Giggino, i due forni e la contingenza (non solo politica)

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di Miguel

I cattolici cosiddetti tradizionalisti non amano le svolte del clero degli ultimi sessant’anni, e hanno ragione.

Talvolta per esorcizzarle puntano molto – o tutto – sulla politica, e hanno torto.

Dal primo deriva il secondo, dal superiore l’inferiore, dalla teologia e dalla filosofia la politica. Difficile pensare che dai politici venga qualcosa migliore di ciò che può venire dai preti.

Il Parlamento italiano è tenuto in pugno da un trentunenne fuoricorso in giurisprudenza: fin qui niente di male. Non fosse che il trentunenne fuoricorso è il noto Giggino (Di Maio) che alterna il disegno politico da costruire con i suoi potenziali alleati attraverso progetti varianti, nell’arco di una settimana, da chi vuole frontiere chiuse e flat tax (Lega) a chi difende i flussi migratori e desidera rappresentare l’elettorato de sinistra (PD). I vecchi “due forni”, spinti alle estreme conseguenze.

La visione di Paese? Irrilevante. Le idee su cui costruire il futuro? Trascurabili. Non importa cosa pensi: è indifferente.

Non è poi una grossa novità: dalla Rivoluzione Francese (e già in parte dalla pace di Westfalia) la politica ha eliminato il necessario per il contingente e il trascendente per l’immanente. Si tratta dell’antica idea gnostica dell’uomo che si forgia e, così facendo, forgia la realtà. Potremmo dire: redime la realtà. Insomma: non c’è più un’univoca Causa Prima e un Fine ultimo (causa finale), c’è un “qui ed ora”, al massimo un “lì e domani”. L’eterno e il necessario sono archiviati e con essi vanno cancellati una visione definitiva del reale e, inevitabilmente, i limiti necessari dell’agire politico. L’origine di tutto questo? L’irrilevanza del principio di identità (A=A) e con esso del principio di contraddizione.

Vuoi le frontiere aperte? Benissimo. Vuoi le frontiere chiuse? Benissimo. Tanto si deve solo mandare avanti la baracca per una legislatura, non si deve badare a un fine superiore: è tutto contingente.

Direte voi: La butti ancora in filosofia? Non capisci che è solo opportunismo e improvvisazione?

No, gente: la filosofia è qualcosa che precede il contesto politico, in cui opportunismo e improvvisazione germogliano (la filosofia è prepolitica). I re cristiani in alleanza con i musulmani contro altri re cristiani, lo abbiamo visto, esistevano già prima di Westfalia (e della Rivoluzione Francese) ma l’agibilità pubblica e politica di queste scelte era limitata e la loro prassi non abituale: talvolta alcune alleanze improbabili erano un male minore, altre un male e basta. Era qualcosa di accidentale, non di sostanziale: la politica, del resto, è anche fatta di scelte di equilibrio, non c’è da stupirsi troppo e meno che mai bisogna cadere nell’eccesso di guardare agli uomini come se fossero angeli. Ma dagli equilibri, anche strampalati, dei secoli precedenti si è arrivati ad un punto di svolta: la rivoluzione  ha decapitato il re e rigirato – da revolvere, appunto –  i termini della questione: il compromesso è diventato sostanziale perché la Verità, in fin dei conti, non sarebbe inscindibile da un Dio Creatore e Giudice. In ultima istanza la Verità non esisterebbe: solo destra e sinistra in dialettica.

Di Maio ha “nobili” precursori: Mussolini era anticlericale a targhe alterne e il fascismo si proponeva come la sintesi – il “fascio” – delle più diverse tendenze e opinioni (dai nazionalisti ai socialisti passando per i liberali); la DC, non appena ha potuto rompere le briglie che Pio XII sperava di imporle, è corsa a compromettersi con ogni sorta di nemici della Religione. Gli unici che ancora tentavano di credere fideisticamente in qualche dogma erano i comunisti, fino a che – atlantizzati e “rigenerati” dall’eurocomunismo – hanno smesso di professare la loro obbedienza, correndo, a fine anni settanta, tra le braccia dei democristiani; e se la Prima Repubblica fu il grande laboratorio delle “convergenze parallele”, la Seconda ne fu il trionfo (vi ricordate quel governo Prodi che vedeva tra i suoi sostenitori parlamentari comunisti e monarchici insieme?). E quella che Giggino chiama la “Terza Repubblica” dovrebbe essere diversa? No, è semplicemente un’estrinsecazione ulteriore di quanto già visto.

Il problema è che anche i suoi interlocutori (con gradazioni diverse, sia chiaro: il PD non è la Lega) hanno lo stesso approccio generale, ed è questo il motivo per cui si alternano a dialogare con Giggino. La concezione filosofica che hanno non è diversa, nella sostanza, da quella del duce pentastellato: (quasi) tutto è negoziabile perché tutto è contingente.

Vi immaginate Di Maio intento a dialogare con una controparte che pretendesse la rinuncia alla separazione dello Stato dalla Chiesa? O la riaffermazione incondizionata dell’indipendenza militare e politica dell’Italia da NATO e UE?

Ecco, cari tradizionalisti, non fatevi troppe illusioni. Non fatevele neanche su chi sventola un testo sacro un giorno all’anno (che è già un buon segno, per carità).

C’è da cambiare filosofia (e teologia), prima di cambiare politica.

P.S.: “L’Italia resterà alleata dell’Occidente nel Patto atlantico, nell’Unione europea e monetaria” (L. Di Maio, 5 aprile 2018, Palazzo del Quirinale)

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