Un lungo viaggio nel cuore di tenebra dell’uomo: “Il Signore delle Mosche” di William Golding

di Luca Fumagalli

Il Signore delle Mosche, come molti dei libri dell’inglese William Golding, Nobel per la letteratura nel 1983, condensa il senso della vicenda nelle primissime pagine. Nell’incipt vi sono inseriti, più o meno scopertamente, i semi dei temi che vengono trattati nell’intera opera e che germogliano, per così dire, pagina dopo pagina. In questa prospettiva il capitolo iniziale è illuminante e decisivo.

Ralph e Piggy – soprannome che significa “maialino” – sono i primi che si incontrano, e non possono essere ragazzi più diversi. Biondo, longilineo e determinato il primo; goffo, sovrappeso e ingenuo il secondo. Se il dodicenne Ralph ha spalle larghe, quadrate e mostra dolcezza nei lineamenti del volto, Piggy è asmatico e porta gli occhiali da quando aveva tre anni. Sono tra i pochi superstiti di un volo aereo che trasportava alcuni scolari inglesi di buona famiglia verso l’Australia, unico luogo sicuro in un mondo distopico devastato dalla guerra atomica.

I due, dopo essersi presentati, discutono animatamente sul da farsi, valutando ogni possibile opzione. Per il momento la cosa più intelligente sembra quella di scoprire se ci sono altri sopravvissuti e magari, tra questi, degli adulti.

Decidono allora di suonare una grande conchiglia, trovata sulla spiaggia, per richiamare eventuali superstiti. Poco alla volta compaiono altri ragazzi; solo una ventina di essi, tra i sei e i dodici anni, è scampata all’incidente; di adulti non vi è alcuna traccia.

Avvertendo la necessità di elaborare un piano per salvarsi, viene indetta un’assemblea con lo scopo di valutare la situazione e di distribuire i compiti a ciascuno. Nonostante le proteste di Jack Merridew, maestro del coro e capoclasse, l’unico di cui si conosce il cognome, Ralph viene eletto capo. A Jack, simile a Ralph nell’età e nella prestanza fisica, dotato di un lungo coltello a serramanico, come risarcimento morale viene lasciata la guida dei ragazzi del coro che, da questo momento, saranno i cacciatori del gruppo.

Il capitolo si chiude con una missione esplorativa che vede impegnati Ralph, Jack – affratellati momentaneamente in un legame simile a quello tra Abele e Caino – e Simon, un ragazzino più piccolo ed introverso. I tre, camminando lungo la spiaggia, giungono infine al suo limite estremo. Ora hanno la prova di trovarsi su un’isola, con una montagna centrale e un’ampia foresta tutt’intorno.

Pochi fatti, chiari, cronologicamente ordinati e una semplicità del linguaggio che non lascia spazio a fraintendimenti. Per il lettore quello che è accaduto in questa prima parte del libro è limpido. Come in The Coral Island di Ballantyne, l’anti-modello ottocentesco del romanzo di Golding, i giovani sopravvissuti si impattano con un’isola affascinante, misteriosa, e le loro prime azioni sono orientate al governo e all’esplorazione, un esempio di britannico pragmatismo e alto senso della democrazia.  Eppure, anche in questa comunità quasi originaria, isolata e, per certi versi, assoluta, disseminate un po’ ovunque, si avvertono piccole avvisaglie di quello che accadrà successivamente, di come, almeno a partire dalla seconda metà del testo, la situazione sarà destinata inevitabilmente a precipitare. La conchiglia, ad esempio, se da un verso è lo strumento che riconduce i ragazzi sperduti all’ordine, dall’altro produce una nota profonda che lascia margine a una certa inquietudine. Nell’assemblea, d’altronde, prima manifestazione di un desiderio di autoregolamentazione, solo chi ha in mano la conchiglia ha diritto di parola; nonostante questo, la quiete è più volte turbata da Jack che si oppone all’elezione democratica del capo.

Sintomatica anche la scelta di affidare il ruolo di cacciatori proprio ai ragazzi del coro che, nell’immaginario collettivo, dovrebbero rappresentare qualità diametralmente opposte quali la grazia e la pacatezza. Anche in questo particolare si cela un silenzioso avvertimento.

Il momento in cui il lettore avverte più facilmente il senso di diffusa incertezza è la scena finale del capitolo in cui Jack, visto un maialino intrappolato in un intrico di rampicanti, tenta di ucciderlo con il suo coltello, desistendo fortunatamente all’ultimo. Almeno per un attimo l’istinto, il desiderio di sentirsi dominatore violento, ha preso il possesso del giovane ed è mancato davvero poco perché ponesse fine alla vita dell’animale. Accadrà ancora? Si spingerà mai oltre? È con queste domande irrisolte che si chiude l’episodio.

Nel prosieguo delle vicende, di pari passo con l’irresponsabilità dimostrata da alcuni dei ragazzi che preferiscono giocare e nuotare piuttosto che aiutare Ralph e Simon a costruire dei rifugi per la notte, appaiono sempre più nette le differenze tra i due leader. Ralph è preso da un istinto civilizzatore, vuole ricostruire sull’isola un ambiente domestico e si prodiga per preparare un riparo e accendere un grande fuoco di segnalazione. Anche Jack, sulle prime, sembra voler ripercorrere la via della civiltà quando si offre di far curare il fuoco a parte del suo gruppo e declama, certo inconsapevole, un elogio del tipo umano promosso dal Defoe di Robinson: «Dopo tutto, non siamo selvaggi. Siamo inglesi, e gli inglesi sono i più bravi in tutto. Dunque dobbiamo fare quello che è giusto».

Ma nelle fiamme che, appena accese, subito si propagano indomabili distruggendo mezzo chilometro quadrato di foresta, si colgono i segnali di un contegno non destinato a durare, di un male che monta nell’anima dei protagonisti. Il primo ad accorgersene è Jack che matura una consapevolezza che a Ralph manca ancora. Inizia a praticare l’arte della caccia ed è trascinato da un istinto che solo qualche tempo prima lo aveva ripugnato e imbarazzato, un desiderio che presto si mostra nei volti dipinti e nei capelli ormai lunghi e scarmigliati dei cacciatori.

Oltre a Ralph e Jack, vengono via via presentati altri abitanti dell’isola, tipi umani in bilico tra l’innocenza e la colpa, tesi verso un autocontrollo sempre più difficile, timorosamente attratti dalla loro natura.

Tra questi vi è il piccolo Simon. Considerato strano da tutti – spesso resta in disparte, schivo, parla poco e ogni tanto pare assente – agisce da pacificatore tra Ralph e Jack, è sensibile alle sofferenze altrui ed è colui che entra in un contatto quasi mistico con la natura; a differenza dei cacciatori si rende perfettamente conto che l’isola non è un Eden, una perla rara dell’Oceano Indiano, ma il luogo più terribile del mondo, quello in cui si nasconde la presenza del male, chiuso in quella nera giungla che, altro non è, se non il correlativo oggettivo di loro stessi (e i termini “oscuro” e “oscurità” appaiono piuttosto frequentemente nel corso del romanzo). Simon si trova così ad abbracciare totalmente l’autentica natura dell’uomo, la sua parte solare e quella più cupa. E il suo destino, non a caso, sarà simile a quello del cireneo omonimo raccontato nel Vangelo: in virtù della sua più alta consapevolezza, sarà costretto, suo malgrado, a portare la croce per tutti.

A Roger è invece affidato il compito di preconizzare la tragedia che si compirà a breve, quella globale inversione di atteggiamenti che ha il suo inizio poco dopo, quando Jack rompe gli occhiali di Piggy e, impegnato in una caccia furiosa che lo porta ad uccidere il primo maiale, si scorda di curare con i suoi uomini il fuoco che si spegne proprio nel momento in cui passa una nave, gettando così al vento la tenue speranza di salvezza (se di salvezza si può parlare).

Infatti la cosiddetta civiltà, quella che dovrebbe tenere legati i ragazzi alla giustizia e al rispetto reciproco, è esattamente come loro. Quel mondo fatto di leggi e garanzia è impegnato in una guerra planetaria, senza possibilità di soluzione immediata. Il microcosmo dell’isola si prepara, in questo senso, ad essere lo specchio della realtà esterna. Anche gli occhiali rotti di Piggy – immagine di chi giudica la realtà da un punto di vista limitato e parziale – raccontano tutta la precarietà della sua visione razionale che si sgretola quando, affamato, implora ridicolmente Jack per un pezzo di carne.

Giunti a questo punto, a Ralph non resta che convocare una nuova assemblea nell’illusione di poter portare un po’ di ordine e di concordare una strategia comune per la sopravvivenza. Ma la differenza rispetto alla prima è evidente. La vaga organizzazione che caratterizzava i primi giorni è ormai scomparsa e la situazione sembra essere degenerata nella confusione più totale; inoltre, a questi problemi si assomma la paura dei bambini più piccoli che temono possa esserci sull’isola una bestia pericolosa.

La rottura definitiva dell’unità del gruppo è l’amara constatazione che l’ossessione per il potere è essenzialmente del fanciullo e non solo dell’adulto, quasi non ci fosse nessuno spazio per un’ipotetica innocenza pregressa. Grandi e piccoli condividono il medesimo destino, sono identici e possibilità redentive dei primi sui secondi non esistono.

Intanto il gruppo guidato da Ralph tenta di riorganizzarsi come una tribù in cui finalmente Piggy e la sua razionalità possono trovare adeguato spazio. Jack, nel frattempo, con i suoi cacciatori si è stanziato al “castello”, un lembo roccioso vicino alla spiaggia, e la caccia, da questo momento in avanti, non è più solo questione di cibo o sopravvivenza, ma è sensazione di controllo e potere. Così, dopo aver ucciso un grande maiale, decidono di tagliarne la testa e di conficcarla su un palo nei pressi della montagna: un’offerta per la bestia di cui il ragazzo ne è diventato l’inconsapevole sacerdote.

Quando Simon vede il macabro trofeo per la prima volta, sanguinante e attorniato dalle mosche, ne rimane scioccato ma, al contempo, incuriosito: «Di fronte a Simon il Signore delle Mosche ghignava, infilzato sul bastone. Alla fine Simon cedette e riaprì gli occhi: vide i denti bianchi, gli occhi velati, il sangue … e restò affascinato, riconoscendo qualcosa di antico, di inevitabile». In un istante coglie dunque quello che sta accadendo sull’isola: tutti sono colpevoli. Il male, simbolicamente rievocato dal satanico “Signore delle Mosche” di biblica memoria, Belzebù già citato da Huxley in La scimmia e l’essenza, è una tentazione con cui ogni essere umano deve fare i conti. Ora ha la conferma di ciò che aveva già intuito in precedenza, cioè che la bestia non è nella giungla, ma vive in loro. E la stessa testa, in una sorta di visione, gli rivela questa sconvolgente verità.

A questo punto il ragazzo, dopo essersi ripreso dallo spavento, si dirige verso la montagna, desideroso di risolvere, una volta per tutte, l’enigma del mostro. Scopre il corpo di un paracadutista deceduto e, sollevato, corre a riferirlo agli altri. Il ragazzo, l’unico che ha compreso la duplice natura dell’uomo, ha ora la possibilità di raccontare a tutti la verità e, come una sorta di rito catartico, di liberarli dalle paure irrazionali, costringendoli davanti alla loro nuda anima. Simon, in un crescendo di macabra ironia, nelle ombre della sera viene scambiato per la bestia e ucciso. Quella verità che poteva generare consapevolezza è ormai sfuggita per sempre, inafferrabile, lontana come l’orizzonte marino verso cui si dirige il paracadute e il cadavere del fanciullo.

La morte del ragazzo getta un’ombra su tutti. Se, da una parte, Ralph è dilaniato dal dubbio e della paura, Piggy si ostina a negare l’evidenza opponendo all’orrore, ancora una volta, una visione razionalistica. Rifiuta la malvagità dell’uomo, non la vuole nemmeno considerare per non scalfire quell’alone di ottimismo ipocrita che lo circonda. A questo punto Ralph è costretto a giocare a carte scoperte, svelando la sua disperazione. Anche lui ha intuito la verità e ora, quello che gli sembrava un paradiso, l’isola dove poter essere finalmente libero, gli appare come un inferno in cui loro stessi sono vittime e carnefici. I due mondi sono anche in lui.

Jack e i suoi cacciatori, al contrario, continuano a ritenere il male come qualcosa di esterno e si riorganizzano in prossimità del “castello”. Preparano le difese pronti a rispondere all’attacco della bestia che, a quanto pare, è in grado di mutare forma. Per esorcizzare la paura Jack decide di far punire uno dei ragazzi, ritenuto ingiustamente colpevole per la morte di Simon, nulla più di un capro espiatorio per estinguere qualsiasi senso di colpa. Ma ormai sono preda dell’odio e dell’egoismo. Così, senza alcuna remora, più tardi attaccano il campo di Ralph e sottraggono a Piggy gli occhiali per accendere il fuoco, lasciando il compagno quasi cieco.

Prima di recarsi al “castello” per reclamare gli occhiali, il suono della conchiglia riecheggia per l’ultima volta, quasi a ricordare un barlume di civiltà che ormai non esiste più. E, infatti, quando Ralph e Piggy giungono all’accampamento dei cacciatori, la situazione degenera quasi subito. Inutili sono i tentativi di Piggy di ricondurre gli altri all’accordo con parole ragionevoli. La risposta giunge sotto forma di un masso che, spinto da Roger, cade lungo la parete e uccide Piggy sul colpo, mandando in frantumi anche la conchiglia che teneva in mano, sigillo che ogni composizione pacifica è compromessa e che ora sull’isola non c’è più alcun freno per la violenza. Ralph, terrorizzato, fugge e si nasconde nella foresta. L’uccisione di Piggy è, in un certo senso, quella del maiale, quella bestia che i cacciatori hanno inseguito sin dalle prime pagine del libro ma che, adesso, con ulteriore evidenza, si rivela in loro. Il paria della comunità si immola come la Cassandra della mitologia greca, invisa a molti per le terribili sventure che era in grado di prevedere.

L’ultimo capitolo è il naturale epilogo della vicenda e riporta il lettore, ancora una volta, al confronto con la prima parte del romanzo e, soprattutto, con le sue premesse compositive. Ormai rimasto solo, Ralph caèisce che i cacciatori non hanno ancora finito. Sta per iniziare una guerra senza cavalleria, in cui il nemico, colpevole di non aver riconosciuto il vero capo, deve essere ucciso. Non c’è più margine per il perdono: Ralph sarà la nuova offerta per la bestia.

Il giorno successivo l’inseguimento ha inizio e i vecchi coristi appiccano il fuoco all’intera isola per stanare la preda e costringerla verso un luogo aperto più adatto alle manovre.

Alla fine, ansimante sulla spiaggia, Ralph si ritrova ai piedi di un ufficiale. Una nave ha avvistato il fumo e alcuni soldati sono giunti per salvarli. Quando arrivano anche i cacciatori, la prima reazione del mondo adulto è quella di ridurre tutto ad un gioco, donando al lettore un nuovo punto di vista in cui la tragica avventura dei fanciulli è declassata al rango di puro divertimento. L’ufficiale non comprende nulla della vera natura di quella caccia, guarda i giovani dall’alto in basso e non si rende conto che il loro male è anche il suo, che è l’uomo che è bambino.

Ralph non trova quindi consolazione neanche nel mondo esterno e, allo stesso modo, le utopie razionaliste di Piggy hanno dimostrato di avere la consistenza progettuale di un castello di carte. Ogni speranza è morta e l’agognata salvezza si è dissolta in un attimo. Non rimane nulla per lui se non cominciare a singhiozzare: «Piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy».

Il Signore delle Mosche, pubblicato per la prima volta nel 1954, è davvero un romanzo che nasconde una rivelazione; il suo scopo è quello di mostrare il male dell’uomo che, capitolo dopo capitolo, diventa sempre più evidente, fino a trascinare i giovani protagonisti in un gorgo di follia e disperazione. I bambini, apparentemente innocenti, si scoprono infine colpevoli. D’altronde il fuoco che avvolge l’isola al termine del libro – una sorta di cartolina infernale – sembra suggerire l’impossibilità per l’uomo di edificare qualcosa di sano e durevole. Tutto è contaminato, rovinato, abbruttito anche solo dalla sua presenza. Nuovamente, dopo L’isola del dottor Moreau, lo scontro tra uomo e animale vede il prevalere di quest’ultimo.

Golding attacca la banalizzazione razionalista di Hobbes – per cui la civiltà può porre una freno agli atteggiamenti più ferini – e, soprattutto, di Rousseau, convinto che l’umanità sia naturalmente buona e che a depravarla sia la società. Le convenzioni sociali, in realtà, sono solo un maldestro espediente per coprire il male dell’uomo, il peccato originale.

L’idea che Golding ha di peccato originale differisce tuttavia da quella teologica tradizionale perché in esso è esplicitamente contenuta la negazione della possibilità di redenzione che è naturale complemento dell’errore. Nel testo non vi è alcuna traccia di Grazia.

Il dato che emerge incontrovertibile dalla lettura del romanzo è che, innanzi al male, Golding non trova una risposta, forse considerandolo inemendabile. Il pessimismo radicale lascia spazio solo occasionalmente a momenti in cui emerge impellente un desiderio di salvezza, di qualcosa che, in un certo senso, possa riscattare l’uomo dalla sua condizione disperata. Ma nulla è in grado di offrire sostegno, neanche il mondo degli adulti. Tutto quello che rimane dell’esperienza dei ragazzi è il grido inascoltato negli occhi di Ralph.

Un commento a "Un lungo viaggio nel cuore di tenebra dell’uomo: “Il Signore delle Mosche” di William Golding"

  1. #Nicòla   11 Marzo 2018 at 4:59 pm

    Il cupo pessimismo senza uscita della letteratura anglosassone ha una spiegazione teologica. Avendo il battesimo valido, ma gli altri Sacramenti no, gli anglicani si sentono dei reietti. Tutti i loro tentativi di auto-illudersi al riguardo, finiscono per naufragare, se non altro di fronte alle ispirazioni dell’ANGELO CUSTODE che cerca di farglielo capire.

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