[VITA EST MILITIA] Conte Orlando d’Anglante, paladino di Francia

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Nota di Radio Spada; continua oggi, Ascensione del Signore, questa rubrica radiospadista che durerà sino al compimento dell’Ottava di Pentecoste, dedicata all’esercizio del cattolicesimo militare e ai grandi condottieri cattolici. L’organizzazione della rubrica che ha richiesto circa tre mesi di lavoro (e della concomitante “esposizione” all’Università Cattolica del Sacro Cuore) è stata a cura di Carlo “Charlie” Banyangumuka, Mattia Spaggiari e Piergiorgio Seveso. A voi tutti, amati lettori, dall’intera redazione di Radio Spada l’augurio di un santo periodo pasquale. Buona lettura!

Conte Orlando d’Anglante

Figlio di Berta, sorella di Carlo Magno, e di Milone, Conte d’Anglante, il membro della corte carolingia di più umili natali, nacque in una grotta presso Sutri, asilo di fortuna sulla via di Roma per i due amanti alle cui nozze il Re s’opponeva (anche perché correva voce che in realtà quel figlio fosse suo); venne poi accolto da Carlo a corte ed affidato alle cure del Vescovo Turpino. Giovanissimo fu armato cavaliere dal Papa a Roma e partì al seguito del suo regale zio per una spedizione contro i Saraceni che assaltavano le coste calabresi, prendendo parte alla vittoria dell’Aspromonte e sconfiggendo di persona Re Almonte, cui vinse la Durlindana, spada promessa da un angelo di Dio al migliore tra i campioni franchi, ed uccidendo Re Trojano. Dopo aver combattuto contro i Sassoni, ormai adulto e di statura tanto elevata da parere un gigante, al termine dell’assedio di Vienne, per sancir la pace –nonché per assecondar l’amore ch’ella serbava al paladino – gli fu data in moglie Alda la Bella, sorella dell’assediato Conte Ulivieri, poi grande amico d’Orlando. Dopo essere stato nominato da Carlo Prefetto della Marca di Bretagna, partì per la campagna di Spagna contro il figlio di Trojano, Re Agramante, che durò sette anni: pur di conservar la sua castità fu sordo alle preghiere della moglie che gli domandava un figlio prima della partenza. In seguito ad un litigio col suo Sovrano lasciò il campo e se n’andò in Oriente, prima a pregar sul Santo Sepolcro, poi a coprirsi di gloria difendendo oppressi, salvando dame e portando la buona novella fino al Catai. Tornato in Francia, fu proprio dal Catai che giunse ai suoi occhi la Principessa cinese Angelica, di cui s’innamorò perdutamente e che inseguì per lunghissimo tempo senza mai desiderarne altro che lo sguardo; venuto a conoscenza dell’amore della Principessa per il fante saraceno Medoro, perse il senno, tanto che il paladino Astolfo fu costretto ad andarglielo a recuperar sulla luna: dopodiché Orlando poté saldamente tornare alla testa dell’esercito cristiano e prender parte alla vittoriosa disfida di Lipadusa tra tre campioni saraceni e tre cristiani. Dopodiché in Ispagna scese Carlo in persona, chiamato dall’Emiro di Cordova minacciato dagli altri Sovrani saraceni sbandati dopo la morte di Agramante a Lipadusa. Ma nel frattempo Milone era morto e Berta s’era risposata con Gano di Maganza; intenzionato costui a retroceder dalla Spagna, a restare invece Orlando, dopo questo ennesimo screzio, il patrigno decise di complottar col Re di Saragozza Marsilio per far morire il Conte; Carlo, pressato dalla notizia d’una sommossa in Sassonia, cedette alle false profferte di pace del Re, ed ordinò la ritirata; fu su consiglio di Gano che pose proprio Orlando a capo della sua retroguardia; ma accadde che, sobillati e sostenuti da Marsilio, i Baschi, per vendicarsi del saccheggio di Pamplona, la assaltarono presso Roncisvalle, sui Pirenei; Orlando, pur di non procacciar disonore a sé, primo tra i 12 Pari di Francia, ed ai Franchi tutti, si rifiutò d’accettare il consiglio d’Ulivieri e sonar l’olifante; così combatté e riuscì con i suoi ad uccider tutti i capi avversarj, ma non a far fronte alla schiacciante inferiorità numerica, per cui, morti tutti gli altri paladini della retroguardia, ad estremo suggello del suo sacrificio, Orlando volle finalmente sonar l’olifante, e lo fece con tanto vigore da squarciar le sue vene e far sprizzare il cervello dalle orecchie. Era il giorno dell’Assunta dell’anno 778. Quando venne a sapere del tradimento, Carlo fece squartare Gano, mentre alla sola notizia della morta del marito, Alda cadde a terra priva di vita.  Carlo riuscì a conquistar la Marca di Spagna, dai Pirenei all’Ebro, nell’810.

San Kaleb di Axum

Sant’Alfredo re del Wessex

Sant’Olaf il coraggioso

San Ladislao d’Ungheria

San Erik IX Re di Svezia

San Luigi IX Re di Francia

San Giorgio

Giuseppe Sanchez del Rio

Enrico II il Pio duca di Slesia

Giovanni di Gothia

Costantino il Grande

Teodosio il Grande

Costantino XI Paleologo

Vardan Mamikonian

Cardinal Fabrizio Ruffo

Cardinale Bertrando del Poggetto

Assalonne di Lund

Ugo de’ Pagani e Goffredo di Sant’Omero

Eraclio Imperatore di Bisanzio

Carlo Magno

Ottone il Grande

Artù Pendragon

Baldovino IV Re di Gerusalemme

Pelagio delle Asturie

Mattia Corvino re d’Ungheria

Giovanni III Sobieski

Carlo III di Scozia

Carlo Martello, Maggiordomo di palazzo

Matilde di Canossa, viceregina d’Italia

El Cid Campeador signore di Valencia

Principe Giorgio Castriota Skanderbeg

Principe Carlo Filippo di Schwarzenberg

Principe Raimondo Montecuccoli

Principe Eugenio di Savoja

Don Fernando Alvarez de Toledo, duca d’Alba

Enrico III lo Sfregiato, duca di Guisa

Simone IV di Montfort, duca di Narbona

Daimyo Konishi Yukinaga Agostino

Duca Alberto di Wallenstein

4 Commenti a "[VITA EST MILITIA] Conte Orlando d’Anglante, paladino di Francia"

  1. #Nicòla   10 Maggio 2018 at 9:45 pm

    Il dominio di ORLANDO, non era la penisola del Cotentin? La Bretagna era, al tempo di Carlo Magno ed anche per molto tempo dopo, uno Stato alleato, vassallo e tributario dei Franchi, ma formalmente indipendente.

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  2. #Nicòla   10 Maggio 2018 at 9:48 pm

    Questo mescolare fonti diverse (storia, leggende, letteratura, “Morgante maggiore”; Orlando Innamorato, Orlando Furioso, REALI DI FRANCIA etc.) non vi sembra che finisca con sminuire il valore del vostro impegno?

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  3. #Mattia Spaggiari   11 Maggio 2018 at 9:00 am

    Per quanto ne posso sapere, ho sempre sentito che Orlando fu titolare della Marca di Bretagna; ora, la Marca di Bretagna non era il Regno di Bretagna, che sussisté giustamente come regno tributario per tutta l’epoca carolingia, ma quella parte di Bretagna (quella orientale) che era stata anessa direttamente all’Impero di Carlo.
    Venendo alla seconda questione, mi compiaccio del Vostro straniamento, che era esattamente ciò che volevo ottenere dal mio lettore. Io sono profondamente convinto che non si possa allo stesso tempo dirsi cattolici tradizionalisti e continuare a venerare gli idoli della cultura moderna, anche in ambito storiografico e filologico: dopotutto Valla è uno dei maggiori pilastri della Rivoluzione (se fosse vissuto mezzo secolo più tardi, anziché Cardinale probabilmente sarebbe diventato un pastore luterano). Bisogna invece avere un profondo rispetto delle fonti, quali che siano, inquadrarle storicamente per stabilire tra di esse una gerarchia d’autorità (e non di precedenza storica), e cercare d’armonizzarle in un unico discorso non contraddittorio. La mia concezione romantico-vichiana (non hegeliana! Hegel è uno dei pensatori più ostili al vero Romanticismo) della storia mi ha condotto a dar maggior dignità, ove possibile, alle fonti poetiche e leggendarie piuttosto che a quelle “storiche” nel senso contemporaneo; tuttavia mi preme che rimanga il concetto che tra di esse non c’è una differenza qualitativa, bensì quantitativa, cioè il peso del poema sovrasta sempre quello della fonte d’archivio, senza per questo annichilarlo. Bisognerà allora tener conto anche di certe acquisizioni della storiografia contemporanea, ma inserirle armonicamente all’interno di un quadro essenzialmente premoderno. Per dirla come un filologo: non ci si può certo fermare al textus receptus, ma d’altro canto lo stemma codicum, in quanto ricostruzione a posteriori, ha la parvenza della verità, ma non è mai la verità. Sitratta d’un problema assai complesso che non posso sviscerare in questa sede. Accenno liminarmente a questa questione anche all’inizio del mio breve commento al “Fedele Giovanni”, una fiaba dei Fratelli Grimm, che potete sempre trovare su Radio Spada.
    Detto ciò, ho forse condotto l’operazione sopra descritta sulla figura di Orlando? Per ragioni di tempo non sono riuscito – lo ammetto – a farlo colla sistematicità che avrei desiderato, tuttavia credo d’esser riuscito nel mio intento di provocare i miei lettori mettendo in discussione certe categorie che molto spesso essi danno erroneamente per iscontate, ma che in realtà non lo sono affatto. Esistono molti modi di fare storia, non solo quello contemporaneo.

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  4. #Mattia Spaggiari   11 Maggio 2018 at 10:34 am

    Ovvio che Orlando non è fisicamente mai andato nel Catai, né Astolfo sulla luna. Ma – domando – è questo ciò che conta? Quando leggiamo le leggende che parlano di lui, ci viene forse spontaneo criticarle ed andare in cerca dell'”Orlando storico”, o non diamo forse il nostro assenso al poeta che ci accompagna per mano in quei mondi lontani? Il cuore umano rifiuta sdegnato di fondare la propria vita sul dato empirico, perché non per esso è fatto, ma per l’assoluto – e per Dio. Ora, da un lato le ricostruzioni storiche moderne appiattiscono sempre ogni epoca al presente, immancabilmente sminuendole; dall’altro le leggende non saranno forse empiricamente attendibili, ma in virtù della loro tradizione diretta esprimono assai meglio la sostanza del personaggio. Tra le une e le altre c’è tutta la differenza che passa per esempio tra il Belcanto e l’opera verista: sicuramente gorgheggi e forme chiuse non hanno molto a che fare coll’eloquio quotidiano, ma per esprimere il sentimento sono assai più efficaci del canto “plastico” di secondo ‘800: Mascagni non vale neanche la metà di Bellini proprio perché dietro alla parola che noi quotidianamente ci scambiamo ci sono interi mondi che rimarrebbero inespressi se non ci fosse la musica a farceli intuire.
    Dopotutto per noi Orlando è importante per le leggende ed i poemi che parlano di lui, altrimenti nemmeno lo ricorderemmo.

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