Non c’è bisogno di un Papa eccezionale per salvare la Chiesa dalla crisi

citazione a cura di Luca Fumagalli

Continua con questo brano la pubblicazione di una serie di stralci tratti da L’alba di tutto (1911), romanzo utopico di R. H. Benson che racconta la storia di monsignor Masterman, cappellano del cardinale inglese Bellairs. L’uomo si risveglia dopo un lungo coma e scopre un mondo profondamente mutato in cui la Chiesa è diventata la guida indiscussa dell’umanità.

Giunti a Roma per la festa degli Apostoli, Masterman e Jarvis sono ospitati nel palazzo del cardinale Bellairs. Il soggetto della conversazione serale tra i due è l’assoluta normalità del pontefice, un uomo certamente carismatico ma tutt’altro che straordinario. Jarvis spiega che nel nuovo ordine cristiano la massificazione egualitarista è stata sostituita da una reale esaltazione dell’individuo, l’uomo medio finalmente reso protagonista.

 

Pochi minuti dopo che ebbero finito il loro pasto, pressoché silenzioso, di quella sera, Monsignore si spinse improvvisamente avanti dalla sua sedia nella grande loggia fresca, e si passò le mani sugli occhi come un uomo assonnato. Dalle strade fuori veniva il mormorio di infiniti passi e voci e brani di musica.

«Stanco?» chiese l’altro gentilmente. Non aveva parlato per alcuni minuti e, ricordandosi del lungo silenzio, si era chiesto se, dopotutto, fosse stato saggio portare un uomo che aveva alle spalle una simile esperienza in un trambusto e in un’eccitazione come quelli che avevano affrontato oggi.

Monsignore non disse nulla per un istante. Guardò la stanza tutt’attorno, aprì e chiuse le labbra, e poi, appoggiandosi di nuovo all’indietro, d’improvviso sorrise. Poi prese la pipa che aveva lasciato da parte poco prima e vi soffiò.

«No» disse. «Esattamente l’opposto. Mi sento finalmente sveglio».

«Eh?».

«Sembra che mi sia entrato dentro alla fine. Tutto questo… tutto questo mondo davvero bizzarro. Ho cominciato a vedere».

«Per favore spiegatevi».

Monsignore iniziò a riempire la pipa lentamente.

«Beh, neanche Versailles ce l’aveva fatta del tutto» disse[1]. «Mi sembrava una specie di gioco – certamente un gioco molto gradevole; ma…» s’interruppe. «Ma quel che abbiamo visto oggi sembra in qualche modo la verità».

«Non capisco del tutto».

«Ebbene, ora riesco a vedere da me che tutto quel che mi avete detto è reale – che il mondo è realmente cristiano, eccetera. Sono state quelle guardie cinesi, penso, con quasi tutto…».

«Cinesi? Non me le ricordo».

Il prelato sorrise di nuovo.

«Beh, anch’io le ho notate a stento, al momento. Ma ci ho pensato. E poi tutto il resto… e il papa… A proposito, non ho potuto distinguere bene il suo viso. Quella è una sua immagine?».

Si alzò di colpo e andò dove stava appeso il ritratto. Non c’era niente di particolarmente stimolante nel dipinto. Mostrava una faccia molto comune con sottili labbra chiuse, di un uomo seduto in una sedia intagliata, con il familiare copricapo bianco, veste talare, e stola ricamata con le estremità arrotondate.

«Sembra del tutto ordinario» rifletté ad alta voce Monsignore. «È… è come la faccia di un uomo d’affari».

«Oh, sì, è ordinario. È un uomo estremamente buono e assai intelligente. Non ha mai avuto nessuna grande crisi da affrontare, sapete. Dicono che è bravo nelle finanze… Sembrate contrariato».

«Non me l’aspettavo così» disse il prelato, rimuginando.

«Perché no?».

«Beh, sembra che occupi nel mondo una posizione straordinaria. Mi sarei aspettato più…».

«Più un grand’uomo? Monsignore, non pensate che l’Uomo Medio sia il miglior governante?».

«Ma questa è democrazia bella e buona!».

«Nient’affatto. La Democrazia non dà all’Uomo Medio nessun reale potere. Lo sommerge tra i suoi compagni – vale a dire, uccide la sua individualità; e la sua individualità è l’unica cosa importante che ha».

Monsignore tornò a sedersi, sospirando.

«Bene, penso che mi sia entrato dentro alla fine» ripeté.

[…]

Avevano combinato di ritrovarsi ai piedi della Scala Regia, ma nell’arco di dieci minuti Monsignore comprese improvvisamente di essersi perso. […]

Poteva vedere dietro di sé, incorniciato nell’enorme vano di una porta aperta, un caleidoscopio di figure che si muovevano, come su un disco illuminato; e, davanti a dove stava, il corridoio, anche se le luci vi ardevano brillanti come in tutti gli altri posti, sembrava portare lontano in un relativo buio. Eppure era certo della sua direzione.

Poi, quando si fermò, una porta si aprì da qualche parte di fronte, e pensò di udire ancora voci. La cosa lo rassicurò, e proseguì.

Finché non si trovò in un piccolo atrio (relativamente piccolo, dato che non misurava meno di quaranta piedi quadrati, e il soffitto decorato da dipinti stava venti piedi sopra la sua testa), e si fermò di nuovo, completamente confuso. Non c’era più alcun suono a guidarlo, perché aveva chiuso un paio di porte d’accesso alle sue spalle mentre andava; e aveva notato che era silenzio praticamente totale da ogni lato; un’unica lampada a semi-globo accesa splendeva gentilmente dal soffitto soprastante.

Rimase qualche tempo a riflettere e ad ascoltare il silenzio, finché si rese conto che non era silenzio. C’era un flebilissimo mormorio di voce dietro ad una delle quattro porte che davano su questo atrio; e accanto alla porta riposava (lo notò solo ora) l’alabarda di uno Svizzero, come se il soldato fosse stato appena chiamato dentro. Decise così: andò alla porta, posò la mano sulla maniglia, e immediatamente il mormorio cessò. Abbassò la maniglia ed aprì la porta.

Per un momento, guardando dentro non riuscì a capire: si era aspettato un passaggio – una stanza delle guardie – almeno qualcosa di secolare. Invece era una specie di cappella o sacrestia quella che si trovò ad osservare: notò la sagoma di un altare col suo crocefisso; e due figure.

Poi una delle due figure – in abito da francescano, scalzo, con una stola porpora sulle spalle  – era balzata verso di lui, un po’ spintonandolo, un po’ facendogli cenno di tornare indietro.

«Che ci fate qui? Come osate… Oh scusate, Monsignore, ma…».

«Sono io che mi scuso, padre; mi sono perso… Non sono di qui».

«Indietro… indietro da quella parte, Monsignore» balbettò il frate. «La guardia doveva dirvelo».

La verità stava albeggiando sul prelato poco a poco, aiutata dal flash dell’altra figura bianca inginocchiata che aveva scorto dentro.

«Sì», balbettò ancora il frate. «Il Santo Padre. Indietro da quella parte, Monsignore. Sì, sì,  quella porta dritto di fronte».

Finito; le due porte si erano chiuse quasi simultaneamente, dietro al frate quando se n’era tornato al suo dovere, e dietro al prete che ora stava di nuovo ritto alla fine del lungo corridoio da cui era venuto. Stava ora qui, stranamente sconvolto e turbato.

Non aveva visto niente di particolare in sé – il papa che si confessava. E tuttavia in qualche modo, oltre al fatto sorprendente che aveva annaspato in questo modo, senza saperlo affatto, fino agli appartamenti privati del papa, e in un momento simile, il contrasto netto tra la luce e il baccano del ricevimento fuori – a loro volta culmine di una serie di accecanti splendori esterni – e la silenziosa cappella in penombra dove il Capo di Tutti s’inginocchiava a confessare i suoi peccati, causò un sorprendente fastidio alla sua anima.

Finora era stato introdotto passo dopo passo in una nuova collezione di esperienze, in effetti cristiane, ma sorprendentemente mondane nell’aspetto; aveva cominciato ad apprendere che la religione poteva trasformare il resto del mondo, e condizionare e usare per i propri scopi tutti gli sfarzi e le glorie dell’esistenza esteriore; aveva iniziato a comprendere che non c’era niente di estraneo a Dio – nessuna linea di divisione tra il Creatore e la creatura; ed ora, in un istante, era stato portato faccia a faccia di nuovo con realtà interiori, ed aveva visto, così com’era, un’istantanea del nucleo segreto di tutto lo splendore. Il papa atteso dai principi – il papa inginocchiato davanti a un frate scalzo. Questi erano i due poli magnetici tra cui fiammeggiava la Religione.

Stava là, tremando leggermente, cercando di tranquillizzare il suo cervello sconvolto – anche ora, nonostante i suoi anni, non dissimile dal cervello di un bambino. Si passò la lingua sulle labbra improvvisamente secche. Poi si avviò nuovamente attraverso il passaggio, in cerca dei suoi amici.

[1] Qualche giorno prima, a Versailles, Masterman e Jarvis hanno assistito a una disputa pubblica sull’infallibilità pontificia organizzata dall’Imperatore tedesco, per qualche giorno a Parigi in qualità di ospite del sovrano francese.

(Brano tratto da R. H. BENSON, L’alba di tutto, Verona, Fede & Cultura, 2010)

Un commento a "Non c’è bisogno di un Papa eccezionale per salvare la Chiesa dalla crisi"

  1. #bbruno   29 aprile 2018 at 10:50 am

    c’è solo bisogno di un papa che sia papa: un credente di fede cristiano-cattolica, eletto secondo le regole canoniche. Al resto ci pensa lo Spirito Santo.

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