THE LOST SHEPHERD: contaminazioni conciliari e tentazioni conciliariste destinate al fallimento. Un monito per il prossimo convegno di Roma.

 

Di Baronio

 

L’ottimo Tosatti recensisce The lost shepherd, un saggio di Philip Lawler che, nella traduzione italiana, potrebbe suonare come Il pastore smarrito, visto che l’espressione  evangelica pecorella smarrita si rende in inglese con lost sheep.
É significativo che un giornalista americano cattolico, certamente non qualificabile come tradizionalista, abbia ritenuto di dover sollevare delle critiche – peraltro argomentate – sull’attuale pontificato. L’analisi di Lawler segue una lunga serie di articoli e saggi che mettono in rilievo lo sconcerto ed il senso di turbamento derivanti dal disinvolto doctrinal shift di Bergoglio, ossia da quello slittamento dottrinale che sta conducendo verso l’apostasia quel che della Chiesa di Cristo sopravviveva fino al 2013 nella neo-chiesa conciliare.
Eppure, come molti altri scritti pur fortemente critici, anche The lost shepherd presenta un elemento che, di fatto, squalifica e relativizza la denuncia della crisi presente. Scrive infatti Lawler:
«Una comprensione corretta dei limiti dell’autorità papale aiuterebbe a risolvere la crisi corrente. Il vescovo di Roma non è un potentato solitario ma il leader del collegio dei vescovi».
Questo a mio parere è l’errore principale – basato sul documento conciliare Lumen gentium – che mina sin dalle sue premesse la credibilità dei rilievi dell’autore. Non solo: l’imminente convengo di Roma del prossimo 7 Aprile, ricordato da Tosatti, potrebbe lasciarsi influenzare negativamente proprio da questo autorevole saggio e da altri interventi di analogo tenore.
L’autorità papale ha dei limiti stabiliti dogmaticamente dal Concilio Vaticano I, ed ogni tentativo di ridimensionare il Papato rischia di essere controproducente proprio per la Chiesa, dal momento che con il pretesto di arginare la deriva dottrinale di Bergoglio si finisce per depotenziare l’autorità del Romano Pontefice. E questo, a ben vedere, è ciò che paventava Pezzo Grosso in un suo recente intervento su Stilum Curiæ (qui), allorché egli si chiedeva se la perdita di credibilità della Chiesa e del Papato non fossero, in definitiva, un obiettivo di questo infausto pontificato.
La trappola in cui stanno per cadere i conservatori è tesa e pronta a scattare. Lo scrivevo lo scorso Gennaio (qui):
«Il ridimensionamento dell’autorità del Papa rischia di non essere un modo per porre un freno a questo papato, bensì al Papato in genere, finendo per rendersi più o meno volontariamente responsabili di quella svolta ultraprogressista che a parole si vuole scongiurare».
Così l’intervento di Philip Lawler, pur condivisibile per i rilievi mossi nei confronti del presente pontefice, conferma la sottomissione al superdogma conciliare, ritenuto – a torto – intangibile ed irreformabile. Sia chiaro: Lawler non è certo il primo né sarà l’ultimo della lunga serie di quanti, per mille motivi, non prendono assolutamente in considerazione l’ipotesi che il disastro in cui si trova la Chiesa di Roma possa avere una causa nel Concilio, nel suo spirito – che alcuni pretestuosamente indicano come traditore della mens dei Padri – e nel suo coerente sviluppo dottrinale, morale, liturgico, spirituale e pastorale indicato come postconcilio.
La quasi totalità di quanti hanno denunziato la deriva odierna si è parallelamente impegnata in un’aprioristica difesa del Vaticano II; altri hanno sollevato timide proposte di una revisione del Concilio alla luce della Tradizione, cercando maldestramente – e contro ogni evidenza logica – di dimostrare con questo tentativo che anche l’ultima assise romana può esser fatta rientrare – grazie all’espediente dialettico dell’ermeneutica della continuità – nell’alveo del Magistero cattolico. Solo pochi, a mio avviso, hanno avuto l’onestà intellettuale di riconoscere che il Concilio presieduto da Roncalli e Montini è un παξ ed un ossimoro che sfugge a qualsiasi classificazione dottrinale, essendosi proclamato pastorale ma allo stesso tempo avendo imposto per i proprj documenti un’adesione ultradogmatica, ed anzi pretendendo – per bocca dei suoi difensori – di rappresentare in qualche modo il primo vero ed unico concilio della nuova religione, che con la propria autorità avrebbe abrogato e superato tutti i Concilj che l’hanno preceduto, così come il Sacrificio della Nuova Alleanza ha abrogato i riti dell’Antica Legge. Ed è significativo che, proprio quando Nostra Ætate afferma che l’antica alleanza di Dio con il popolo che fu l’eletto non è stata revocata, la neo-chiesa abbia voluto cancellare duemila anni di Magistero, creandosi una propria religione che, dopo i primi vagiti della comunità primitiva, si è scoperta adulta solo con il Vaticano II. Un salto temporale non casuale, e peraltro già affrontato da tutti gli eretici del passato: metter tra parentesi i pronunciamenti dogmatici di due millenni – ed in particolare del millennio che va dal Medioevo al 1962 – ha permesso di cancellare o quantomeno archiviare tutte le condanne degli errori e delle eresie che costituiscono un fastidioso impedimento al perseguimento dell’ecumenismo irenista inaugurato da Paolo VI. 
Anche la liturgia riformata – che è espressione cultuale della nuova dottrina conciliare – è stata ideata sul fallace presupposto di un presunto ritorno alla purezza antica; un ritorno intriso di quell’archeologismo già condannato da Pio XII, che mira semplicemente ad annullare riti e formule liturgiche sviluppatisi nel corso dei secoli onde difendere, anche nell’azione sacra, il depositum fidei messo in discussione dagli eretici di ogni tempo.
Questa difesa del Vaticano II – che emerge non solo in The lost shepherd ma anche in molti interventi di Presuli ritenuti conservatori e che probabilmente interverranno al convegno di Roma – può esser considerata come parte del piano di manipolazione del dissenso ad opera di quella élite di teologi ed intellettuali che considera positivamente il Concilio come gli Stati Generali della Chiesa Cattolica.
E come in politica sbaglia chi deplora gli eccessi presenti ma non rifiuta l’omaggio ai principj rivoluzionarj che ne sono la causa, così in ambito ecclesiale sbaglia chi continua pervicacemente a deplorare la crisi attuale ma non vuol ammettere che la loro causa risiede nel Vaticano II.
Questo errore – storico e filosofico ancor prima che teologico – pregiudica qualsiasi possibilità di uscire dall’apostasia odierna, ed è inesorabilmente destinato a far fallire qualsiasi possibilità di riforma, ancorché animata da buone intenzioni; esattamente come nella cosa pubblica è impossibile ipotizzare una vera riforma, finché si affossa un partito ed allo stesso tempo se ne vota un altro che, pur presentandosi come ad esso opposto, risente della stessa matrice ideologica.
Stupisce che molti conservatori e tradizionalisti non abbiano la lucidità di denunciare questo gravissimo equivoco, lasciandosi coinvolgere in un’operazione ingannevole, non dissimile da quella che in questi giorni ha visto polarizzarsi il dissenso dei cittadini, nelle recenti elezioni politiche, nel voto al Movimento 5 Stelle.
L’inganno che occorre svelare tanto in ambito sociale quanto in ambito ecclesiale è il medesimo: non ci si può opporre alla Rivoluzione con un movimento rivoluzionario, ma con un’azione che ricostituisca e difenda quei principj che la Rivoluzione nega, primo tra tutti il principio d’autorità.
E se oggi ci troviamo con una classe politica che ha perso credibilità, è altrettanto evidente che anche il Clero della neo-chiesa – che ormai eclissa la Chiesa di Cristo da cinquant’anni – si è reso responsabile di un’opera di sistematica delegittimazione dell’autorità. Né si dica che questa perdita di credibilità dell’istituzione cattolica è iniziata con Bergoglio: il processo rimonta a ben prima, e parte da quando la setta modernista ha iniziato la propria opera di demolizione infeudandosi nella Curia Romana, negli Atenei Pontificj, negli Ordini religiosi e nelle Diocesi di tutto il mondo.
L’immoralità vergognosa del Clero secolare e regolare; gli scandali finanziarj nei quali da decenni sono stati coinvolti esponenti della Gerarchia; gli esempj di ribellione e di insubordinazione mai puniti ed anzi spesso premiati con promozioni; la dimostrazione di un’intollerabile arroganza nei confronti dei sudditi, mascherata ipocritamente da una falsa sollecitudine verso presunte richieste del popolo cristiano; la prova di un’ignoranza eretta a sistema proprio in chi dovrebbe invece coltivare con umiltà l’erudizione nelle sacre discipline; l’insofferenza altera e presuntuosa a qualsiasi voce di dissenso, accompagnata da un’implacabile furia repressiva a cui fa da contraltare l’elogio cortigiano dei nemici di Cristo non sono che conferme di un’inadeguatezza e di un’indegnità dell’attuale Gerarchia – salve rarissime eccezioni – al ruolo di guida della Chiesa.
Ma chi credesse di poter ridare dignità alla Sposa di Cristo cercando di far proprie le istanze parlamentariste e democratizzanti di Lumen gentium, dietro l’alibi di porre un limite ai vaneggiamenti dottrinali e morali di Bergoglio e della sua corte, compirebbe esattamente lo stesso errore di chi la settimana scorsa ha creduto di ridare dignità alla Nazione votando un movimento di protesta che, con un nome diverso, propone esattamente lo stesso programma modialista del PD, dettato dalla Massoneria. Entrambi propugnano l’accoglienza degli immigrati, il meticciato culturale, i cosiddetti diritti civili – aborto, divorzio, eutanasia, matrimonj gay ecc. – e la cessione della sovranità alla lobby europeista. Cose che, peraltro, sono presenti anche in una parte della coalizione di centrodestra che – come alcuni conservatori cattolici – credono di rendersi presentabili accettando il compromesso ideologico.
La validità di un principio non si giudica sulla sua applicazione parziale: esso va portato alle estreme conseguenze, e solo se si dimostra giusto e vero anche in quel caso può essere adottato senza scrupoli morali. Ora chiediamoci: quel che oggi appare giustificato da una situazione anomala, con un papa che demolisce sistematicamente l’edificio cattolico, può esser applicato domani, quando si avrà un Pontefice degno di tal nome? Possiamo noi immaginare di porre dei limiti a questo pontificato, creando le premesse perché analoghi limiti siano imposti anche in futuro, ad un Papa cattolico, contro il quale dovesse insorgere un collegio episcopale a maggioranza progressista?
Il mio auspicio è che il prossimo convegno di Roma sappia denunciare senza equivoci ogni tentativo di infiltrazione, respingendo fermamente le proposte che mirano a manipolare l’opposizione cattolica, anche e soprattutto dietro il pretesto di arginare le deviazioni dottrinali del presente pontefice. Un auspicio che umanamente può apparire quasi patetico, ma che con uno sguardo soprannaturale riesce a scorgere la mano della Provvidenza e la divina protezione su quanti non disertano la  battaglia per la gloria di Dio e l’onore della Chiesa.
Il problema, in fondo, non è il Papato, ma questo papa. E ciò in cui egli si allontana dal modello voluto da Cristo non è coessenziale al Papato, ma alla sua deliberata distorsione, inaugurata cinquant’anni or sono.

 

 

 

 

 

4 Commenti a "THE LOST SHEPHERD: contaminazioni conciliari e tentazioni conciliariste destinate al fallimento. Un monito per il prossimo convegno di Roma."

  1. #Ranieri cossettini   10 marzo 2018 at 10:26 pm

    L’errore non è di poco conto. E’ talmente grave da far rigettare il tutto. Un saggio, anziano, cugino mio e Sacerdote un giorno mi disse: “quando trovi un articolo con nove frasi conforme alla sana teologia e alle Scritture, la decima errata, prendi tutto e gettalo via. Li c’è la coda di Satana!”.

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  2. #bbruno   10 marzo 2018 at 10:34 pm

    qui veramente abbiamo insieme il ‘lost sepherd’ e ‘il lost sheep’. Come è stato detto: “Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!”. Both lost!

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  3. #Michele   13 marzo 2018 at 2:24 pm

    Ammetterete che per un cattolico formatosi dopo il CV II non sia scontato dopo aver aperto gli occhi, vedere le cause principali dello spettacolo di desolazione che ha dinanzi. Proprio perché in ognuno di noi sono presenti i retaggi della cultura post conciliare, sarà necessario vagliare ogni concetto apparentemente conforme alla dottrina cattolica. L’oro si purifica dalle scorie con il fuoco, e questo brucia, gli affetti, le convinzioni…

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  4. #bbruno   13 marzo 2018 at 4:04 pm

    ha ragione Michele, questa è la tragedia del cattolicesimo attuale: la grande perversione intellettuale subita dal concilio criminale.

    Ma basterebbe il semplice ritorno al Piccolo Catechismo di san Pio X (scritto per i bambini della Prima comunione, mica un trattato da Sorbona), per reimpostarsi le idee in senso veramente cattolico.

    E quindi non ci sono scuse: Vangelo e Piccolo Catechismo. Ma c’è una condizione: “se non tornerete come bambini…)

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