[CRONACHE DELL’ANTICRISTO] Il sacrificio di Cristo che ha redento il mondo

citazione a cura di Luca Fumagalli

Continua con questo brano la rubrica, intitolata significativamente “Cronache dell’Anticristo”, che raccoglie una serie di stralci tratti da Il Padrone del mondo (1907), il più famoso romanzo di mons. R. H. Benson, ancora drammaticamente attuale.

La trama del libro è piuttosto semplice. Alla fine del XX secolo l’uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale, ma con il trionfo dell’umanitarismo laico il cristianesimo è quasi scomparso e la completa secolarizzazione della società è ormai dietro l’angolo. due protagonisti de “Il Padrone del mondo” sono Julian Felsenburgh – socialista e massone dall’oscuro passato, che governa l’intero Occidente grazie alle brillanti doti di oratore e alla personalità magnetica – e Percy Franklin, uno degli ultimi sacerdoti rimasti fedeli alla Chiesa. Il terzo polo narrativo è costituito dai coniugi Mabel e Oliver Brand, militanti politici e accaniti sostenitori del progresso. 

I maggiori sovrani d’Europa sono riuniti a Roma in occasione della festa per l’onomastico del papa. Diversi re, sommersi dalla marea democratica e privati del regno, hanno trovato conforto nella fede dei padri. Mentre Percy Franklin assiste alla messa officiata dal Santo Padre, la sua mente va a Cristo che con il suo sacrificio ha redento il mondo.

Non era ancora venuto però il momento più bello. Rimaneva presso l’altare della Confessione un largo spazio riservato che, per quanto Percy poteva vedere dalla sua parte, si estendeva fino al punto che segnava il principio dei bracci della grande croce latina. Per questo punto passavano in linea retta le balaustre, ricoperte di rosso: oltre queste, si vedevano disposti in serie progressiva diversi personaggi a capo chino, pallidi nel volto e immobili. All’estremità della cinta fiammeggiava una spada e di sopra, a un terzo d’altezza della navata, si ergeva un maestoso ordine di troni. Questi erano di colore scarlatto come i cardinalizi, ma in cima portavano delle armature splendenti, rette da animali araldici adornati di corona.

Sotto ogni trono sedevano, in splendido isolamento, uno o due di quei personaggi e, fra trono e trono, apparivano altre persone severe in volto e a capo chino.

Il cuore gli balzò nel petto quando si guardò in giro e vide, come se ci fosse stato uno specchio, che anche dalla parte destra il quadro era identico.

Queste erano le reliquie di quella strana categoria di persone che, fino a mezzo secolo prima, avevano regnato come sovrani temporali di Dio per volontà dei loro sudditi. Nessuno più li riconosceva, adesso, salvo Colui che aveva loro attribuito la sovranità: vere cime cadenti da una cupola, alle quali viene a mancare la solida base. Questi uomini e queste donne avevano imparato, alla fine, che ogni potere veniva dall’alto e che il diritto a regnare non derivava dai sudditi ma dal re supremo che tutto governa: pastori senza gregge, capitani senza soldati! Era un quadro triste, orribilmente triste, ma istruttivo: quell’atto di fede era sublime e Percy sentì balzare il cuore a tal vista. Questi uomini e queste donne, creature simili a lui, non si vergognavano di pregare Dio e non l’uomo, di vestire le uniformi che il mondo considerava ormai delle maschere, ma che per loro erano gli emblemi di una missione soprannaturale. Percy pensava che fosse lì riflessa l’immagine di uno che cavalcava il puledro di un’asina, in mezzo alle derisioni dei grandi e alle grida festose dei bambini!

La scena però si fece più commovente durante la messa, quando i sovrani, discesi per il servizio del culto, si aggiravano fra il trono e l’altare come imponenti figure, a testa nuda, silenziose e rispettose. Il re d’Inghilterra, ridivenuto fidei defensor[1], faceva da caudatario al posto del vecchio re di Spagna, l’unico che, insieme all’imperatore d’Austria, aveva mantenuto ininterrotta la continuità della fede. Il vecchio re, chino sul suo faldistorio, tremava e gemeva aprendo la bocca in fervente preghiera, come Simeone quando vide nel tempio il salvatore d’Israele. L’imperatore d’Austria serviva il lavabo; l’imperatore di Germania, che dieci anni prima aveva perduto il trono e quasi la vita a causa della sua conversione, per nuovo privilegio appoggiava e toglieva il cuscino, quando il suo signore si inginocchiava davanti a Colui che era il vero Signore di entrambi.

Così, atto per atto, si svolgeva il magnifico dramma. Al mormorio delle voci seguì un silenzio di muta preghiera, quando la fragile particola bianca fu alzate tra le mani del Santo Padre; una musica divina echeggiava nella cupola, perché la moltitudine di devoti vedeva in quella particola la sua unica speranza. Una particola tanto piccola quanto potente, come già Cristo bambino nella mangiatoia. Non c’era più nessuno che combattesse per loro all’infuori di Dio. Se dunque il sangue degli uomini e i pianti delle donne non erano bastati a scuotere dal silenzio Colui che tutto vede e tutto giudica, certo la morte del suo Figlio, che già sul Calvario aveva oscurato i cieli e fatto tremare la terra, e che si ripeteva ora incruenta, con così patetica magnificenza, in quest’isola solitaria della fede cristiana, tra i flutti della derisione e dell’odio, questa almeno avrebbe portato il suo frutto.

(Brano tratto da: R. H. BENSON, Il Padrone del mondo, Verona, Fede & Cultura, 2014)

[1] Antico titolo attribuito ai sovrani britannici. Il primo a riceverlo fu Enrico VIII come riconoscimento per un libro scritto in difesa dei sacramenti e del primato papale in opposizione alle idee di Lutero. Nel 1534, a seguito della sua decisione di rompere i rapporti con la Chiesa cattolica e di formare una Chiesa scismatica inglese, papa Paolo III revocò il titolo e scomunicò Enrico. Tuttavia, nel 1544, il parlamento d’Inghilterra dichiarò il re Edoardo VI Defender of the Faith (Difensore della fede) con la qualifica, per lui e per i suoi successori, di  Supremo capo della Chiesa anglicana.

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