Perché il caso Alfie ci insegna che la vita è eterna (e che anche gli atei ‘credono’)

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di A. Giacobazzi

Premesso che l’argomento bioetico è sempre delicato e va affrontato con grande prudenza e rispetto, questa volta una riflessione sembra ineludibile: il caso Alfie Evans ci insegna che anche chi lo vuole morto crede nella vita eterna, a meno di non voler esibire una contraddizione tra quanto detto e quanto fatto.

I giudici inglesi hanno stabilito che la vita di questo bambino è inutile, sostanzialmente non degna di essere vissuta. La ragione risiederebbe nell’inevitabilità della morte del piccolo, nel suo destino segnato, nell’impossibilità di cavarlo dalla situazione in cui si trova: la presunta inefficacia delle cure equivarrebbe all’inutilità della vita. Credono a tal punto in questa equazione da determinare l’arrivo della polizia per bloccare i genitori di Alfie, un papà e una mamma che stavano gestendo la fuga per portare il piccolo in Italia e tentare di salvarlo dalla condanna.

I giudici “credono” questo. Già “credere” (e contestualmente esercitare la forza in funzione di quanto creduto) è un atto che implica lo stabilimento di punti fissi non derogabili, dunque non relativi: il bambino deve essere condannato a morte, è necessario. Un piccolo dogma? Sì. Una riaffermazione poliziesca dell’assoluto contro il relativo? Sì.

Ma c’è di più. Abbiamo un paradosso rivelatore: la vita di Alfie sarebbe degna di essere vissuta solo nella speranza di cure efficaci, o meglio – questo è il pensiero sottostante – solo in assenza di un destino segnato dalla morte.

Un ragionamento ovviamente sbagliato (in particolare per quanto concerne la visione di “speranza”) ma che, in filigrana, ha un contenuto impeccabile.

Portiamolo alle sue estreme conseguenze. Se può esistere vera speranza solo in assenza di un destino caratterizzato dalla sofferenza e dalla morte abbiamo due opzioni: o l’eutanasia di massa e l’eliminazione fisica immediata dell’umanità intera (visto che ogni uomo ha un cammino inseparabile dalla sofferenza e dalla morte), o la certezza dell’immortalità dell’anima e della vocazione alla felicità senza fine (se la vita fosse degna di essere vissuta solo in una prospettiva totalmente felice e non mortale ogni uomo vivente certificherebbe con la sua semplice sopravvivenza questa vocazione).

Opzione 1: la cancellazione dell’umanità. Il tentativo gnostico (e luciferino) di estinguere l’umanità ha una tradizione consolidata: tra i catari non era raro ricorrere al suicidio per fame. In molte correnti gnostiche la “sporca materia”, vista come contrapposta allo spirito e quindi consustanziale al dolore e alla morte, andava colpita, eliminata. La morte vince sulla vita: non esiste vera Speranza (dunque nemmeno Fede e Carità). I giudici inglesi, ove volessero essere pienamente coerenti, dovrebbero condannare a morte l’intera umanità che già, nei fatti, è costituita da singoli uomini incamminati a morire, prima o poi, senza cure efficaci, quindi con un destino segnato (solo questione di tempo: fatto accidentale). Un caso assurdo ma conseguente al ragionamento dei giudici, almeno ad una sua interpretazione. In questo caso però, dopo aver emesso la condanna, gli esimi giuristi togati avrebbero dovuto eseguirla anche su loro stessi, e subito.

Opzione 2: l’immortalità e la vocazione di ogni uomo alla felicità senza fine. C’è un uomo che vuole la vita e desidera giorni felici?, si chiede nel Salmo 33. Se la vita è degna di essere vissuta solo se ancorata ad un assoluto che sorpassa il relativo, ad un Fine ultimo privo di difetti, ad un Necessario che determina il contingente, ad un Essere per se stesso sussistente che fonda l’essere creato, insomma, se la vita di ogni uomo è vera vita solo in assenza di una morte definitiva, vincendo questa morte proprio in funzione di una compiutezza senza sofferenze e senza termine, allora ogni uomo che continua a vivere tra le croci della quotidianità, lo fa necessariamente perché vuole la vita e desidera giorni felici, senza limiti, nemmeno di tempo.

L’Opzione 1 è totalmente assurda e contraria al comportamento di ogni uomo, l’Opzione 2 è logica e conforme alla condotta della totalità morale dell’umanità. In fin dei conti la domanda è semplice: la morte fisica è un passo finale che cancella il senso di ogni vita o è un passo intermedio verso il luogo in cui la vita assume il suo pieno senso? Nella prima ipotesi siamo di fronte all’assurdo radicale (un assurdo radicale che nega le basi di ogni logica e che invoca il dissolvimento non solo del diritto ma dei fondamenti dell’esistenza umana), nella seconda siamo di fronte a ciò che da un paio di millenni il Cristianesimo propone.

Chiudiamo dunque con Padre R. Garrigou-Lagrange, che nel suo Dio accessibile a tutti (Edizioni Radio Spada, 2016) riassume magistralmente la questione:

Al contrario: il vero credente non teme, quando si tratta di Dio, le affermazioni assolute. Egli si ricorda del primo versetto della Bibbia il quale ci dice fermissimamente: «In principio Dio creò il cielo e la terra» e la nostra ragione rischiarata dalla fede comprende che anche semplicemente dal lato razionale: senza Dio, sorgente di ogni essere, non soltanto nulla è, ma nulla è possibile; e che quindi un essere contingente, il quale esisterebbe senza causa, prima, è assolutamente impossibile, e impossibile perché assurdo. Allo stesso modo senza Dio, sommo Bene, sorgente di ogni bene, non solo non esiste alcun bene, ma nessun bene è possibile; quindi un bene contingente, per minimo che sia, che esistesse senza provenire da questa sorgente eminente, è assolutamente impossibile e non v’è di assolutamente impossibile altro che l’assurdo, ossia ciò che ripugna all’esistenza.

Insomma: o il vero Dio, o l’assurdo in radice, al principio di tutto.

Un mondo senza Dio, senza causa prima è una contraddizione più o meno flagrante secondo l’acutezza della nostra mente. Per molti teologi è una contraddizione assolutamente manifesta come lo sarebbe nel nostro organismo la circolazione del sangue senza il cuore, o in un orologio il movimento delle lancette senza la molla; ed anche molto più, perché, per miracolo, si potrebbe avere la circolazione sanguigna senza il cuore e il movimento delle lancette dell’orologio senza molla, ma un mondo senza causa prima, senza Dio, è assolutamente impossibile, dato che il miracolo ha per autore Dio.

Il dilemma sussiste dunque inevitabilmente: o l’esistenza di Dio, o l’assurdo radicale.

Quest’assurdo, che è una contraddizione palese per molti, resta invece per parecchi una contraddizione latente, come lo scoglio nascosto sotto le acque. Queste contraddizioni latenti sono il male profondo delle intelligenze; esse conducono una società alla morte, se non vengano scoperte a tempo.

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