Breve nota su Alice Thomas Ellis: una scrittrice glamour contro la “nuova messa”

Luca Fumagalli

I romanzi di Alice Thomas Ellis (1932-2005), seppur fortemente indebitati nei confronti dell’opera di Ronald Firbank, rivelano sotto il manto glitterato di uno stile provocatorio e ironico una profonda dimensione religiosa.

Tipico di questo atteggiamento è The 27th Kingdom (1982), in cui si descrive la vicenda di Valentine, un novizio di origini caraibiche che giunge a Chelsea per sconvolgere la vita della russa Zia Irene e della piccola comunità cattolica locale. Tra angeli e demoni, tra miracoli e cialtroni di ogni sorta, il tono del libro è volutamente dimesso, i personaggi appaiono ingenui, quasi sempliciotti, l’azione è caricaturale e irreale, giocata su un costante contrasto tra il fascino della Chiesa di Roma e l’incomprensione protestante che la circonda. Qui, esattamente come nel romanzo d’esordio The Sin Eater (1977), l’autrice inglese offre al lettore una convincente allegoria del bene e del male, corroborata da alcune frecciatine rivolte alla Chiesa moderna.

La Ellis – il cui vero nome è Ann Margaret Lindholm – è infatti una delle scrittrici principali della cosiddetta ala “tradizionalista” del cattolicesimo britannico contemporaneo (che annovera pure tra le sue fila lo scozzese George Mackay Brown). Nei suoi lavori non si manca mai di criticare con arguzia la “nuova messa” voluta da Paolo VI e le riforme promosse dal Concilio Vaticano II.

Una figura, dunque, interessante, da scoprire, anche se purtroppo la sua vasta bibliografia è fruibile solo da chi conosce la lingua inglese, dal momento che nessuno dei suoi romanzi è mai stato tradotto in italiano.

 

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