Scozia: una storia di fede e libertà

di Luca Fumagalli

Grazie al colossal cinematografico Braveheart, diretto da Mel Gibson, la Scozia è entrata nell’immaginario collettivo come un paese selvaggio, abitato da uomini generosi, silenziosi custodi di una tradizione fatta di lealtà e atavici legami familiari. Le imprese di William Wallace e della sua variopinta banda di combattenti hanno impressionato tantissimi spettatori che, da quel lontano 1995, hanno preso ad associare il grido di libertà delle tante piccole patrie europee al volto dipinto del fiero condottiero scozzese.

Nel 1707, attraverso l’Atto di unione, la Scozia cessò di essere una nazione indipendente: l’intera isola britannica ricadde sotto un unico governo, quello di Londra. Una manciata di politici e aristocratici – con la garanzia che sarebbero stati mantenuti gli assetti civili e religiosi determinati dalla Rivoluzione del XVII secolo e dalla Riforma protestante – svendette la propria terra allo straniero in cambio di vantaggi economici. Andrew Fletcher, uno degli uomini che più strenuamente si batté contro l’Atto, ebbe a scrivere: «sono le ballate, e non le leggi, a costruire una nazione». Dopo oltre due secoli, la frase è ancora attuale. In un mondo globalizzato, spersonalizzato, dove tutto è uguale, la Scozia, pure con le recentissime vicende legate all’ipotesi indipendentista, torna a essere un faro, un esempio per tutti quelli che mal sopportano l’omologazione anti-identitaria, che ancora credono che la vita sia appartenenza a una terra e a una Chiesa.

Tra i laghi e le praterie, tra i remoti anfratti delle Highlands e i villaggi di pescatori della costa, si è consumata una delle vicende più affascinanti e terribili della storia. Quella del popolo scozzese non è mai stata una vita facile: luogo di fede e cultura – si pensi a teologi come Duns Scoto o Riccardo di San Vittore – la Scozia, con i suoi clan secolari, ha sempre dovuto difendersi dall’aggressivo vicino di casa inglese. Con la penetrazione del calvinismo e l’allontanamento degli Stuart dal trono, si è assistito a una parabola involutiva, culminata con il tradimento dei magnati, attratti dai latifondi e dalle promesse di facili guadagni, e con la migrazione forzata di decine di migliaia di scozzesi, costretti a cercar fortuna oltreoceano.

Il cardo e la croce (Il Cerchio, 2017), pregevole saggio del noto scrittore Paolo Gulisano, cultore di cose britanniche, è un testo imprescindibile, che espone in maniera sintetica e divulgativa le fasi salienti della storia scozzese, dalla cristianizzazione ai giorni nostri, passando attraverso tutte le grandi prove che questo popolo povero e fedele alla propria identità culturale e religiosa ha dovuto sopportare: lo scontro con l’Inghilterra, il genocidio culturale causato dal protestantesimo, la pulizia etnica settecentesca, fino al lento percorso verso la riconquista della coscienza di sé. Un libro da avere assolutamente, scritto con stile accattivante, che non annoia, consigliato in particolare a tutti quelli che non amano i fetidi miasmi di una modernità sempre più incolore.

Il libro, non più in commercio, è in fase di ristampa. Per prenotarne una copia: http://www.ilcerchio.it/il-cardo-e-la-croce-la-scozia-una-storia-di-fede-e-di-liberta.html

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