“Ci vogliono più asili nido!”, ma è proprio vero? Restituire i figli ai genitori

 

 

di don Samuele Cecotti

 

Nel dibattito pubblico si possono constatare degli assunti da tutti asseriti senza bisogno alcuno di fornirne ragione, delle “verità” che nessuno osa contestare e che mettono magicamente d’accordo tutti. Una di queste è: “Servono più asili nido!”. Ogni qualvolta si affrontino tematiche attinenti la maternità, il welfare per le famiglie, la questione demografica, etc. non c’è politico, giornalista, opinionista che non si trovi d’accordo nel sentenziare “Servono più asili nido!”. Il più laicista dei radicali e il navigato democristiano, la femminista marxisteggiante e l’ex missino passando per ogni altra declinazione del vasto spettro ideologico sono tutti perfettamente concordi sul punto: “Servono più asili nido!” Chi li vorrà pubblici e gratuiti, chi espressione della libera iniziativa privata, chi per “liberare” le donne e chi per favorire la natalità ma tutti sicuri e convinti che “Servono più asili nido!”.

Così quando mi è capitato tra le mani il volumetto “Contro gli asili nido. Politiche di conciliazione e libertà di educazione”, essendo per natura un bastiancontrario, non ho saputo resistere e me lo sono letto d’un fiato. Il libro è agile, 82 pagine in tutto, edito da Rubettino nel 2009. Autore non è un pericoloso reazionario magari appartenente a qualche gruppetto tradizionalista, non è neppure un Amish dell’Ohio (curiosamente tradotto in italiano) ma una giornalista de Il Sole 24 ore, sposata con due figli, Paola Liberace. E, come non bastasse, il volume è prefato dall’onorevole Valentina Aprea di Forza Italia, insegnante, dirigente scolastico e allora Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati.

Si legge con piacere per chiarezza e serenità nell’esporre argomenti sempre suffragati da dati e riferimenti precisi. Interessante come l’Autrice riconduca il modello che vuole “asili nido per tutti” alla DDR (la Germania Est socialista) sottolineando come siano stati proprio i regimi comunisti a pensare l’accudimento e l’educazione dei bambini sottratta ai genitori e affidata a strutture pubbliche. Nel 1989 nella DDR gli asili nido accoglievano l’80% dei bambini, le scuole materne il 95%. Da anni, senza dirlo apertamente, si sta proponendo il modello DDR all’Italia! Scrive a commento la Liberace: “L’opzione unica e incondizionata per gli asili nido […] avrebbe l’effetto di istituzionalizzare – come nel precedente della DDR – la lontananza dei bimbi dai genitori, sin dai primi mesi. Ci troveremmo di fronte alla manifestazione su larga scala di conseguenze psicologiche e sociali ancora non perfettamente note; e laddove siano già state indagate, come abbiamo visto, i risultati sono tutt’altro che confortanti. Prepariamo la strada a una generazione senza famiglia” (p. 34).

Conseguenze psicologiche e sociali … perché non dimentichiamo che è profondamente innaturale sottrarre un bimbo alle cure materne per affidarlo a strutture artificiali come asili e simili. Un tempo nessuna persona di buon senso avrebbe accettato per i propri figli ciò che oggi è considerato grande progresso sociale; gli asili (nido e non) non nascono infatti come opportunità perfettiva per i bimbi delle famiglie “normali” ma come estrema ratio filantropica per sottrarre all’abbandono e al degrado i figli delle operaie più povere e disagiate nei quartieri industriali delle periferie sub-urbane, l’ideologia socialista ne ha poi fatto un mezzo per collettivizzare la cura e l’educazione dell’infanzia, noi europei d’oggi riusciamo persino a vedervi un optimum educativo. Ciò che nacque come estrema alternativa alla strada e all’abbandono oggi è presentato come meta da agognare rivendicandone il diritto: “diritto ad asili nido per tutti!”.

Si è completamente perso di vista l’ordine naturale delle cose per il quale i figli debbono essere curati, accuditi ed educati dai genitori e non da strutture pubbliche. E per curare, accudire ed educare è necessario che i genitori stiano con i figli, che i figli crescano in famiglia! Ecco allora la parte propositiva del libro: un modello di società che rimetta al centro la famiglia, il ruolo educativo dei genitori, la maternità che non si esaurisce nel parto ma è missione di cura e di formazione dei figli.

La Liberace parla, ad esempio, di un welfare che sussidi le mamme che scelgono di non lavorare fuori casa per dedicarsi alla cura dei figli e, scrive, sondaggi alla mano: “messi [i genitori] di fronte a un’alternativa realmente aperta, questi preferirebbero allevare personalmente i loro bambini” (p. 39). È proprio un altro modello, un’altra idea di società! E và ben oltre la questione degli asili nido, porta con sé il principio non negoziabile della competenza genitoriale dell’educazione riconoscendo che “l’educazione dei figli spetti in ultima istanza ai genitori […] che hanno indiscutibilmente l’ultima parola sull’allevamento dei figli” (p. 42). È il principio a base della scuola parentale e dell’homeschooling.

“Disfarsi dei figli, magari per affidarli allo Stato, non può e non deve restare l’unica alternativa” (p. 55), così Paola Liberace presenta “la donna a casa con i bambini” (p. 43) non come un tuffo nel passato ma, piuttosto, come un ritorno al futuro in un nuovo modello capace di conciliare famiglia e lavoro rispettando la maternità, il diritto/dovere dei genitori ad educare i figli, il diritto dei figli a crescere in famiglia con le cure di mamma e papà. La Liberace parla così di un welfare che sostenga la scelta “casalinga” delle mamme (la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre insegnato la doverosità del “salario familiare”), di una organizzazione del lavoro che favorisca il tele-lavoro da casa o la micro imprenditorialità domestica (una mamma che resta a casa coi figli ma non rinuncia alla sua professionalità e dedica qualche ora al giorno al lavoro non-familiare dovrebbe essere agevolata), di un fisco pensato a favore delle famiglie.

Purtroppo anche noi cattolici, in questi ultimi decenni, siamo caduti nell’inganno socialdemocratico facendo nostra una idea di welfare che, se analizzata, si rivela in verità incompatibile con la Dottrina sociale della Chiesa perché incompatibile con l’antropologia cristiana. Anche sul tema “asili nido” e più in generale della cura e dell’educazione dell’infanzia non sono pochi gli abbagli in casa cattolica, anche per paura d’andar contro corrente. Dovremmo invece rimettere al centro i diritti/doveri della famiglia, il principio non negoziabile della competenza genitoriale alla educazione dei figli, il valore sociale della maternità, la diversità complementare di uomo e donna, di marito e moglie, di padre e madre, la nobiltà della vita domestica che per una moglie e madre può costituire una vera e propria vocazione.

Ciò detto non trovo miglior conclusione che ringraziare Paola Liberace per il coraggioso volumetto, invitare tutti a leggerlo e lasciare a lei l’ultima parola: “Le radici della cosiddetta emergenza educativa sono qui. […] Per arrestare la deriva è indispensabile tornare alle sue radici; restituire alla famiglia la responsabilità di educatrice che le compete […] Il miglior antidoto all’emergenza educativa è la presenza costante e avvertita della famiglia: soprattutto nel momento cruciale della prima infanzia, in cui tutti gli altri successivi saranno fondati. È qui che bisogna agire, se si vuole innescare un cambiamento. Essere genitori è una questione di libertà e di responsabilità […] Mettere padri e madri in condizioni di operare una scelta effettiva, considerando la possibilità di seguire personalmente i figli, vuol dire riconoscere loro la responsabilità della decisione, mettendoli di fronte all’onere della genitorialità. Perché fare un figlio significa molto più che mettere al mondo un nuovo individuo, trasmettergli il cognome, allattarlo a oltranza, magari per poi affidarlo alle puericultrici di Stato. Così come fare un padre e una madre significa molto più che spingerli a procreare, tra una timbratura di cartellino e l’altra, magari assicurando loro che potranno contare su una rete capillare di asili nido pubblici. La vita dei figli è legata alle scelte dei genitori che li hanno messi al mondo: dipende da loro, ben oltre la rescissione del cordone ombelicale. Genitori si diventa realizzando che i figli sono affare proprio: un affare impossibile da delegare, da accantonare, da far passare in secondo piano. Nessun’altra esigenza – quella collettivista, quella produttiva, quella emancipazionista – può essere anteposta al diritto dei bambini di crescere nell’equilibrio, nella serenità e nell’amore: un diritto che nessuna legge sancisce, ma che solo la libertà e la responsabilità della mamma e del papà possono difendere” (pp. 80-82).

 

 

 

Fonte: Vita nuova trieste

 

 

 

 

3 Commenti a "“Ci vogliono più asili nido!”, ma è proprio vero? Restituire i figli ai genitori"

  1. #bbruno   28 Giu 2018 at 8:52 pm

    Ma che cosa è questa nuova chiesa che nemmeno su un punto così elementare di buon senso, accessibile a tutti quelli che non hanno rinunciato al retto funzionamento cerebrale, riesce a educare la sua gente, i nuovi cattolici suoi, ad avere cura dei propri figli, ma anch’essa per prima succube dell’aggiornamenteo e dell’adeguamento, lascia i suoi bei fedeli schiavi della maledetta modernità, che li induce ad abbandonare le proprie creature all sistema educativo concentrazionario dello Stato!

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  2. #Annarita   29 Giu 2018 at 11:13 am

    Tutti a chieder più asili nido, pure i cattolici, pure quelli delle famiglie numerose. Intanto mentre loro chiedono più asili nido, le mamme che decidono di non lavorare per accudire la famiglia, sono invisibili, non hanno nessun diritto, nemmeno quello di una pensione, perchè ritenute nulla facenti, anche se obbligate a pagare come lavoratrici un’assicurazione annuale imposta dalle femministe, che riconoscono che la casalinga lavora, dunque deve pagare un’assicurazione, mai una politica per aiutare chi ha deciso di fare figli e crescerli personalmente. Ma almeno non ci facessero sentire delle nullità, ci sono anche quelli che vivono nella bambagia, lavorando tutti in casa, pure il gatto e pagando dopo scuola, baby sitter, palestre ed altro, poi ti guardano con l’occhietto straziato e ti dicono, beata te che puoi permetterti di stare a casa dal lavoro. Beata me un piffero, perchè una scelta come quella di fare la mamma a tempo pieno, implica anche restrizioni, impossibilità di vacanze, di pizzate fuori casa, figuriamoci andare dall’estetista, o in palestra. Non è una scdelta legata al fatto che uno è ricco e dunque può permetterselo, è una scelta dettata dal fatto che i figli sono della famiglia che li mette al mondo (e del buon Dio naturalmente), non dello Stato e in una civiltà così decaduta ed immorale, dove anche la scuola non è più un luogo sicuro, la scelta di stare con i propri figli credo sia ancora più urgente. Dunque meno asili nido, più mamme libere di crescere i propri figli con dignità. Oggi si rasenta la povertà quando si seglie questa strada, altrochè: beata te!
    Reddito di cittadinanza, fondi per gli extracomunitari, lasciti per i cani ed i gatti e alle mamme casalinghe mai nulla? Eppure se in giro si trova ancora qualche ragazzo sano di mente non sarà anche grazie a noi, che abbiamo resistito?

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  3. #francesco   1 Lug 2018 at 10:28 am

    Che lo si condivida o meno, questo ottimo articolo e’ un esempio di come un sito come radiospada, pur con poche risorse, possa esprimere contributi interessanti in un panorama culturale generale sempre piu’ arido. Mi piace inoltre l’attacco iniziale degli “assunti da tutti asseriti” che si vestono autonomamente di verita’, cosa che avviene sempre piu’ spesso. Il problema non e’ semplice considerato il calo demografico storico italiano. Penso che tutto cio’ che puo’ essere di supporto alla famiglia possa comunque rivelarsi utile con stipendi oggi che talvolta non superano i 600 euro mensili, costringendo entrambi i coniugi al lavoro. La famiglia puo’ e deve essere sostenuta economicamente, ma questo sembra essere un argomento di attualita’ solo in campagna elettorale.

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