Te la do io la predica (ovvero: perché i populisti non vi salveranno)

 

Beppe-Grillo-Te-La-Dò-Io-lAmerica

di Miguel

Chi non ricorda Te la do io l’America, il programma condotto da Beppe Grillo e ideato da Antonio Ricci, a inizio anni ’80? Beppe da allora è cambiato poco e oggi potrebbe condurre Te la do io la predica. Sì, il grillismo è così: un format mediatico (allora la televisione era all’avanguardia, oggi lo sono i social) attraverso cui dispensare battute, con gli anni sostituite progressivamente dai sermoni.

Il Presidente Fico viaggia in tram: la morale pubblica è salva e il Paese è risanato, c’è altro? No, a posto così, il Paese può attaccarsi al tram (di Fico).

Pensate che vi parli di quanto il debito pubblico sia fuori controllo e di quanto i grillini siano incapaci di gestire il problema? Che vi ripeta quanto sia un bluff la lagna a cinque stelle? Che vi dica ancora una volta che questi pentastellati in Europa batteranno più i tacchi dei pugni? Che torni ad avvisarvi su quanto Salvini debba stare attento? (by the way: Salvini non è Salazar, anche se le prime tre lettere del cognome sono le stesse)

No, gente. Qui siamo messi peggio. Pochi giorni fa ero in un negozio di articoli per bambini: cose dedicate specialmente alla prima infanzia ma non solo. Biberon, vestitini, culle, pappette, passeggini e chi più ne ha più ne metta. Arrivo alla cassa, in fila: il primo nucleo ero africano, il secondo italiano, il terzo indiano, poi il sottoscritto. Mi giro verso l’ingresso: entra prima un africano, poi un altro. Guardo nel corridoio a sinistra: una cinese. Per carità, nel negozio c’erano anche soggetti di stirpe italica: qualche ragazza, diversi nonni, nessun ragazzo italiano in età da prima paternità. Nessuno, se escludiamo i commessi.

Questi negozi li frequenta chi ha figli. In Italia questi negozi sono ampiamente frequentati da non italiani. Lascio a voi le somme da tirare. Qui ci possiamo inventare tutte le speranze populiste che desideriamo, fondarle su movimenti a cinque stelle, sei stelle, otto stelle, dieci stelle, possiamo comprarci pure il planetario ma questo Paese, in una prospettiva puramente contingente e orizzontale, è andato. Perso. Game over.

Se poniamo la nostra fiducia negli uomini (Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, Geremia) possiamo, per citare uno che la sa lunga, stare sereni. Guardate: la questione dei figli è più politica di quanto non si pensi.

Prima di entrarvi una breve nota: non avere figli per cause indipendenti dalla volontà non solo non è una colpa ma è una via che Dio fornisce per la santificazione. Certe smanie pseudocattoliche che impongono di determinare matematicamente il valore di una famiglia per il numero dei figli o per la giovane età dei genitori, sono patetiche: i figli vanno cercati e, eventualmente, ricevuti come dono. Se e nella misura in cui Dio li concede. Fine: il resto sono code di pavone.

Dicevamo: la questione dei figli è più politica di quanto non si pensi. Sì, e non solo perché, banalmente, senza figli non ci sono nuove generazioni ma perché una società che sceglie di non generare è una società che sta dicendo, anzi urlando: “Voglio morire”.

Sei milioni di aborti in Italia, e ora apriamo la porta all’eutanasia con le celebri DAT. Insomma siamo in una società in cui ammazzi finché non ti ammazzi. Ammazzi il bambino che hai in grembo perché “non sei pronta”, lasci che ammazzino la nonna che “ora che è morta, ma sta sicuramente meglio di prima” (dipende, ragazza mia, dipende: perché se ora è all’inferno sta peggio di prima, e ci starà per sempre), e alla fine, quando la vita gira storta, ti ammazzi pure tu: bastano le “disposizioni anticipate”.

Insomma, fino a quando riesci a godicchiare abbastanza per evitare di sentire l’eccessivo peso del non senso di un’esistenza basata sulla vacuità più completa, galleggi tra apericena, sushi, cine, pub, amiche, mare, disco. Poi, quando, per la prima volta nella vita, sarai costretta – a prescindere dal “non esser pronta” (e chi lo sarà mai?) – ad affrontare qualcosa che non ti va: una punturina e via. Questa è la proposta educativa offerta alle candidate alla maternità.

Anche qui due parole di chiarimento. In particolare sul tema eutanasia: va detto che certe sofferenze fisiche cambiano il cuore e certi giudizi tagliati con l’accetta (sulla pelle altrui) sanno molto di comoda sentenza scritta dalla tastiera, insomma: sarebbe il caso di invitare molti militanti da poltrona a essere fermi nel condannare gli atti e un po’ meno sbrigativi nell’attaccare le persone. Dj Fabo ha sbagliato: non c’è dubbio. Al posto suo staremmo tutti col sorriso smagliante e canteremmo portando la Croce? Qualche dubbio ce l’ho. Qui statvideat ne cadat.

Ma torniamo ai genitori e alla società che muore. Per intenderci: la ragazzetta e il ragazzetti abituati alla filosofia di massa del carpe diem, perché dovrebbero barattare l’happy hour con il pannolino del figlio, il weekend trasgressivo con la domenica in famiglia che inizia la mattina in chiesa, il partner intercambiabile secondo il gusto del momento con un marito o una moglie che invecchiano, si affaticano e sono da assistere quando hanno la febbre? Le prime scelte sono per chi crede che tutto sia contingente e relativo, le seconde per chi crede che esista qualcosa di necessario e assoluto, dunque eterno e trascendente. Qualcosa che superi la seratina in disco, perché le seratine in disco qualche decennio fa si chiamavano balli e quelli che ballavano allora sono tutti morti.

Questo è un discorso tremendamente filosofico, dunque tremendamente politico. Sì, perché quelle ragazzette e quei ragazzetti hanno votato in gran numero Cinque Stelle, si sentono rappresentati: così gli apericena arrivano gratis con il reddito di cittadinanza. L’inconcludenza affettiva è purtroppo la premessa dell’inconcludenza sociale. Dite che esagero? Generalizzo? Può essere, ma non di troppo.

Questa società è andata. Ci sono sei milioni di morti nella famiglia italiana, sacrificati negli ultimi quarant’anni al totem dei comodi propri, almeno in larga parte. Ora si è passati oltre: nemmeno si concepiscono più i figli. E questa società in cui vige la dittatura dei capricci omicidi dovrebbe aver appena espresso, a maggioranza relativa, una forza politica su cui puntare qualche speranza? State sereni, appunto.

Tra omosessualizzazione galoppante e eterosessulità antifamigliare vien quasi il sospetto che chi desidera con tanto ardore la fine della società cristiana, la voglia veder morta non solo per decimazione fisica ma anche per meticciato razziale. Si badi: chi scrive considera il razzismo biologico una delle aberrazioni figlie dell’odiosa rivoluzione e degli osceni Lumi, aberrazione giustamente condannata dalla Chiesa. Un dubbio però viene: non è che che questo entusiasmo culturale e pubblicitario per il mescolarsi delle razze porti al non farci più riconoscere, nemmeno fisicamente, con le nostre radici, i nostri avi, i nostri eroi e i nostri santi?

Idea balzana? Non so. Pur senza folli automatismi fenotipici, la fisicità è importante: non siamo gnostici, il Cattolicesimo ha il culto delle statue, delle immagini, delle facce. E le facce spesso si sono adattate ai colori del popolo che le venerava. Serviva per identificarsi, per sentirsi vicini. Vien da chiedersi quanto i giovani della futura razza non più bianca sentiranno propri gli antichi santi così cocciutamente biondi, castani, magari anche mori, ma dalla pelle chiara e dagli occhi non raramente azzurri o verdi. Nella nostra società morente l’odio contro la virilità, si somma all’odio contro il Cattolicesimo e – in certi casi – al disprezzo per l’uomo bianco. Essere maschi (non sodomiti), bianchi e cattolici significa essere soggetti tendenzialmente sgraditi nella società d’oggi: potenziali femminicidi (maschi), potenziali xenofobi (bianchi), potenziali intolleranti (cattolici).

Il problema è che a queste tre caratteristiche poste congiuntamente si associa una categoria piuttosto curiosa di cui fanno parte San Pio V e San Pio X, San Domenico e San Francesco, San Tommaso d’Aquino e San Bonaventura, San Benedetto e Sant’Antonio da Padova, San Gregorio Magno, San Leone Magno e Sant’Alberto Magno, così come Carlo Magno e Carlo Martello e altri a seguire. Una compagnia fastidiosa questa, molto fastidiosa, in una società che si trastulla mediaticamente con Vladimir Luxuria (un trans liberal-sinistro) e in cui si cerca di piazzare, da anni, Emma Bonino (un’anticlericale, abortista orgogliosa) al Quirinale. Una società in cui, se varchiamo l’Atlantico, un presidente afro-americano riceve, sulla fiducia, un premio Nobel per la pace nei primi giorni del suo mandato, uno dei mandati più guerrafondai di cui si abbia memoria.

Il riconoscersi fisicamente e moralmente in persone che si prendono a modello è importante e, ovviamente, vale anche per gli altri popoli. Un’umanità nuova, senza radici e senza riferimenti, sta già manifestandosi con le prime doglie. In una società culturalmente bacchettata dalla Gaystapo, soggetta ad un’invasione costante di immigrati e in cui il la Fede è in eclissi, un maschio (non sodomita), bianco e cattolico è un survivor, se non un wanted. 

Credete che questo Paese possa avere speranze che non siano trascendenti? I miei auguri.

Nota finale: Fico, il presidente grillino della Camera che va in tram e che predica la sobrietà contro la casta, è un sostenitore dello ius soli, dei “diritti gay” e di tutte le peggiori aberrazioni cui può ambire un Paese in agonia.

Ascoltate me, state sereni e pregate: è meglio.

6 Commenti a "Te la do io la predica (ovvero: perché i populisti non vi salveranno)"

  1. #bbruno   1 aprile 2018 at 9:49 am

    grazie, Miguel, e stiamo sereni, les jeux sont faits… e presto anche i divertimenti lo saranno; e dopo lo stordimento da poveri grilli scemi, la scoperta di esser caduti nel baratro…

    Rispondi
  2. #Macro   1 aprile 2018 at 12:16 pm

    Vi pregherei di smettere di trattare temi di macroeconomia come debito pubblico e deficit di bilancio se non si conosco a fondo tali tematiche.
    Mi rendo conto che nessuno studia la finanza pubblica altrimenti sarebbe (concetto elementare) che il debito pubblico non rappresenta affatto un problema, ma rappresenta al centesimo la ricchezza del settore privato composto da famiglie ed aziende e la sua riduzione determina esclusivamente un impoverimento per tutto noi.
    Il debito pubblico durante le crisi economice va ampliato e non ridotto, come ovviamente hanno fatto gli USA ed altre nazioni che conoscono il funzionamento corretto della finanza pubblica.

    Rispondi
    • #Miguel   1 aprile 2018 at 2:34 pm

      Amico mio, come si dice “indicare la Luna e guardare il dito”? Quella sul debito pubblico era una battuta irrilevante a inizio articolo, mescolata ad altre. Il fatto che l’unica riflessione che la fa reagire in tutto il pezzullo sia su questo aspetto insignificante nel senso generale del testo, mi conferma quanto la nostra società abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Era una battuta, si rilassi. La roba seria è altro. E c’è pure scritto. Daje.

      Rispondi
    • #bbruno   1 aprile 2018 at 5:07 pm

      per fortuna che i temi macroeconomici sono trattati altrove e da chi conosce le tematiche per bene, e si vede…Costoro infatti insistono col dire che non c’ è speranza se non nella eliminazione del debito pubblico, e intanto ti fanno crepare per il nobile fine, per sottrarti i quello che eri riuscito a metter insieme senza il cappio del debito pubblico…I furbastri…Ma se andiamo all’ origine del fenomeno, vediamo bene che la pratica è nata dallo stravolgimento dei fondamentali…Perché tutto in fondo si tiene. Può esser utile al riguardo leggersi William Cobett…

      Rispondi
  3. #Michele   1 aprile 2018 at 9:42 pm

    Pregare, stare sulla riva del fiume (Po’, Tevere?) ed attendere il cadavere dell’Italia, ho capito bene?

    Rispondi
    • #Miguel   2 aprile 2018 at 12:34 am

      Il cadavere dell’Italia è passato da un pezzo, quello del grillismo passerà fra poco.

      Rispondi

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.