9 giugno, Roma: “O con me, o contro di me”

Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar,, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo“ (Gen. 19, 23-25)

di Cristiano Lugli
Con queste parole il libro della Genesi ci racconta la distruzione di due città in cui la perversione e la sodomia dilagavano. Guai a chi si fosse girato indietro a guardare, e la pietrificazione di Lot fu la conseguenza di un simile gesto.
Anche se certuni vorrebbero cancellare questa vicenda biblica, scomoda per il politicamente corretto pensiero della politicamente corretta nouvelle ecclesia, le cose sono andate in questo modo, e il peccato contra natura punito con il peggiore fra i flagelli: la distruzione delle due città.

Due città, appunto.

Il problema della nostra epoca è che è l’intero mondo ad essere perverso, non più due sole città come ai tempi di Abramo in cui, il grande Patriarca, tentò di salvare Sodoma e Gomorra per la bontà di dieci giusti che non vennero trovati.
Oggi, la sodomia, imperversa in ogni angolo di strada e in ogni ciglio di piazza, con il nullaosta non solo delle istituzioni laiche asservite al Princeps Huius Mundi, ma anche della gerarchia ecclesiastica che, o ponziopilatamente o con imprimatur arcivescovile, avalla lo scempio sodomita che sfila e imbratta di ignominia le città, costruite sulla storia cristiana e sui baluardi di ciò che era la Civiltà europea.
Lo squallore dei Gay Pride ha raggiunto livelli tali da rendere Sodoma e Gomorra, a confronto, un campo di margherite appena fiorite sotto la brina di una sgargiante primavera. Tutto, ovviamente, sotto il consenziente e filo-gaio silenzio della neo-chiesa abbiamo detto. Anche chi, fra il clero, potrebbe pur teneramente essere contrario alle sfilate LGBT fra sederi nudi e invertiti per mano, ha perso nettamente la visione sovrannaturale delle cose: abbattendo la verticalità della Fede, essi vivono una dimensione totalmente  orizzontatale che non gli permette di guardare al dramma, al danno spirituale, all’Ira divina che questi eventi creano, con le offese esecrate contro Dio, unico Padrone dell’ordine naturale violato dagli spavaldi sodomiti i quali, a differenza dei cattolici, non hanno paura di scendere in piazza per servire il loro padrone: Satana, di cui loro stessi sono inconsci – chi più, chi meno – satelliti. Non avendo più una visione sovrannaturale legata allo scandalo, alle conseguenze dei peccati pubblici che chiamano e rapporto la società – essa essendo un’entità temporale e, quindi, soggetta ad un giudizio temporale – non hanno nemmeno più i criteri per comprendere la dimensione preternaturale in cui i party sodomiti rientrano.

Che fare, allora? Il coraggio, fra i consacrati e la gerarchia tutta è venuto a mancare. Non solo: pende dall’altra parte. Grida al Cielo la voce del salmista: “omnes aversi sunt pariter adheserunt non est qui faciat bonum non est usque ad unum”.
L’ingaiamento globale non vede l’ora di fare coming-out dentro le mura vaticane, all’interno del cui vaso rovesciato si rivelerebbero tutte le tinte arcobaleno che da tempo tramano la colorazione degli stemmi vescovili e pontifici.
Il conservatorismo, persino quello più anti-gay, è finito nel ginepraio (si pensi alla vicenda reggiana) facendo il passo in avanti che mancava.
Siamo soli perciò, o comunque siamo pochi e, nella maggior parte dei casi, siamo laici – fatti salvi i sacerdoti (pochi rispetto alla maggioranza) ancora fedeli all’insegnamento e alla militanza che la Chiesa Cattolica ha sempre predicato.
Militanza, appunto.
A questo noi, ora più che mai, siamo chiamati.
Questo per arrivare a dire che a Roma, la Città Eterna su cui scorre ancora il sangue vivificante dei martiri cristiani e su cui poggia il fondamento di tutto il Cattolicesimo, verrà schernita, come ogni anno, dall’ondata Pride. Ad un pubblico peccato non può che corrispondere una pubblica riparazione. Inutile dire, come qualcuno fa, che “queste cose non vanno alimentate perché è peggio”. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: oportet ut scandala adveniant.
Quando si contrasta il Male, è ovvio che la coda del Dragone Infernale si scatena e le fauci vomitano quel che vi è di peggio. Fa parte della battaglia.
Non erano forse ricoperti di vessazioni i santi? Per questo avrebbero dovuto retrocedere nella loro opera di santificazione? Assolutamente no.
Così non possiamo noi, miseri e poveri di armi, retrocedere o restare inermi per paura che il Leone ruggisca ancora più forte.
Non possiamo poltrire sulle poltrone e sui divani, lamentandoci per quanto accade nella società e nella Chiesa, sfuggendo poi alle priorità a cui siamo chiamati: pregare, riparare, essere dighe che arginano lo tsunami.
Troppo semplice “combattere” a parole. Troppo semplice lamentarsi senza agire.
Troppo semplice chiudersi nei propri orticelli, dietro ad una tastiera, fingendosi salvo fingersi cattolici da prima linea.
Il Cristianesimo non è per femminucce. Il Cristianesimo è la Via della Croce, è l’annullamento dell’Io mentre si guarda, si abbraccia e poi si sale il legno del patibolo immolando se stessi e il mondo per morire e poi tornare a Vivere con Cristo in Dio.
D’altronde, se la vita non è milizia, che senso ha vivere? E se lasciamo Cristo solo nella sua  flagellazione, nella sua agonia, che fedeli siamo?
Diceva dom Prosper Gueranger:

 “Quanto importanti sono i fini che si propone la santa Chiesa in queste Processioni, alle quali dovrebbero prendere parte tutti i fedeli che hanno la possibilità di farlo e che, invece di consacrare quel tempo al servizio di Dio per mezzo delle opere di vera pietà cattolica, lo passano in devozioni private, che non potranno attirare su di essi le stesse grazie, né portare alla comunità cristiana i medesimi aiuti di edificazione!”.

Siamo forse noi esenti da questa urgenza?
Uomini di buona volontà: vogliamo esser tali per una volta? Scendiamo allora in piazza, a Roma, per consolare il Misericordioso Sacro Cuore di Gesù colpito dal peccato impuro contro natura che grida vendetta al cospetto di Dio.

Adiutorium nostrum in nomine Domini, qui fecit coelum et terram!”.

Ci vediamo il 9 giugno a Roma.

 

Fonte

Un commento a "9 giugno, Roma: “O con me, o contro di me”"

  1. #eranuova   24 maggio 2018 at 9:06 pm

    vi auguro una copiosa adesione…

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