Mons. R. H. Benson e il potere temporale della Chiesa

citazione a cura di Luca Fumagalli

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Inizia con questo brano la pubblicazione di una serie di stralci tratti da L’alba di tutto (1911), romanzo utopico di R. H. Benson che racconta la storia di monsignor Masterman, cappellano del cardinale inglese Bellairs. L’uomo si risveglia dopo un lungo coma e scopre un mondo profondamente mutato in cui la Chiesa è diventata la guida indiscussa dell’umanità.

Nel seguente passaggio, alcune considerazioni di padre Jarvis, un sacerdote da poco conosciuto, spingono Masterman a interrogarsi sulla reale natura del potere temporale della Chiesa. Nella riflessione, fulminea ed essenziale, si delineano le due caratteristiche imprescindibili del papato: l’indipendenza da qualsiasi potere statale e l’universalità della sua missione salvifica.

 

Monsignor Masterman fece un lungo, acuto esame di tutto ciò. Poi si appoggiò indietro e sospirò.

«Quando fu il primo anno che il papa uscì dal Vaticano così?».

«L’anno dopo la conquista dell’Italia Unita. Fu l’Austria a…».

«So tutto di questo. E mi dite che non è mai uscito finché è continuato il vecchio stato di cose?».

«Come poteva? Non vedete che l’unica cosa, umanamente parlando, assolutamente necessaria se il mondo avesse fiducia nella Chiesa, sarebbe che il papa fosse realmente sovra-nazionale? Naturalmente, per molti anni dovette essere un italiano – è ovvio, dato che era alla mercé dell’Italia, e i romani non avrebbero  mai sopportato uno straniero; e ciò rese ancor più essenziale che dovesse essere escluso, in tutto il resto, dalle simpatie italiane. Doveva essere due cose contemporaneamente, per così dire – enfaticamente italiano per il bene dell’Italia e in effetti per la sua stessa esistenza in Roma; ed enfaticamente non italiano per il bene del resto della cristianità. E riuscite a suggerire un altro modo di soddisfare questo paradosso? Io no».

Monsignore sospirò di nuovo e cominciò a meditare.

Perché da qualche parte nel retro della sua mente correva una sorgente sotterranea di pensiero, o come di un discorso, il cui senso era che il vecchio metodo del papa di rimanere come un prigioniero in Vaticano fosse una posa stupida e priva di umiltà. Suppose di averlo letto da qualche parte nella storia. Di certo anche dei cattolici solevano parlare così! Dicevano di quanto più spirituale e cristiano sarebbe stato, se il vicario di Cristo avesse accettato e si fosse accontentato di vivere come un semplice suddito italiano, né rivendicando né desiderando una posizione che a Pietro non sarebbe mai piaciuta. Perché tutto questo chiasso, ci si chiedeva, per un potere temporale da parte di un “Regno che non è di questo mondo”?

Ma, in qualche modo, ora quando guardava indietro a tutto ciò, col commento del suo amico in mente, cominciò a vedere, non quanto intelligente o diplomatico fosse stato il vecchio atteggiamento, bensì quanto assolutamente e ovviamente essenziale. Era possibile in effetti per Pietro essere un suddito di Nerone in cose che competevano a Cesare; ma come poteva essere possibile questo al successore di Pietro quando il Regno di Cristo che egli governava in terra era divenuta una Società sovranazionale a cui le nazioni della terra guardavano in cerca di guida?

La frase che aveva appena udito gli girava nella testa.

“Italiano per il bene dell’Italia e la sua stessa esistenza a Roma. Non italiano per il bene del resto della cristianità”.

Sembrava semplice, in qualche modo, messa così.

Fu destato da un tocco sul ginocchio, e contemporaneamente si rese conto di un nuovo rumore dalla piazza.

«Guardate» disse il vecchio prete seccamente. «Cominciano a muoversi».

(Brano tratto da R. H. BENSON, L’alba di tutto, Verona, Fede & Cultura, 2010)

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