γε δάκρυα κεῦθεν.

Così fingea, menzogne molte al vero
Símili proferendo: ella, in udirle,
Pianto versava, e distruggeasi tutta.
E come neve, che su gli alti monti
Sùbito vento d’Occidente sparse,
Sciogliesi d’Euro all’improvviso fiato,
Sì che gonfiati al mar corrono i fiumi:
Tal si stemprava in lagrime, piangendo
L’uom suo diletto, che sedeale al fianco.
Della consorte lagrimosa Ulisse
Pietà nell’alma risentia: ma gli occhi
Stavangli, quasi corno, o ferro fosse,
Nelle palpebre immoti, e gli stagnava
Nel petto ad arte il ritenuto pianto.

Tale il pianto di Penelope, figura del mondo assetato di salvezza o della Chiesa che fedelmente attende il ritorno del suo Cristo; e le nevi che secoli di peccato hanno gettate sopra la terra vengono improvvisamente disciolte dall’Euro, come i peccati e gli inganni dallo Spirito di Verità. Tutto questo non accade però in Grecia, ma a Roma, dove il Signore volle far risiedere il Suo Vicario; ed il vento che d’inverno soffia da Occidente sulle coste tirreniche conducendovi le nevi è il Libeccio. Non sarà allora il nostro un ritorno alla normalità della nostra antica casa, ma un viaggio verso una felicità ignota, lo stesso viaggio intrapreso millennj or sono da nostro padre Abramo e trasposto figuralmente da Virgilio nelle peregrinazioni di Enea.

Eneide i, 1-3

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris

Italiam, fato profugus, Laviniaque venit

Litora.

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe

Che pria da Troia, per destino, ai liti

D’Italia e di Lavinio errando venne

Non dunque le terre di Penelope, ma di Lavinia: ma chi attende Lavinia? L’Impero falsamente universale della Roma pagana? O forse la Chiesa di Cristo, la sola istituzione veramente universale? Nell’uno o nell’altro caso sono le ceneri del mondo antico a dare ad Enea il primo annunzio dell’approdo nella nuova patria italica e delle nozze colla Principessa latina: è lo spettro di Creusa che Enea si deve a malincuore lasciare alle spalle fuggendo da Troja – angusto rifugio della sua giovinezza – ormai in fiamme. E non era forse quel fantasma stesso quale un vento?

Eneide ii, 776-794

«quid tantum insano iuuat indulgere dolori,

o dulcis coniunx? non haec sine numine diuum

eueniunt; nec te comitem hinc portare Creusam

fas, aut ille sinit superi regnator Olympi.

longa tibi exsilia et uastum maris aequor arandum,       

et terram Hesperiam uenies, ubi Lydius arua

inter opima uirum leni fluit agmine Thybris.

illic res laetae regnumque et regia coniunx

parta tibi; lacrimas dilectae pelle Creusae.

non ego Myrmidonum sedes Dolopumue superbas      

aspiciam aut Grais seruitum matribus ibo,

Dardanis et diuae Veneris nurus;

sed me magna deum genetrix his detinet oris.

iamque uale et nati serua communis amorem.»

haec ubi dicta dedit, lacrimantem et multa uolentem       

dicere deseruit, tenuisque recessit in auras.

ter conatus ibi collo dare bracchia circum;

ter frustra comprensa manus effugit imago,

par leuibus uentis uolucrique simillima somno.

                         O mio dolce consorte,

A che sì folle affanno? A gli Dei piace

Che così segua. A te quinci non lece

Di trasportarmi. Il gran Giove mi vieta

Ch’io sia teco a provar gli affanni tuoi;

Chè soffrir lunghi esigli, arar gran mari

Ti converrà pria ch’al tuo seggio arrivi,

Che fia poi ne l’Esperia, ove il tirreno

Tebro con placid’onde opimi campi

Di bellicosa gente impingua e riga.

Ivi riposo e regno e regia moglie

Ti si prepara. Or de la tua diletta

Creusa, signor mio, più non ti doglia:

Ch’i Dolopi superbi, o i Mirmidóni

Non vedranno già me, dardania prole,

E di Prïamo figlia, e nuora a Venere,

Nè donna lor, nè di lor donne ancella:

Chè la gran genitrice degli Dei

Appo sè tiemmi. Or il mio caro Iulo,

Nostro comune amore, ama in mia vece;

E lui conserva, e te consola. Addio.

Così detto, disparve. Io che dal pianto

Era impedito, ed avea molto a dirle,

Me le avventai, per ritenerla, al collo;

E tre volte abbracciandola, altrettante,

Come vento stringessi o fumo o sogno,

Me ne tornai con le man vòte al petto.

Questo è dunque il prezioso ufficio dei vati dell’evo antico, non solo dell’infelice Creusa, ma altresì della Sibilla e di tutti coloro che già incominciavano a languire antivedendo il divino «oltraggio»:

Paradiso xxxiii, 62-64

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

Ma Enea chiede espressamente alla Sibilla cumana di donargli un responso chiaro, frutto d’un invasamento di Apollo e di non affidar la sua sentenza alle foglie, per cui non è questo il nostro caso.

Durante questo viaggio avventuroso verso Occidente Euro dovè lottare con altri venti che gli s’opposero. Quali furono i suoi nemici?

Iliade xvi, 763-771                                               

                                                   οἳ δὲ δὴ ἄλλοι

Τρῶες καὶ Δαναοὶ σύναγον κρατερὴν ὑσμίνην.

ς δΕρός τε Νότος τριδαίνετον λλήλοιιν

ορεος ν βήσσς βαθέην πελεμιζέμεν λην

φηγόν τε μελίην τε τανύφλοιόν τε κράνειαν,

αἵ τε πρὸς ἀλλήλας ἔβαλον τανυήκεας ὄζους

ἠχῇ θεσπεσίῃ, πάταγος δέ τε ἀγνυμενάων,

ὣς Τρῶες καὶ Ἀχαιοὶ ἐπ’ ἀλλήλοισι θορόντες

δῄουν, οὐδ’ ἕτεροι μνώοντ’ ὀλοοῖο φόβοιο.

Allor Troiani e Achivi una battaglia
Appiccâr disperata: e qual gareggiano
D’Euro e di Noto i forti fiati a svellere
Nelle selve montane il faggio e il frassino
Ed il ruvido cornio
; e questi all’aere

Dibattendo le lunghe e larghe braccia
Con immenso ruggito le confondono,
Finchè li vedi fracassarsi, e opprimere
Fragorosi la valle: a questa immagine
L’un su l’altro scagliandosi combattono
Troiani e Dánai del fuggir dimentichi.

Un nemico è dunque il Noto, attivamente meschino in quanto atterra le selve montane; ma non pur quel legno, bensì anche quelli d’Enea, che Euro e Noto chiamati in duello dall’invidiosa Giunone, fecero naufragare sulle coste cartaginesi:

Eneide i, 108-112

Tris Notus abreptas in saxa latentia torquet—

saxa vocant Itali mediis quae in fluctibus aras—

dorsum immane mari summo; tris Eurus ab alto   

in brevia et Syrtis urget, miserabile visu,

inliditque vadis atque aggere cingit harenae.

Tre ne furon dal Noto a l’are spinte:

Are chiaman gli Ausoni un sasso alpestro

Da l’altezza de l’onde allor celato,

Che sorgea primo in alto mare altissimo:

E tre ne fur dal pelago a le Sirti

(Miserabil aspetto) ne le secche

Tratte da l’Euro, e ne l’arene immerse.

Amico ed ostile al contempo si mostra il vento d’Oriente al potere di Roma antica, ma sempre favorevole a quello della Roma nuova, quella redenta dal martirio di Cristo ed eletta capitale del mondo da quello di San Pietro, non certo dagli allori di Cesare, che non furono altro che pignora Imperii. Fu proprio il nostro vento ad affrettar l’approdo romano di San Paolo, pronto finalmente a rompere gli indugi e correre verso l’estrema testimonianza ed il martirio. Anche in quest’occasione la mano benevola di Dio diede a tutti una dimostrazione della forza della fede; e volle significare che per giungere sani e salvi all’approdo è necessario disfarsi di ciò che non è più necessario al mercante che ha ormai adocchiata la sua perla. Solo ciò che è «divenuto sacro al tocco dell’amore», il pane consacrato dal Signore può esserci sostentamento nel nostro viaggio, non certo i vani doni d’un mondo che venera la chimera della laicità.

At xxvii, 7-44; xxviii, 1

Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa. Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava 10loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale. Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta. Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: «Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione». Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. Dovremo però andare a finire su qualche isola». Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.

Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare. Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave. Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra. Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta.

Non solo il Meridione, sentina di vizj (ed anche in ciò «meschino»), ma anche il Settentrione, fucina di rivoluzioni, è nemico di Euro: ci si rammenti d’Ovidio e dei suoi sette buoi di Scizia (antonomasia del Nord), i «septem triones», che sono rifugio di Borea. Abbiamo visto che sia Enea sia San Paolo doverono fronteggiare il pericolo delle Sirti (pertinaci come l’abito del vizio) verso Meridione; ma se a Settentrione Enea grazie al saggio consiglio di Eleno non volle rischiar la vita attraversando lo stretto di Messina e là affrontando Scilla e Cariddi (ferinamente eroici come la ribellione), tanta fortuna non ebbe Ulisse: chi brama la palingenesi, si sa, è colui che s’attira i pericoli della rivoluzione. Le lagrime di Lavinia inebriano questa sofferenza come la terra s’inebria dell’acqua delle nevi disciolte a primavera, dimodoché la lunga attesa divenga «provida sventura».

[Continua]

 

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