Attenzione agli eroi di cartapesta

goccini

 

di Cristiano Lugli

Inizialmente non avrei mai pensato di voler o dover intervenire su un caso che pareva limitato al territorio reggiano e che, soprattutto, vedeva protagonista don Giordano Goccini, l’attuale parroco di Novellara (RE). Don Goccini, per chi non ha memoria lunga, è colui che intervenne contro il Comitato “Beata Giovanna Scopelli” in occasione della Processione di riparazione al REmilia Pride svoltosi a Reggio Emilia il 3 giugno scorso, dicendo che pregare in riparazione dei peccati altrui è indice di presunzione che di cristiano avrebbe ben poco. Inutile tornare su questo argomento poiché don Goccini ricevette le dovute correzioni da alcuni suoi confratelli; ma è utile, invece, far luce su un altro palco guadagnato dal parroco reggiano, abituato a far parlare di sé sui giornali “grazie” all’intraprendenza e all’originalità che lo caratterizzano, in perfetta linea con il modello di “chiesa in uscita” tanto in auge.

Sabato 7 aprile scorso Il Resto del Carlino Reggio titolava a pagina 7, in “Reggio Primo Piano”, il seguente titolo: “Non regalate il cellulare ai figli o non darò loro la Comunione”. Sottotitolo: “Il monito di don Goccini: ‘Meglio vivere emozioni tutti insieme’”.

Intervistato dal giornalista, don Goccini precisa di essere un “tecnoentusiasta”, ma ribadisce l’importanza del dialogo, delle relazioni e del tempo da passare insieme. Spiega anche come mai il “ricatto” della Comunione, facendo presente che l’età della Comunione è proprio quella più sbagliata per ricevere un apparecchio tecnologico, momento invece che da molti genitori viene visto opportuno: “A quell’età i ragazzi devono imparare l’arte della relazione e non passare le giornate chiusi in camera a chattare su whatsapp nei vari gruppi”. Viene qui drasticamente espressa una palese prepotenza a stampo clericale, che minaccia e punisce, fondamentalmente per motivi quanto mai futili, peraltro non dovuti alle scelte dei bambini. Questo non ci pare possa essere un criterio di insegnamento che un sacerdote dovrebbe trasmettere ai fedeli, specie se bambini in procinto di accostarsi al sacramento della Santa Comunione i quali, oggi più che mai, avrebbero bisogno di capire che non ci si sta per accostare ad un banchetto da campo estivo o alla mensa dei poveri, ma al Corpo di Cristo; è evidente piuttosto una presa di posizione totalmente dimentica della misericordia pour tous tanto in voga e predicata dalla “chiesa” rivolta alle periferie esistenziali.

La riflessione volge poi anche sul tema strettamente spirituale della prima Comunione (o almeno così apparirebbe di primo acchito): “La Comunione ha a che fare col bisogno di trovare la propria interiorità – spiega don Giordano –, ma se noi imbottiamo questa giornata con regali del genere, rinunciamo ad essere guide dei bambini”. Verrebbe da chiedersi, allora, se lo stesso interesse mostrato contro il cellulare è lo stesso che si dovrebbe mostrare, ad esempio, sulla ricezione dell’Eucarestia: la scabrosa pratica della Comunione in mano pizzicherà l’interesse di don Giordano? Il tempo guadagnato senza il cellulare, gioverebbe alla meditazione personale dei bambini, al ringraziamento post-Messa a cui la Chiesa, da sempre, invita i fedeli? D’altronde, quello spazio di intimità e silenzio deve essere riempito da cose sensate, non da pensieri indirizzati verso l’umano punto e basta.

Nel frattempo, la notizia di questo inconsueto pronunciamento ha fatto il giro d’Italia, arrivando su testate nazionali come La Stampa e La Verità, senza smettere ovviamente di far discutere sulla stampa locale. Ecco perché, allora, ho pensato di scrivere due righe a proposito di questi nuovi eroi che, se non spiegati, rischiano di passare come i don Camillo della situazione. In effetti mi si potrebbe dire, pur con ragione, che don Goccini in questo caso ha detto una cosa buona e giusta, un messaggio in grado di scuotere. E questo effettivamente è vero. Il problema della mentalità modernista però – di cui il parroco in questione è uno degli esempi più eclatanti – è che quantunque vengano dette cose potenzialmente apprezzabili, esse non sono mai ispirate o indirizzate all’unica fonte che è La Fede in Cristo in cui tutto, compreso il telefonino, trova equilibrio.

 

Il messaggio fatto passare da don Goccini diviene fuorviante, perché stravolge il conetto di peccato: posta in termini così drastici, fino al punto di minacciare la non ammissione di un bambino alla Comunione, sembra quasi – ed effettivamente questo si coglie – che regalando il cellulare si contravvenga alla Legge di Dio, recando danno al bambino e rendendolo addirittura indegno di poter accedere al Sacramento. Non si insegna più quale sia la materia del peccato, così come si è cancellata la dottrina sul Peccato Originale che scalfisce l’uomo e lo rende soggetto alla costante tentazione e alla costante caduta, epperò a riempire questo drammatico vuoto ci si inventano gravità di tipo materialista, che nulla hanno a che vedere con il peccato mortale: unico motivo per cui un impenitente bambino potrebbe non essere ammesso alla Comunione. La Legge di Dio diventa dunque, ancora una volta, secondaria rispetto alla legge dell’uomo e al vangelo fai da te che molti parroci moderni si arrogano il diritto di inventare. La dimensione meramente  pedagogica sovrasta la dimensione morale, dottrinale e spirituale.

 

Vero, poi, è che deve esserci un tempo ed un’età per ogni cosa, ma questo dai vari Goccini viene spiegato appellandosi a scienze e morale umana. Si parla infatti di relazioni, di contatto umano, di tempo da passare insieme, come che queste fossero le uniche cose a contare e non un sovrappiù da quella che invece è la fondamentale conoscenza della morale cattolica, principio su cui far progredire ogni modello educativo e finanche sociale. La dimensione è tipicamente ed inesorabilmente orizzontale: ovvero mai trascendentale. Nessun accenno, ad esempio, alle indecenze di cui i media sono portatori, delle oscenità che vanno ben oltre l’importanza dell’avere relazioni. Ciò che conta è la relazione umana, non la fuga dalle occasioni che portano al peccato – motivo per cui si dovrebbe fuggire dal telefonino o da qualsiasi altro apparecchio che permetta l’accesso al mondo “internetico” e, quindi, alla demenza digitale in cui la maggior parte dei giovani, fin dalla più tenera età, è coinvolta. Riaffermare l’esigenza dell’intimità solo al momento della prima Comunione, senza specificare per quale motivo sia importante il distacco dagli elementi di distrazione come può essere lo smartphone, è dire le cose a metà tralasciando l’insegnamento più importante, ovverosia: se non ci abituiamo al silenzio e al raccoglimento nella preghiera e nella contemplazione, non ci sarà mai una vera vita spirituale, un vero rapporto di intimità con Dio. Il fraintendimento dell’intimità divina viene infatti ben espresso da don Goccini il quale, in un passaggio dell’intervista, rende noto che, da quando è diventato parroco in quel di Novellara le cerimonie della Prima Comunione sono state spalmate su più domeniche riducendo il numero dei ragazzi in piccoli e diversi gruppi, cosicché il rapporto con le famiglie possa essere più riservato. Ma non solo: fa anche presente che è stato abolito l’uso delle vesti bianche, per rendere più aggregativa e meno cerimoniale il momento. Ecco servita l’intimità e il raccoglimento guadagnati senza l’uso del cellulare: un agglomerato di vicissitudini umane che non tengono più conto della sacralità e del rapporto con Dio, il quale può scaturire, come già detto, solo dalla preghiera inizialmente incessante e, poi, semmai dialogante.

 

La dimensione orizzontale di un cristianesimo fai da te porta proprio a questo, e cioè alla riduzione della vita umana alle relazioni sociali. L’uomo, secondo le filosofie moderniste, è fatto per vivere nella società ai servigi della società. Non è più parte integrante di una società posta medesimamente sotto il giudizio di Dio e alla quale, ogni uomo, deve portare il proprio contributo lavorando per l’altrettanto propria santificazione. Se la vita umana non è protesa al raggiungimento del suo fine ultimo, che è la Gloria di Dio, allora ogni parola socialmente utile non diventa solo inutile, ma anche e soprattutto dannosa. Dicendo una cosa in potenza giusta, don Goccini la mette in atto con un metodo puramente orizzontale e tipicamente sociale, facendo un danno ancor più grosso di quello che potrebbe fare un chiaro nemico degli insegnamenti cattolici.

 

E a proposito di idee ambigue e nemiche, vorrei concludere con un commento che un sacerdote amico – e quindi confratello di don Giordano Goccini – venuto a conoscenza dell’accaduto tramite i giornali ha fatto a me e ad altri personalmente. Lo faccio mio, nella speranza che tutti capiscano che non sempre è opportuno “salvare il salvabile”.

 

“Deve apparire subito che i nemici, anche quando dicono cose che potrebbero essere giuste, sono ugualmente nel torto. Se non smascheriamo subito questo fatto siamo dei cultori della Gaudium et Spes, che si accontenta di vedere un po’ di bene per dire che va tutto bene”.

 

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