Mons. R. H. Benson e Baron Corvo: la storia di una strana amicizia tra due scrittori cattolici

Luca Fumagalli

La sfortunate circostanze dell’autunno del 1904 costrinsero Frederick Rolfe “Baron Corvo” (1860-1913) all’esilio dalla città. Gli scarsi guadagni derivati dalle vendite di Adriano VII non sarebbero certo bastati per pagare un affitto. Capì che raggiungere la madre e la sorella a Broadstairs era l’unica opzione che gli restava. Lì, presso l’isola di Thanet, nel Kent, le due donne avevano avviato un asilo e una scuola elementare per ragazze chiamata St. Alphege.

Corvo, che pure fu accolto affettuosamente, si sentiva a disagio. Lontano da Londra, cuore del mercato editoriale britannico, era inerme, privo di uno scopo. La tristezza era mitigata solamente dal piacere che gli derivava dal nuoto, attività a cui si dedicava regolarmente ogni mattina. Il resto della giornata era occupato dalla scrittura e dalle diverse commissioni che gli erano affidate dalla madre.

Le cose iniziarono a prendere una piega positiva nel febbraio del 1905, quando a Rolfe venne consegnata la lettera di un ammiratore d’eccezione: Robert Hugh Benson.

Da poco tornato in Inghilterra dopo essere stato ordinato sacerdote a Roma, Benson (1871-1914) era uno dei convertiti celebri del tempo. Figlio dell’ex arcivescovo di Canterbury, Edward White Benson, e membro di una delle famiglie più in vista dell’epoca vittoriana, la sua adesione al cattolicesimo, nel 1903, aveva sconvolto l’opinione pubblica inglese. Mai prima di allora un uomo che poteva vantare legami così importanti con le alte gerarchie protestanti del paese aveva osato tanto.

Adriano VII (Chatto & Windus, 1904)
Adriano VII (Chatto & Windus, 1904)

Stabilitosi alla Llandaff House di Cambridge per assistere mons. Arthur Barnes, in poco tempo divenne conosciuto come scrittore e predicatore. I suoi romanzi – il più famoso dei quali è Il Padrone del mondo (1907) – erano per la maggior parte gradevoli quadri storici d’intento apologetico, tutti sufficientemente godibili da garantirgli un grande successo tra i lettori, ma quasi nessuno veramente originale. Col tempo radunò intorno a sé un piccolo gruppo di zelanti studenti, molti dei quali si convertirono alla Chiesa di Roma grazie a lui.

Benson aveva letteralmente divorato le pagine di Adriano VII ricavandone una grandiosa impressione. Fu così che decise di mettersi in contatto con l’autore indirizzandogli una lettera colma d’elogi: «Spero che lei vorrà permettere a un prete di esprimerle la sua gratitudine per Adriano VII. Mi è impossibile darle un’idea del piacere che esso mi ha procurato in mille modi, né quanto profondamente mi abbia commosso. L’ho letto tre volte e, ogni volta, davanti alla fede profonda e radiosa che lo pervade, l’impressione è stata più grande».

Nonostante la differenza d’età, il temperamento del sacerdote era affine per molti aspetti a quello di Rolfe: in tutti e due c’era la stessa energia febbrile ed entrambi si erano convertiti al cattolicesimo; e comune era l’inclinazione per la scrittura e l’interesse per l’arte. Sul conto di Benson e su quello dei suoi fratelli circolavano poi strane insinuazioni di presunte tendenze omosessuali. Quel che è certo è che Hugh – chiamato così da amici e parenti – condusse un’esistenza casta, al di sopra di ogni sospetto, dedicata interamente a Dio. Questa mitezza d’animo era la cosa che più lo separava da Baron Corvo, una qualità che, unita al carisma, gli aveva permesso di farsi rapidamente largo nell’affollato mondo editoriale inglese.

Grazie a quelle poche righe inviate a Corvo, vergate con sincero affetto, nacque un’amicizia destinata a esaurirsi presto, ma cruciale per entrambi.

Sulle prime Rolfe non dovette sentirsi a proprio agio. I cattolici gli avevano voltato le spalle troppo spesso e, se possibile, i sacerdoti si erano comportanti anche peggio dei loro fedeli. L’entusiasmo riguardò verosimilmente un periodo più tardo: per il momento trionfava la diffidenza. Non avendo alcunché da perdere, decise infine di rispondere. Forse neanche lui capì bene cosa accadde, fatto sta che tra i due nacque un’immediata simpatia che si concretizzò in un fittissimo scambio epistolare.

Robert Hugh Benson (1907)
Robert Hugh Benson (1907)

Le lettere, che andavano e venivano a ritmo giornaliero, trattavano argomenti quali l’arte, la letteratura e l’astrologia, di cui entrambi erano appassionati cultori. In uno dei pochi stralci sopravvissuti, Benson ammise inoltre di considerare Adriano VII tra i tre libri da cui mai si sarebbe voluto separare.

Robert Hugh Benson e Frederick Rolfe si incontrarono di persona dopo circa sei mesi dalla fatidica prima lettera. Nell’agosto del 1905 Corvo venne invitato dall’amico a raggiungerlo per qualche giorno presso la canonica di Cambridge; sull’onda dell’entusiasmo organizzarono un breve viaggio a piedi attraverso la campagna, col proposito di non toccare mai le grandi città e di fermarsi invece nelle piccole osterie di paese. Ebbero così occasione di conoscersi meglio, scambiandosi pareri, pregando e leggendo insieme: la loro amicizia sopravvisse a questa prova del fuoco, anzi ne risultò cementata.

Intorno al maggio del 1906, su proposta di Benson, i due iniziarono a scrivere insieme un romanzo dedicato a San Thomas Becket. Rolfe accettò: collaborare a un testo con uno scrittore già affermato poteva essere l’occasione per raggiungere quel successo commerciale a lungo atteso. Le successive visite di Corvo a Cambridge – tra esperimenti di magia bianca, gare natatorie e il fumo delle immancabili sigarette – culminarono con la promessa fatta da Hugh, se mai fosse diventato vescovo, di conferire l’ordinazione sacerdotale all’amico. Con il cuore gonfio d’attesa, Rolfe fu certo di aver trovato l’ “amico divino” a lungo cercato.

Il libro su San Thomas Becket sarebbe apparso come la traduzione di un testo in francese antico fatta da un monaco. I rispettivi ambiti di lavoro vennero chiariti sin dall’inizio: Hugh si sarebbe occupato della cornice del racconto, Corvo delle descrizioni e dei personaggi. Sull’onda dell’entusiasmo il sacerdote preparò in fretta e furia un riassunto in tre parti e lo inviò a Rolfe per un parere.

Baron Corvo (1907)
Baron Corvo (1907)

Dal punto di vista economico, l’accordo prevedeva che sulla copertina del libro sarebbero apparsi entrambi i loro nomi, ma a Benson, che aveva posto le condizioni della storia e che si era sobbarcato la parte più dura dell’impresa, sarebbero andati i due terzi dei profitti. Rolfe era al settimo cielo. Affiancare il proprio nome a quello del sacerdote era una ricompensa già più che sufficiente, un modo anche per riabilitarsi presso i correligionari.

Purtroppo, a causa di diversi contrattempi, la collaborazione non ebbe effettivamente inizio prima dell’agosto del 1907.

Rolfe, che attendeva un segnale già da diversi mesi, fu travolto dall’uragano creativo dell’amico: Benson, quando ispirato, era uno scrittore frenetico, capace di lavorare ininterrottamente per molte settimane senza concedersi pause. Corvo, all’opposto, era calmo e riflessivo, incline a soffermarsi per tanto tempo sui dettagli; per lui tenere dietro al sacerdote non era impresa da poco.

A novembre, una lettera in cui Benson suggeriva di modificare il loro accordo iniziale pose la pietra tombale sul progetto: il volume sarebbe stato pubblicato con il solo nome del sacerdote in copertina, mentre Rolfe, pur ricevendo il compenso pattuito, sarebbe stato relegato in una nota nei ringraziamenti. Benson spiegò che il suo agente lo aveva avvertito che così il romanzo avrebbe sicuramente venduto un maggior numero di copie.

Rolfe ne rimase mortalmente offeso. Seguì un aspro confronto e il barone declinò anche l’invito a prendere per sé tutti gli appunti e a pubblicare il volume per conto proprio. L’astio finì col crescere ancora di più quando Benson, a parziale riparazione di un errore che forse riconosceva di aver commesso, gli offrì il posto di custode della sua nuova casa di Hare Street. Certamente quello di proporre un umile incarico a una persona che fino a quel momento aveva pensato di diventare il coautore di un libro era un gesto estremamente indelicato, a maggior ragione se si pensa che Hugh, qualche mese prima, aveva ventilato la possibilità di far trasferire l’amico in un’abitazione vicino alla sua.

Robert Hugh Benson nel suo studio (1910)
Robert Hugh Benson nel suo studio (1910)

Lo strano comportamento di Benson – che pubblicò da solo il libro nel 1908 con il titolo The Holy Blissful Martyr, Saint Thomas of Canterbury – fu motivato da diversi fattori. Se è vero che il fratello Arthur e mons. Barnes gli avevano consigliato di prendere le distanze da Rolfe, la prospettiva di un lauto guadagno fu un argomento di sicuro più convincente; d’altronde le spese per l’acquisto e la ristrutturazione della nuova casa avevano prosciugato quasi del tutto i suoi risparmi. A questo si dovette sommare l’irritazione per la lentezza con cui Baron Corvo portava avanti la propria parte di lavoro.

A Rolfe non restò che incassare il colpo. Nel suo romanzo veneziano, anni dopo, parodiò Benson storpiandogli il nome in Bobugo Bonsen e descrivendolo in termini tutt’altro che affettuosi: «Era un piccolo Crisostomo di prete affetto da balbuzie, con i modi alla Cambridge di un personaggio di Vaughan, la faccia del Cappellaio Matto di Alice nel paese delle meraviglie, e l’aspetto di un etoniano che follemente trascura di darsi la minima pena per quanto riguarda il proprio tempio dello Spirito Santo».

Uno dei poemi di Benson – che pure ridicolizzò Corvo nei romanzi The Sentimentalists e Initiation –, intitolato Hero Workship, fu interpretato viceversa come una postuma richiesta di scuse rivolta a un amico trattato ingiustamente: «Nella mia follia e nella mia gelosia / ho lasciato che i giudizi critici prevalessero con troppa fretta».

I due, pur continuando a scambiarsi lettere occasionali, dopo il litigio non si rividero mai più.

 

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