Elisabetta Tudor: l’affascinante e crudele specchio della nazione inglese

citazione a cura di Luca Fumagalli

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Inizia con questo articolo una nuova serie di pubblicazioni di stralci tratti dai romanzi più famosi di mons. Robert Hugh Benson (1871-1914).

Questa volta la fonte a cui abbeverarsi è l’ottimo “Con quale autorità?” (1904), romanzo storico ambientato in epoca elisabettiana, all’inizio delle persecuzioni anticattoliche.

Nel seguente brano Isabel e Anthony si trovano a Londra con il loro padre, ospiti di un amico. Un giorno assistono casualmente al passaggio del corteo reale, preceduto dalla macabra sfilata di un prigioniero tumefatto. Per la prima volta i due vedono Elisabetta, l’affascinante e crudele sovrana d’Inghilterra.

 

Essi camminavano a due a due, con passo lento e grave, lasciando ogni tanto cadere a terra le pesanti lance, noncuranti delle esclamazioni di dolore che sfuggivano ai più vicini. Dietro di loro, su splendidi cavalli neri, che scuotendo la bella criniera facevano tintinnare i loro bubboli, venivano i magistrati dall’aspetto grave e in veste scarlatta; quindi a piedi e a capo scoperto i gentiluomini della guardia d’onore della regina, con una verga in mano e corti mantelli; seguivano i trombettieri in maglie di acciaio, poi gli araldi che portavano degli stemmi raffiguranti leoni e gigli.

Per un momento Anthony rimase completamente affascinato dal loro splendore, ma poi il suo sguardo si volse verso il Lord Mayor[1] che avanzava su un maestoso cavallo bianco sorreggendo un cuscino sul quale posava lo scettro reale. Dietro a lui era un cavaliere con la lucente Spada di Stato; tanto Anthony che Isabel non gli dettero che una rapida occhiata; già avevano visto i pennacchi dei cavalli del grande cocchio reale circondato da numerosi palafrenieri e servi in lunga veste e calze alla veneziana.

L’aria adesso risuonava di applausi e frenetiche grida; l’entusiasmo della folla aveva raggiunto il colmo; tutti sventolavano fazzoletti e berretti. Intanto la pesante carrozza dorata era giunta sotto la finestra dei ragazzi. Seduta nel mezzo, rigida, impettita come un idolo pagano, era una figura dall’aspetto oltremodo maestoso. La regina indossava un ricchissimo e fantastico abito di porpora con strani ornamenti, una sorta di alto colletto rigido a fitte piegoline le incorniciava la testa, e la vita sottilissima sembrava sparire nella veste, che diventava a un tratto amplissima, ricoprendo i cuscini tutto intorno; completava il fastoso costume un mantello cremisi tempestato di perle e foderato d’ermellino, che lasciava scorgere i grossi diamanti che le scintillavano sul petto e i fili di perle. Sulla folta capigliatura di un castano rossiccio, lisciata e tirata alle tempie, posava molto all’indietro un cappello finemente ricamato con una minuscola corona scintillante e un’alta piuma. Il suo volto era ovale, pallido, quasi trasparente; il mento a punta, la fronte alta, le sopracciglia molto arcuate e un poco più scure dei capelli; la bocca piccola con gli angoli leggermente rialzati, le labbra sottili e strettamente chiuse, gli occhi chiari e vivaci.

Alla vista di quella maestosa figura, vestita con fasto barbarico, i due giovani si sentirono così sopraffatti da non poter nemmeno applaudire. Elisabetta infatti colpiva non solo per lo splendore che l’avvolgeva, ma perché in lei era personificata l’allegra, crudele, licenziosa nazione inglese; si sarebbe detto un simbolico gigante, il quale calmo, sereno, dominante, avanzava tra una folla ebbra di gioia, verso misteriosi destini. Ogni sovrano, anche se privo di gloria personale, possiede sempre, sino a un certo punto, un aspetto dignitoso, ma Elisabetta possedeva per di più una naturale e straordinaria maestà, e certo il re Enrico non avrebbe arrossito di questa sua figlia.

Quale meraviglia, dunque, se quella folla era come delirante in presenza dell’imponente figura, di quella pallida, vergine regina, calma e appassionata; violenta come il padre e licenziosa come la madre; ardita, intrepida in sommo grado, volubile, ma non debole, e sufficientemente padrona di se stessa per essere imparziale nella sua politica; abile in materia di finanza, e vana fuor di misura.

Ed era ben naturale che nel vedere nel gran cocchio dorato quella strana, dominatrice creatura, regale di carattere come di nascita, avvolta in ermellino, velluto e perle, ammirata da uomini di spirito, da adoratori, da servi, da uomini di stato, da frivoli ed eleganti gentiluomini che pomposamente cavalcavano dinanzi a lei e seguita da uno stuolo di dame su bianchi cavalli, avvolte in mantelli di porpora, Anthony pensasse, almeno per alcuni istanti, che lì finalmente era l’incarnazione dei suoi sogni. Questa impressione veniva poi in lui rafforzata dalle fanfare che echeggiavano per tutta la lunghezza della strada mescolando il loro suono a quello delle campane, al tumulto della folla, alle grida dei bambini, al calpestio di migliaia di persone; e dallo spettacolo veramente grandioso che presentava l’intero corteo illuminato dal sole e incorniciato da quella fantastica, serpeggiante strada, ornata da arazzi e da bandiere, che formavano come un immenso arco trionfale.

E si comprende pure facilmente che il cuore di questo ragazzo di campagna esultasse in quel momento di un entusiasmo di cui egli stesso non si rendeva conto, per la causa di un popolo che aveva saputo dare una simile regina, e per quella di una regina capace di regnare su un tale popolo; e che la sua immaginazione si accendesse all’idea di potersi consacrare al servizio di queste due cause, pronto a sacrificare per esse la sua stessa vita. Ma in quel medesimo istante, per una di quelle misteriose rievocazioni che sorgono dal profondo dell’animo nostro, rivide l’immagine del vecchio dai capelli grigi, che una mezz’ora prima era passato di lì, lamentandosi e contorcendosi sotto i colpi di sferza.

[1] È il rappresentante del governo presso la città di Londra.

(Brano tratto da R. H. BENSON, Con quale autorità?, Milano, BUR, 2014)

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