[CRONACHE DELL’ANTICRISTO] Abbracciare la Fede è abbracciare l’uomo

citazione a cura di Luca Fumagalli

Continua con questo brano la rubrica, intitolata significativamente “Cronache dell’Anticristo”, che raccoglie una serie di stralci tratti da Il Padrone del mondo (1907), il più famoso romanzo di mons. R. H. Benson, ancora drammaticamente attuale.

La trama del libro è piuttosto semplice. Alla fine del XX secolo l’uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale, ma con il trionfo dell’umanitarismo laico il cristianesimo è quasi scomparso e la completa secolarizzazione della società è ormai dietro l’angolo. I due protagonisti de “Il Padrone del mondo” sono Julian Felsenburgh – socialista e massone dall’oscuro passato, che governa l’intero Occidente grazie alle brillanti doti di oratore e alla personalità magnetica – e Percy Franklin, uno degli ultimi sacerdoti rimasti fedeli alla Chiesa. Il terzo polo narrativo è costituito dai coniugi Mabel e Oliver Brand, militanti politici e accaniti sostenitori del progresso. 

Dopo l’annuncio che Felsenburgh è stato eletto presidente d’Europa, Percy è colto da un momentaneo sconforto. Fortunatamente si tratta solo di una sensazione passeggera. Il terribile imprevisto non solo non intacca la sua Fede ma, per quanto possa sembrare paradossale, la conferma. Solo il cristianesimo, infatti, mostra di considerare l’uomo integralmente, senza nascondere alcunché di ciò che lo costituisce, come il dolore o la morte.

Percy cadde sul letto con un gran tremito nei polsi, con gli occhi chiusi e con una invincibile disperazione nel cuore. Il mondo si drizzava come un gigante sopra l’orizzonte di Roma e la città Santa appariva simile a un castello di sabbia in mezzo ai flutti del mare. Lo sapeva troppo bene. Come poi si sarebbe potuta verificare la catastrofe, in quale forma e in quale direzione, questo lui non lo poteva dire né, del resto, si dava pena di conoscerlo; era solo convinto che non era possibile sfuggirvi.

Abituato all’introspezione, penetrava con gli sguardi più amari l’intimità della coscienza, come un dottore che, affetto da malattia mortale, si accinge impassibile alla diagnosi spaventosa dei propri sintomi; senza dire che lui provava un certo sollievo nel chiudere gli occhi di fronte al mostruoso meccanismo del mondo, per considerare invece il microcosmo di un cuore umano che non ha più speranza.

Non aveva più da temere per la sua fede: con la medesima certezza con la quale uno può conoscere il colore dei propri occhi, sapeva che era salva e fuori pericolo. A Roma, durante il nuovo soggiorno, le onde velenose del dubbio erano passate e il torrente mostrava ancora visibile il fondo, o, per meglio dire, quel vasto edificio di dogmi, riti, tradizioni e principi nei quali era stato educato e sui quali aveva tenuto gli occhi fissi per tutta la sua vita. Fino ad allora però aveva visto tutto questo in modo frammentario e la mente si era disorientata, come davanti a una luce incerta e intermittente che proveniva delle tenebre; questo edificio si era invece a poco a poco illuminato, rivelando il meraviglioso chiarore del fuoco divino da esso diffuso. I sommi principi, una volta così sconcertanti per non dire ripugnanti, tornavano a essere chiaramente evidenti. Percy si accorgeva, per esempio, che l’umanitarismo tentava di eliminare il dolore, mentre la fede divina chiedeva di abbracciarlo, per cui anche le cieche sofferenze di creature pazze rientravano nel piano stabilito dalla volontà del creatore.

E mentre, sotto un certo aspetto, dell’immensa tela della vita si riusciva a scorgere solo una parte (materiale, intellettuale o artistica), sotto un altro aspetto anche il soprannaturale saltava evidente allo sguardo.

La religione umanitaria poteva essere vera solo a condizione di negare almeno una metà della natura umana, con le sue ansie e le sue debolezze; queste invece il cristianesimo le accettava come un dato di fatto e ne rendeva ragione, anche se non riusciva adeguatamente a spiegarle. Per il cristianesimo, ansie e miserie erano elementi necessari alla perfetta integrazione del tutto. La fede cattolica era per Percy più certa della sua stessa esistenza, vera insieme e vivente. Lui poteva ingannarsi, ma Dio regnava; poteva impazzire, ma Gesù Cristo era il Verbo fatto carne, manifestatosi come tale all’uomo in virtù della sua morte e della sua resurrezione; e Giovanni il suo vicario in terra. Queste cose formavano la spina dorsale dell’Universo: erano fatti superiori a qualsiasi dubbio e, se non erano Verità, tutto il resto non poteva esser altro che un sogno.

(R. H. BENSON, Il Padrone del mondo, Verona, Fede & Cultura, 2014)

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