Le cinque lezioni di Alfie

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di Massimo Micaletti

Il caso del piccolo Alfie Evans, che lotta in queste ore per la sua vita e che è stato seguito da tutti i principali siti e network di informazione cattolica e pro life, tra i quali chiaramente Radio Spada ma anche SteadFast Onlus, La Nuova Bussola Quotidiana, i Giuristi per la Vita e Riscossa Cristiana ci restituisce (almeno) cinque punti riflessione che individuano questa vicenda non solo come un caso storico, un banco di prova di uomini, competenze e convinzioni, ma anche e soprattutto una efficace cartina di tornasole sui temi della vita e della bioetica nella nostra civiltà.

Prima lezione: sul fine vita non ci abbiamo ancora capito nulla.

Nel caso di Alfie è ormai pacifico un triplice fronte di errore medico: 1) non c’era una diagnosi, perché gli stessi medici dell’Alder Hey hanno ammesso in più sedi di non sapere cosa abbia il bambino; 2) non essendoci una diagnosi certa, la prognosi si è rivelata inevitabilmente e clamorosamente errata ed è sotto gli occhi di tutti che un bambino che, estubato, avrebbe dovuto vivere per non più di un quarto d’ora è invece vivo e vegeto dopo oltre dodici ore dal distacco della ventilazione; 3) senza una diagnosi e con una errata prognosi, va da sé che il trattamento praticato fino ad ora si è rivelato gravemente inappropriato, tanto è vero che Alfie respira da sé (per come può respirare da sé un bambino che è stato intubato per quindici mesi).

Ora, senza una diagnosi, con una prognosi errata ed un trattamento sanitario inappropriato è lecito quantomeno dubitare della competenza dei medici nel caso specifico, ma allarghiamo il campo: in quanti altri casi come quello di Alfie si è proceduto e si procede, in Europa, alla soppressione del malato per abbandono dei supporti vitali? Quanti casi sono bollati come “fine vita” quando il malato invece sopravvivrebbe? Ed in quanti casi l’aver indicati come “terminali” o irreversibili i pazienti ne ha determinato un sostanziale abbandono terapeutico che si è limitato, nella migliore delle ipotesi, a conservare lo status quo senza tentare terapie migliorative? Pensiamoci, ora che sono state approvate le d.a.t. e ognuno ritiene di sapere esattamente cosa sia il bene per sé e per gli altri nelle condizioni in cui versa Alfie (o in cui versavano Eluana, Charlie, Isaiah).

 

Seconda lezione: l’inevitabile crisi dei diritti umani.

Dalle desolanti sentenze delle Corti inglesi e della Corte Europea dei Dritti dell’uomo – tutte fondate, ricordiamo bene, sulle valutazioni mediche del personale dell’Alder Hey, per cui valga quel che ho scritto sopra – emerge un quadro per cui il richiamo al “best interest” del paziente, fondato proprio sui diritti umani, legittima la soppressione del malato perché debole e perché malato. Mi sono già soffermato su questo profilo qui su RS[1] ma è forse il caso di ribadire che questa vicenda mostra una volta di più il limite enorme, l’insidia dietro i diritti umani: essi sono scatole vuote, che possono essere riempite e definite a seconda dei momenti, dei giudici, dei casi. Lungi dall’essere garanzia e baluardo dei deboli, si stanno rivelando sempre più la forma più devastante di preservazione e continuazione di una civiltà brutale che nulla riconosce ad esistenze che non riesce a comprendere; da momento di resipiscenza dopo le barbarie totalitarie de primo dopoguerra, sono diventati totalitari essi stessi, e di un totalitarismo relativista che impatta direttamente sulle costituzioni dei singoli Stati perché ad esse sovraordinati. Si può osservare che la corte Suprema britannica, nel più duro pronunciamento sul caso Evans, ha scritto che non avrebbe mutato avviso neppure dinanzi ed un eventuale differente orientamento della CEDU: ma questa contrapposizione è solo apparente. Nel difendere violentemente il proprio orientamento, la Corte Suprema si richiama a quei “valori” ed a quel “migliore interesse” che in definitiva è proprio anche della CEDU.

Ecco quindi che, come già per Charlie ed Isaiah, si giunge alla folle conclusione che tenere in vita una persona ne viola i diritti umani, là ove nella categoria dei “diritti umani” viene in realtà compresa – e blindata – una visione della qualità dell’essere umano (attenzione: non qualità della vita ma qualità dell’essere umano, ribadisco) che attenta ad ogni uomo senza distinzione né pietà.

 

Terza lezione: esiste una lobby pro vita.

Dinanzi a questo quadro apparentemente insormontabile, si è mossa qui in Italia una vera e propria lobby pro vita, che vive non solo di social ma di contatti concreti con politici, istituzioni, esperti competenti e motivati. Dinanzi ad una Chiesa cattolica impastoiata quando non connivente (ne parlo tra poco) pur a fronte di appelli chiari – una tantum! – del Pontefice, e nella sostanziale evanescenza del Movimento per la Vita italiano che pure ha referenti politici, un gruppo di laici si è mosso non solo nella preghiera, che è il vento nelle vele della Provvidenza, ma anche fattivamente mediante relazioni, iniziative legali e politiche che hanno prodotto la concessione della cittadinanza al Piccolo Alfie e posto in seria difficoltà quello che pareva un muro di “giustizia” e “medicina” alzato oltremanica a chiudere Alfie in una camera di morte.

Questa lobby ha dato una prova eccezionale, comunque finisca la vicenda, e c’è da sperare che in futuro sappia ricompattarsi anche per casi nazionali: è un fenomeno del tutto inedito per l’Italia, quantomeno in termini di incisività. Le prove generali sono state fatte, purtroppo con risultati non altrettanto incoraggianti, con il Family Day e mi auguro che non finisca frammentata come è accaduto cogli esponenti del Circo Massimo perché di questa lobby c’è davvero bisogno.

Colla coerenza nei principi e la prontezza e la competenza nell’azione, si potranno fare tante ottime cose e soprattutto dar prova che esiste un mondo cattolico compatto e determinato, anche più delle stesse gerarchie, nella difesa della vita, attraverso la preghiera e l’azione.

 

Quarta lezione: la Pontificia Accademia Pro Vita è in stato vegetativo persistente.

Solo due righe sulla quarta lezione, forse la più amara. Abbiamo un Presidente della Pontificia Accademia Pro Vita, Monsignor Paglia, che ha definito la condizione di Alfie “accanimento terapeutico” e che nel corso di questa vicenda si è perso in equilibrismi sentimentalistici immediatamente archiviati, dopo un sano moto di stizza, da chi si stava impegnando per difendere Alfie anche solo colla preghiera e la comunicazione. Non ci abitueremo mai, ma tant’è: finché Paglia sarà dov’è, questi saranno i frutti, sui medesimi toni, peraltro, dell’Arcivescovo di Liverpool che ha lodato i medici che volevano (e vogliono) far fuori Alfie.

Per contro, il Vescovo di Carpi si è fattivamente impegnato perché Thomas Evans incontrasse Papa Francesco, che lo ha accolto ed ha parlato chiaramente a tutela di Alfie; diversi Vescovi e sacerdoti hanno parlato del piccolo nelle omelie o in dichiarazioni ufficiali. Gli Evans hanno guardato da subito alla Chiesa cattolica come ad una difesa per il piccolo, e questo deve far sentire a Roma tutta la sua enorme responsabilità. Resta però per contro il fatto che la Pontificia Accademia Pro Vita rende un insegnamento sempre più distante dalla retta Dottrina della Chiesa e precipita in uno stato di irrilevanza culturale, sicché la prassi è ormai quella: leggere le dichiarazioni di Paglia, arrabbiarsi un po’, infischiarsene e rimettersi testa sotto a difendere la Vita umana come ci è stato insegnato da Papi, Martiri e Santi. Ma qualcuno, a questa anomalia, dovrà mettere riparo e solo Francesco può farlo, se davvero non ritiene che Alfie sia vittima di “accanimento terapeutico” come sostengono Paglia e Michela Marzano.

 

Quinta lezione: la famiglia è la sede prima della protezione della Vita.

La quinta lezione di Alfie è quella che si è imposta con la più gran forza e la più commovente evidenza: è la famiglia il primo baluardo della vita debole ed incapace di difendersi. Thomas e Kate Evans, sposati, hanno dato prova che l’amore verticale, l’amore genitore-figlio può spezzare l’orrore che giudici e medici sono stati in grado di costruire, ma deve reggersi su un presupposto incrollabile: ogni figlio deve essere amato, ogni figlio, anche un bambino come Alfie che, probabilmente, sarà sempre un bambino diverso dagli altri. In questo viene in mente il parallelo con la vicenda di Charlie Gard, in cui alla fine i genitori hanno “acconsentito a lasciarlo andare”, stremati, soli, disorientati. Cosa penseranno ora i Gard? Chissà. Thomas e Kate hanno lottato e lottano senza paura, forse con l’incoscienza dei loro vent’anni e certo col sostegno delle persone che si sono impegnate e si impegnano per loro, ma non potrebbero farlo se non amassero Alfie per quel che è: un figlio innocente ed indifeso.

Questo faccia riflettere quando con troppa leggerezza si demandano le scelte (non solo e non tanto sulla vita ma) sull’educazione dei figli allo Stato o alla psicologa di turno: anche in quest’epoca così travagliata e ferita, l’amore dei genitori uniti è la prima garanzia del bene del figlio. Anche i genitori possono sbagliare, certo: ecco perché la verità di fondo è che sulla vita di una persona nessuno deve decidere; ma certo la forza di un amore ben orientato è una protezione ineguagliabile per le vite più indifese, siano di bambini, malati o anziani.

La storia di Alfie, che ancora continua, in queste ore, è un tesoro di esperienze e insegnamenti, anche per chi non la vive in prima persona: che nella preghiera e nell’azione unisca tutti i cattolici di buona volontà, nell’auspicio che si concluda colla salvezza del piccolo e la presa di coscienza che difendere con fermezza la vita, anche in questi pessimi tempi, è ancora possibile.


[1] Ad esempio, in https://www.radiospada.org/2018/04/il-protocollo-alfie/

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