Newman e Manning: due cardinali nell’Inghilterra vittoriana

di Luca Fumagalli

Uno dei più grandi motivi di gioia per la comunità cattolica inglese del XIX secolo – da poco riorganizzatasi dopo secoli di semi-clandestinità – fu la conversione di John Henry Newman.  Fu solo a quarant’anni, dopo aver militato lungamente nel Movimento di Oxford, che l’adesione alla Chiesa di Roma divenne per lui ineludibile. Nessuno dei suoi più stretti collaboratori durante il periodo universitario fece la stessa scelta: Froude morì nel 1836, mentre Keble e Pusey sopravvissero per raccogliere le scarse forze Tractarians rimanenti.

Nel 1843 Newman ritrattò quanto aveva dichiarato di insultante contro il Papa e si ritirò con pochi intimi a Littlemore, presso Oxford. Dopo due anni di meditata e sofferta decisione, venne accolto nella Chiesa il 9 ottobre 1845 da padre Domenico Barberi, un passionista italiano.

Newman univa il dominio di una mente di larghe vedute e di estrema sensibilità al distacco dai più volgari contatti. Anche se timido, era capace di un profondo affetto nei confronti degli amici. Ispirava un amore unico e reverente, ma si dimostrava rigido con chi non condivideva la sua impostazione, apparendo in molte occasioni poco ricettivo (cosa che gli attirò diverse antipatie). Fu però un teologo brillante, un instancabile apologeta e un romanziere occasionale ma di gran pregio.

Anche il più prossimo gruppo di Littlemore seguì Newman nella conversione, così come diversi amici appartenenti alla cerchia meno intima. Fra questi Frederick Oakeley, che condusse una vita da dotto sacerdote, e William George Ward, teologo e matematico, collega di Oakeley al Balliol.

Tornando a Newman, dopo la sua partenza da Littlemore, fu ad Oscott, dove rinnovò la passeggera conoscenza di Nicholas Patrick Wiseman (in seguito arcivescovo di Westminster e primate d’Inghilterra). Ciò che più distanziava i due era la conversione dell’Inghilterra vista da Wiseman in una prospettiva che a Newman appariva troppo ampia e ottimistica. Il pensiero di quest’ultimo era piuttosto concentrato sul solitario procedimento teologico e sulle avventure della mente alla ricerca di Dio.

Ordinato sacerdote a Roma, nel 1848 Newman fondò a Birmingham l’Oratorio in cui trascorse – ad eccezione di un periodo in Irlanda – il resto della vita. Grazie al suo impegno e a quello dei confratelli, l’Oratorio divenne un luogo di accoglienza per i convertiti dall’anglicanesimo.

Nel 1852 iniziarono per Newman le prime serie difficoltà. Quell’anno fu trascinato in tribunale con l’accusa di calunnia da Giacinto Achilli, un ex frate domenicano allontanato dalla Chiesa per abusi sessuali. Reiterando gli attacchi di Wiseman, Newman aveva pubblicamente raccontato l’indole e le astuzie dell’italiano che, però, riuscì a vincere il processo, costringendo il futuro cardinale a pagare una multa salatissima, estinta solo grazie a una sottoscrizione di massa fra i cattolici.

A questo primo inciampo si assommarono il fallimento dell’apertura di un collegio a Oxford e la controversia col predicatore anglicano Charles Kingsley.

Kingsley aveva accusato Newman di essere stato segretamente cattolico almeno a partire dal 1840 e di non aver denunciato la nuova posizione per non perdere gli incarichi che ricopriva a Oxford. Senza scomporsi, Newman rispose all’attacco con Apologia pro Vita Sua (1864), un libro così luminosamente sincero e caratterizzato da una straordinaria limpidezza d’espressione che gli fece conquistare un grande rispetto anche presso i protestanti.

Creato cardinale nel 1879 da Leone XIII, Newman morì nel 1890, a 89 anni. Rappresentò, almeno in epoca moderna, il più grande apporto da parte inglese al pensiero cattolico.

Un influsso completamente diverso dallo stile teologico oxfordiano di Newman fu esercitato da Manning, il prototipo dell’ecclesiastico d’azione. L’ex arcidiacono di Chichester aveva fatto atto di sottomissione a Roma nel 1851 come conseguenza della “sentenza Gorham”, che poneva in evidenza il carattere dottrinalmente contraddittorio della Chiesa anglicana e la sua soggiacenza al potere statale.

Nel marzo del 1850 si era infatti concluso quello che giornalisticamente venne bollato come il “caso Gorham”. Vicario di Brampford Speke, George Cornelius Gorham era stato destituito dal suo ordinario, il vescovo di Exter, Henry Phillpotts, per aver negato la dottrina della rigenerazione battesimale. Gorham aveva fatto ricorso al Privy Council che finì per dettare sentenza a suo favore, annullando conseguentemente il provvedimento vescovile. Lo scandalo che ne venne fu notevole: non solo lo stato interveniva nell’ambito ecclesiastico – prassi del resto diffusa e che già vent’anni prima aveva causato la nascita del Movimento di Oxford –, ma addirittura si arrogava il diritto di definire, seppur per via traversa, questioni di natura dottrinale. Per molti anglicani si trattò di un abuso senza precedenti e questo favorì indirettamente ulteriori conversioni a Roma.

Classe 1808, Manning vantava una volontà di ferro, una schietta pietà e una mentalità singolarmente positiva. Sebbene molti altri sarebbero venuti dopo di lui, nessuno così importante entro la Chiesa nazionale era mai diventato cattolico prima di allora. Le sue grandi capacità colpirono immediatamente Wiseman e Pio IX che, alla morte dell’arcivescovo di Westminster, lo scelse personalmente come successore. Innalzato al cardinalato nel 1875, governò la principale diocesi d’Inghilterra fino alla morte, avvenuta nel 1892.

Dal punto di vista dottrinale il suo operato si contraddistinse per una propensione allo spirito “ultramontano”. Fu uno dei più strenui sostenitori dell’infallibilità pontificia e si batté in questo senso, con passione, durante il Concilio Vaticano I. Per le sue posizioni teologiche intransigenti e per la naturale predisposizione a seguire con poca simpatia i problemi intellettuali altrui, si trovò raramente concorde con le opinioni di Newman.

La prova più forte della fiducia che le persone nutrivano in lui si ebbe in occasione dello sciopero al porto di Londra nel 1889: 200.000 operai – tra cui un gran numero di cattolici irlandesi – presero a protestare a motivo dei salari troppo bassi e si decisero a interloquire unicamente con il cardinale. Manning, dopo aver parlato alla folla, venne nominato rappresentante degli scioperanti per condurre le trattative con il governo.

Manning fu sostanzialmente un ecclesiastico “politico” nel senso etimologico e positivo del termine, rappresentando tutti quei sacerdoti che con la loro battaglia quotidiana contro lo sfruttamento e la povertà anticiparono nella prassi gli insegnamenti espressi nel 1891 dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII.

Il cardinale realizzò l’ideale popolare di un grande uomo di Chiesa, come pochi consapevole della necessità di urgenti riforme sociali. La sua morte segnò la fine di una parentesi singolarmente felice per i cattolici inglesi.

Grazie a figure di ecclesiastici di spicco, proprio come Newman e Manning, nel giro di un secolo il numero dei “papisti” in Inghilterra era andato crescendo e la loro posizione si era rafforzata. Una rete di scuole elementari cattoliche si era estesa per le città inglesi ed era ormai parte integrante del sistema d’istruzione del paese. La spontanea, libera generosità dei poveri aveva edificato le chiese che erano state finanziate, mattone su mattone, con i loro risparmi; questo fatto spiega l’intenso attaccamento all’unità parrocchiale che costituiva il perno della vita della comunità. I vecchi preti dal forte ascendente ricevevano la riverenza e l’affetto di un popolo che voleva sentirsi nelle mani di capi forti e sicuri. Dopo tempi di tenebra e dolore finalmente la resurrezione cattolica si poteva dire compiuta.

3 Commenti a "Newman e Manning: due cardinali nell’Inghilterra vittoriana"

  1. #bbruno   27 Marzo 2018 at 2:10 pm

    “Dobbiamo sperare, dal momento che siamo obbligati a sperarlo, che il papa venga trascinato via da Roma, e non possa più continuare il Concilio, o che ci sia l’avvento di un nuovo papa. È triste che siamo obbligati ad avere tali desideri” .Lettera di John Henry Newman a Fr. Ambrose St John, 22Agosto 1870.
    Questa lettera, scritta approssimativamente un mese dopo la promulgazione del Dogma dell’ infallibilità pontificia il 18 luglio 1870, sintetizza l’atteggiamento di Newman nei confronti di quella Definizione, e nei confronti del papato di Pio IX.

    Uno così viene celebrato come campione della rinascita cattolica in Inghiletterra?
    Di quale cattolicesimo, quello del suo re Henry VIII? E perché del card. Manning, che da cattolico, sostiene l’infallibilità pontificia, si dice che si contraddistinse per una propensione allo spirito “ultramontano”, come se fosse stato affetto da uno spirito ‘oltranzista’, fanatico esagerato, e non invece confessore della genuina fede cattolica?
    Il Newman fu piuttosto un precursore dei moderni tradizionalisti che pur rimpiangenti il passato, s’adattano a prendersi come papa uno che può dire le cavolate che vuole, perché la storia dell’infallibiltà pontificia è appunto una storia, buona per i creduloni..

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  2. #Luca Fumagalli   27 Marzo 2018 at 4:55 pm

    Caro bbruno,
    concordo quasi totalmente. I limiti teologici e dottrinali di Newman li hai ben evidenziati, e su questo punto non aggiungo altro. L’Oratorio fondato da Newman, però, fu uno dei centri più importanti nell’ambito delle conversioni inglesi tra XIX e del XX secolo. Ricordo solo che da Birmingham, tanto per fare un esempio illustre, è passato un certo J. R. R. Tolkien.
    Quanto a Manning l’utilizzo dell’etichetta “ultramontano” – ampiamente criticabile – è fatta solamente in ossequio alla storia, giacché così erano soprannominati comunemente i cattolici intransigenti in Inghilterra.

    Luca Fumagalli

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    • #bbruno   28 Marzo 2018 at 1:30 pm

      grazie, Luca della risposta. Seguo il suo consiglio: per i meriti di Tolkien dimentico i demeriti di Newman.

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