Essere cattolici: una sfida lanciata alla banalità

citazione a cura di Luca Fumagalli

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Inizia con questo brano la pubblicazione di una serie di stralci tratti da Il baronetto vagabondo (None other Gods), romanzo di mons. R. H. Benson del 1910, mai tradotto in Italia, che racconta la storia del giovane Frank Guiseley, figlio cadetto del marchese di Talghat, che abbandona agi e ricchezze per vivere come un vagabondo. Frank, da poco convertitosi al cattolicesimo, affronterà un viaggio che lo porterà a conoscere, sempre più a fondo, la propria anima. 

La notizia della conversione di Frank al cattolicesimo coglie impreparato l’amico Jack che mai si sarebbe aspettato un’azione tanto stupida da parte di un giovane e blasonato aristocratico. Le sorprese però non finiscono: Frank annuncia che il giorno seguente partirà col suo fagotto per un viaggio senza meta; vuole cavarsela da solo, prendere per la prima volta in mano le redini della propria vita. Quello che gli riserverà il futuro è nelle mani di Dio.

 

La sua conversione al cattolicesimo era stata un colpo che aveva sorpreso Jack, il quale aveva sempre pensato che Frank, come lui, avesse l’ordinario sensato criterio inglese in fatto di religione: essere miscredente dichiarato era forma scorretta – come essere Little Englander[1] o radicale – essere pio era ugualmente forma scorretta – come una forma di fanatismo per l’Union Jack. No, la religione per Jack (e fino allora egli aveva creduto anche per Frank) era uno scompartimento della vita sul quale non si dovevano esprimere idee particolari; dire le preghiere più o meno regolarmente, andare alla cappella nei momenti opportuni; andare di tanto in tanto, se si amava la musica, alla King’s Chapel nel pomeriggio della domenica; in campagna recarsi in chiesa al mattino della domenica, come dopo il pranzo si faceva il giro delle scuderie; e null’altro, o press’a poco.

Inoltre, Frank era stato estremamente riservato in tutto l’affare. Una mattina, circa quindici giorni prima, era entrato nella camera di Jack.

«Vuoi venire a messa alla chiesa cattolica?»
«Ma perché?» aveva cominciato Jack.
«Io debbo andarvi. Sono cattolico…»

«Cosa?!»

«… dalla settimana scorsa».

Jack lo aveva guardato fisso, convinto che uno di loro due dovesse essere pazzo. Quando si accertò che la cosa era vera; che Frank aveva cominciato l’istruzione tre mesi prima; che si era confessato – si era confessato! – il venerdì precedente, e che era stato battezzato sotto condizione; quando fu sicuro di tutte queste cose, e poté ritrovare un linguaggio coerente, chiese a Frank perché lo avesse fatto.

«Perché è la religione vera» aveva risposto Frank. «Dunque, ci vieni a messa, o non ci vieni?».

Jack era andato, ed era ritornato più perplesso che mai su tutto quello che quel passo poteva significare. Aveva tentato di fare qualche domanda, ma Frank aveva tergiversato e aveva ripetuto che non v’era dubbio che la religione cattolica fosse la vera, e che egli non voleva essere seccato. E ora si trovavano a prendere il tè in Jesus Lane per l’ultima volta.

È naturale che anche da parte di Frank vi fosse un po’di eccitazione contenuta. Bevette tre tazze di tè, prese l’ultima tazza (e il penultimo panino) senza chiedere scusa e parlò un bel pezzo, piuttosto concitato. Pareva che non avesse davvero alcun progetto preciso su quel che avrebbe fatto uscendo da Cambridge col suo fagotto, l’indomani, di buon mattino. Intendeva proprio, egli disse, andare avanti e vedere quel che sarebbe capitato. S’era fatto fare una cintura, che gli piaceva assai, nella quale poteva riporre il denaro (durante il tè era stata posata sul tavolino) e naturalmente si proponeva di spendere meno che gli fosse possibile di quel denaro… ma non voleva accettare nulla da Jack: sarebbe stato semplicemente scandaloso se egli – allievo delle scuole pubbliche e dell’Università, – non avesse saputo cavarsela col proprio lavoro. Adesso – pensava – c’era la mietitura e la raccolta della frutta, e tanti piccoli lavori nei campi. Sarebbe andato avanti, prendendo quel che capitava. Poi v’erano sempre lavori occasionali – non è vero? – se tutto fosse andato al peggio; e avrebbe potuto incontrare altri, che lo avrebbero potuto mettere sulla buona via. Oh, se la sarebbe cavata benissimo!

Se sarebbe venuto a Barham?[2] Ecco, se capitava durante il lavoro quotidiano, sì. Sarebbe certamente rimasto molto obbligato se le sue lettere avessero potuto essergli mandate là, ed egli avesse potuto richiederle a suo piacere, o ritirarle, se, come aveva detto, il suo lavoro lo portava in quel luogo.

Che cosa avrebbe fatto nell’inverno? Non ne aveva la minima idea. Quel che facevano tutti gli altri, pensava. Forse per allora avrebbe trovato un posto – da guardiacaccia, magari – gli sarebbe piaciuto fare il guardiacaccia.

A questo punto Jack, mentalmente, strisciò la verdina.

«Ma intendi davvero fare come dici?»

Frank spalancò gli occhi.

«Ma sicuro, Santo cielo! pensavi che facessi per scherzo?»

«Ma… ma è una pazzia! Perché non potresti cercare di sistemarti adeguatamente in qualche posto come agente terriero, o qualche cosa di simile?».

«Mio caro» disse Frank «quel che accadrà, accadrà perché io voglio fare precisamente quello che sto per fare. No, sono perfettamente serio. Ho pensato molte volte che in qualche modo abbiamo torto tutti quanti. Siamo così bestialmente artificiosi. Non voglio predicare, voglio provare da me. La mia religione mi dice…» s’interruppe, «no, è sciocco dire così. Lo faccio perché lo faccio. E voglio farlo davvero. Non voglio essere un dilettante. Vedrò le cose, da me».

«Ma per le strade…» lamentò Jack.

«Appunto, proprio così. Tornare alla terra». Jack s’alzò.

«Santo cielo!» esclamò «ecco, non ci avevo pensato!»

«A che cosa?»

«È tua nonna che torna»

Frank lo guardò.

«Mia nonna?»

«Sì, la vecchia signora Kelly»

Frank rise forte.

«Perbacco! Direi anch’io. La nonna Kelly! Essa era una zingara, appunto. Forse hai detto giusto, Jack. Vediamo. Essa era la seconda moglie di mio nonno, non è vero?»

Jack assentì.

«Ed egli la prese sulle strade dei suoi domini. In contravvenzione, o qualcosa del genere?»

Jack assentì ancora.

«Già, ed egli era magistrato, e avrebbe dovuto farla arrestare. E invece l’ha sposata. Era una ragazza che viaggiava coi genitori». Frank sedette sorridendo, di buon umore.

«È proprio così. Allora riuscirò di sicuro»

Prese un’altra sigaretta.

Allora un altro pensiero venne a Jack. Egli aveva già deciso di farne uso, se necessario, e pareva che fosse questo il momento.

«E Jenny Launton?» disse «Suppongo che avrai pensato a lei».

Uno sguardo curioso comparve negli occhi di Frank; uno sguardo di grande gravità e tenerezza, e il sorriso scomparve. Per un momento egli non disse nulla; poi trasse di tasca una lettera in una busta, e la tese verso Jack.

«Gliene parlo qui. L’imposterò stasera, dopo che sarò stato dal Decano»

[…]

La voltò dall’altra parte. Era chiusa e sigillata.

«Le ho detto che dovremo attendere un pochino» aggiunse Frank «e che le scriverò nuovamente fra qualche settimana».

Jack rimaneva silenzioso.

«E pensi che sia giusto, verso di lei?» chiese infine deciso.

«Questo dovrà dirlo lei. E a dir la verità, io non ho nessuna paura»

«Ma moglie di un guardiacaccia! e cattolico, per giunta!»

«Ah, tu non conosci Jenny» disse Frank sorridendo. «Jenny ed io ci comprendiamo perfettamente».

«Ma è giusto?»

«Santo cielo!» sbottò Frank alzandosi di colpo. «Giusto! Ma che cosa importa! Tu non sai che tutto è giusto, in certe circostanze? Io m’infischio di questo putrido convenzionalismo. Noi siamo tutti marci… marci, ti dico. Ed io voglio ricominciare daccapo. E Jenny pure. Per favore, non parlare di quel che non capisci».

Si alzò, stirandosi. Poi gettò via il mozzicone della sigaretta.

«Debbo andare dal decano; è quasi l’ora».

[1] Epiteto ingiurioso usato per indicare gli oppositori all’imperialismo britannico.

[2] Il paese in cui abita Jack.

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