“Alfie Evans case”: presupposti ideologici e conseguenze giuridiche.

alderhey

di Bellarminus

Breve premessa: il presente articolo si pone volutamente in termini tecnici e descrittivi, in modo tale che il lettore possa trarre le dovute conseguenze utilizzando la retta ragione.

La vicenda di  Alfie Evans, il piccolo infante affetto da una grave patologia invalidante e costretto a ricorrere all’ausilio di macchinari per sopravvivere, si pone come caso emblematico delle nuove tendenze degli ordinamenti giuridici moderni in ambito bioetico alla luce di quanto deciso dalle corti britanniche. In particolare, si è ritenuto che Alfie Evans non debba più ricevere alcuna assistenza sanitaria, poiché il suo best interest consiste nel decesso in ragione delle proprie condizioni fisiche ritenute lesive della dignità umana. Questa vicenda apre senza ombra di dubbio scenari inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Ed invero, il caso di Alfie Evans va inquadrato senza ombra di dubbio in un’ottica di progressiva svalutazione del dato biologico umano (la vita è un bene intangibile in se stesso) in favore di una dimensione più squisitamente benthamiana (la vita buona è solo la vita utile e produttiva) e materialista (quindi pragmaticamente nichilista).

Appare doveroso preliminarmente dare atto della situazione italiana per meglio comprendere il caso di Alfie Evans.  Ebbene, l’ordinamento italiano negli ultimi dieci anni ha conosciuto notevoli cambiamenti in ambito legislativo e giurisprudenziale. Il caso Englaro del 2007 ha rappresentato un punto di non ritorno rispetto agli orientamenti assolutamente consolidati: per la prima volta è stato riconosciuto il diritto all’interruzione di terapie considerate inutili in ragione di uno stato vegetativo considerato (dai più) permanente in nome del principio di autodeterminazione. Nel caso di specie si è reputato che l’idratazione e la nutrizione fossero delle vere e proprie “terapie” mediche, di modo che la Englaro non è deceduta immediatamente ma solo dopo diversi giorni di stenti. Il caso Englaro ha quindi consacrato nel panorama giuridico italiano l’assolutezza del principio di autodeterminazione che, nel bilanciamento degli opposti interessi, appare sempre e comunque prevalente. In altri termini, la giurisprudenza ha ritenuto la vita un bene disponibile da parte del rispettivo titolare. In passato si riteneva invece che il principio di autodeterminazione non potesse comunque spingersi fino al punto di contrastare interessi primari dell’ordinamento.

Le riflessioni politiche sorte negli anni successivi hanno quindi spinto il legislatore ad approvare recentemente la legge sul cd. biotestamento con il non velato scopo di attuare e realizzare la libera volontà dell’individuo. In realtà, subito dopo la vicenda Englaro alcuni giudici hanno utilizzato la figura dell’amministratore di sostegno (una sorta di tutore, per intenderci), già presente legislativamente, per consentire alla persona di disporre della propria in vita in caso di futura incapacità. In ogni caso, la legge sul biotestamento ha cristallizzato un orientamento di fatto ormai riconosciuto, nell’ottica del rispetto sempre e comunque delle scelte individuali della persona. Non è un caso che anche l’art. 580 c.p., relativo all’istigazione o aiuto al suicidio, sia oggi al vaglio di costituzionalità a seguito del processo penale promosso nei confronti del radicale Cappato per la nota vicenda di Dj Fabio, suicidatosi in una clinica svizzera. Anche in questo caso il presupposto ideologico è lo stesso: il rispetto delle libere scelte dell’individuo, anche se queste sono finalizzate alla soppressione della propria vita.

Venendo al caso del piccolo Alfie, si osserva invece un’ulteriore passaggio in ambito bioetico, seppur afferente ad un ordinamento straniero. Prima di procedere nel merito occorre premettere che la Gran Bretagna segue il modello giuridico del common law: si tratta cioè di un sistema nel quale non esistono vere e proprie leggi vincolanti come negli stati continentali, ma il diritto viene letteralmente “creato” dal singolo giudice. Vuol dire, quindi, che i precedenti giurisprudenziali sono in grado di influenzare in maniera tendenzialmente permanente le decisioni dei successivi giudici chiamati a decidere su casi analoghi. Questa ultima considerazione appare nel nostro caso fondamentale, poiché significa che il caso del piccolo Alfie diventerà (presumibilmente) la regola in Gran Bretagna.

Ciò premesso, la vicenda Evans si presenta con caratteristiche del tutto innovative, giacché si è reputato che la vita umana non solo è un bene disponibile (come peraltro già avviene in Italia), ma addirittura sopprimibile per atto di imperio del potere pubblico, anche qualora vi sia l’opposizione del titolare del diritto (o dei genitori-tutori, come nel caso di specie). Si tratta invero di una decisione che paradossalmente annienta lo stesso principio di autodeterminazione, pur elevato negli ultimi anni a principio irrinunciabile dei moderni ordinamenti giuridici.  Tale principio, utilizzato come grimaldello per consentire la cessazione della propria esistenza, viene oggi del tutto obliterato laddove la volontà dell’individuo sia nel senso di voler continuare a vivere. Ed infatti le conseguenze che discendono da tale prospettiva sono evidenti: significa invero che la conservazione della vita umana è demandata alla selezione da parte della pubblica autorità di standard qualitativi e quantitativi.

Ed invero, la tutela ad ogni costo del principio di autodeterminazione finalizzato al rispetto dignità umana è stato, nei fatti, il suo annichilito, nel senso che le scelte individuali sono rispettate solo laddove queste non contrastino con l’interesse voluto dal pubblico potere. Si tratta di una conseguenza obbligata, atteso che la vita non è più considerato un bene assoluto ed intangibile.

E’ evidente invero che, una volta che si ritiene che la vita possa essere rinunciata dallo stesso titolare, anche il potere pubblico possa agire conseguentemente e sostituirsi anche alla stessa volontà dell’individuo che diviene pertanto un mero oggetto e non più soggetto di pieno diritto. Tali considerazioni si spiegano con il rilievo secondo cui la “teoretica dei diritti umani”, pur presente nella riflessione giuridica e filosofica classico-cristiana, ha risentito profondamente negli ultimi secoli degli influssi dell’ideologia liberale ed illuminista che hanno determinato la scomparsa di ogni riferimento al diritto naturale.

La vicenda di Alfie Evans avrà sicuramente ripercussioni nel dibattito bioetico nel lungo periodo e si pone altresì come precedente in grado di influenzare anche l’ordinamento italiano.  Appare pertanto doveroso riflettere sugli attuali assetti ordinamentali e sulle conseguenze derivanti dall’adesione ai modelli ideologici oggi imperanti.

La vita per il diritto naturale è invero un bene indisponibile e assoluto, poiché l’ordine naturale precostituito e razionalmente intellegibile vieta che essa possa essere declassata a mero oggetto privo di dignità e come tale sottoposto all’arbitrio tanto dell’individuo quanto del potere pubblico.

 

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