[GLORIE DEL CARDINALATO] S.E.R. Cardinale Isidoro di Kiev

di Giuliano Zoroddu

Nato a Monemvasía, nel Peloponneso, nell’ultimo decennio del Trecento, Isidoro entrò nell’ordine monacale di san Basilio. A Costantinopoli, allora rigogliosissima di studi umanistici, coltivò le belle lettere e al contempo resse, come igumeno, il monastero di san Demetrio. Nel 1434 fece parte della legazione che Giovanni VIII, Imperatore dei Romei, aveva inviato al Concilio di Basilea per discutere dell’Unione dei Greci coi Latini. Tornato in patria, a seguito del fallimento di questa prima missione, lo stesso Imperatore – animato come Isidoro dal desiderio di fare l’unione con la Chiesa Romana – nel 1437, lo prepose alla metropolia di Kiev che gli dava giurisdizione su tutte le Russie. Tornò in Italia nel 1438 per prender parte alle sessioni del Concilio che nel frattempo Eugenio IV aveva spostato prima a Ferrara e infine a Firenze. Nella legazione greca, assieme a lui, spiccavano: Giuseppe II Patriarca di Costantinopoli, che sebbene non vide l’Unione – morì infatti un mese prima – la professò personalmente sul letto di morte; e il dottissimo Bessarione, Arcivescovo di Nicea. “Apparso per tutti il giorno sereno della unione tanto desiderata[1] il 6 luglio 1439, Isidoro, in premio dello zelo per la unità della Chiesa, fu creato Cardinale presbitero dei santi Marcellino e Pietro il 18 dicembre di quello stesso anno – da questo momento fu per tutti il Cardinal Ruteno [2] – e costituito Legato papale per l’attuazione dei decreti conciliari nelle aree soggette alla sua giurisdizione. A Kiev non trovò particolare opposizione da parte del clero scismatico. Diversamente a Mosca, dove arrivò nel 1441, dopo la lettura della Bolla di Unione e la nomina del Papa nei sacri dittici, fu arrestato dal Granduca Basilio II, su pressione del clero russo-scismatico. Riuscì a scappare prima che il tribunale “ecclesiastico” che doveva giudicare la sua “apostasia” lo potesse condannare al rogo. Giunto rocambolescamente in Italia, si stabilì a Roma. Niccolò V nel 1452 lo inviava, come suo Legato, a Costantinopoli per l’attuazione dei decreti Fiorentini. Il 12 dicembre 1452 in Santa Sofia, alla presenza di Costantino XI Paleologo, proclamò solennemente, il ritorno del clero costantinopolitano all’unità della Chiesa Romana, mettendo – purtroppo solo temporaneamente – fine allo scisma di Michele Cerulario. Durante l’assedio turco dell’anno seguente prenderà parte attiva alla resistenza: assieme alla sua guardia personale di 200 balestrieri difenderà la porta di san Demetrio, dove si trovava il suo antico monastero, venendo anche ferito alla testa. Caduta la capitale d’Oriente ricominciarono per il Cardinal Ruteno le disavventure:  fra prigionie e riscatti, poté rientrare a Roma, sano e salvo, solo nel 1454. Già Vescovo di Sabina dal 1451, Callisto III gli conferì l’arcivescovato di Nicosia nel 1456 e Pio II il Patriarcato Latino di Costantinopoli nel 1458. Sebbene fosse in possesso di tali cariche, alle quali si aggiunse nel 1461 quella di Decano del Sacro Collegio Cardinalizio, visse gli ultimi anni della sua vita nella ristrettezza economica: ogni suo avere lo aveva impiegato per la difesa di Costantinopoli, la cui caduta gli inferse un dolore acutissimo. Questo campione della Fede e difensore della Patria morì a Roma il 27 aprile 1463 ed ebbe sepoltura nella Basilica di san Pietro, il cui primato strenuamente aveva propugnato.

[1] Concilio di Firenze, Sess. VI, Bolla “Laetentur coeli” dell’unione dei Greci.

[2] Per Rutenia si intende la Russia kieviana.

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