[ELLADE CATTOLICA] Il Primato del Papa in San Teodoro Studita

Nota di Radio Spada: Di fronte allo sfacelo e alla dissoluzione putrescente di grandissima parte del cattolicesimo romano “ufficiale” è venuto spontaneo a taluni guardare ad “Oriente” e al suo Scisma. Questa rubrica, giunta alla terza puntata e tenuta dal carissimo Alessandro Luciani. mostra il volto più vero e concreto delle acefalie orientali e delle chiese che hanno generato. Mostra anche la grande vitalità dell’Oriente cattolico, a  dimostrazione di come lo scisma del 1054 non abbia spaccato la Cristianità ma abbia semplicemente allontanato popoli interi dalla fonte viva della Cristianità ovvero Roma. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, presidente di RS)

A cura di Alessandro Luciani

 

Di Padre Lorenzo Tardo, ieromonaco di Santa Maria in Grottaferrata (RM). Da: Il Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata – Eco delle Chiese di Rito Bizantino, N.1 Gennaio – Febbraio 1942 – XX. Grottaferrata

Quest’anno si compie l’XI Centenario della restituzione del culto delle SS. Immagini della Chiesa orientale, avvenuta nell’anno 842, imperando a Costantinopoli Michele III sotto la tutela della madre Teodora.

La lotta che gli Iconoclasti avevano ingaggiato contro le SS. Immagini era durata, pur con delle interruzioni, più di un secolo – dal 726 all’842 – ed essa aveva dato luogo a sublimi eroismi da parte dei cattolici e specialmente da parte dei monaci orientali, tra i quali emerge l’invitto e strenuo campione dell’Ortodossia cattolica e del Primato del Vescovo di Roma, San Teodoro. Egumeno del celebre monastero di Studio.
Fu proprio durante questa lotta, alla vigilia quasi dei luttuosi contrasti foziani, che dovevano portare poi alla separazione della Chiesa orientale dal Papa di Roma, che il Primato della Sede Apostolica ebbe solenni riconoscimenti, specie dal grande Egumeno Studita.
Ecco come egli, durante l’imperversare di una bufera, scoppiata negli intervalli di una lotta iconoclasta, per le violazioni commesse dall’imperatore Niceforo I alle leggi canoniche della Chiesa sulla indissolubilità del matrimonio, scrive in una lettera rivolgendosi al Vescovo di Roma San Leone III, «stabilito da Gesù Cristo difensore della libertà della Chiesa e guardiano della purità della fede»: «Al Santissimo e grandissimo Padre dei Padri. Poiché è al gran Padre che il Cristo nostro Dio ha dato le chiavi del Regno dei Cieli e confidato la dignità di capo del gregge, è a Pietro, cioè al suo Successore che si deve sottomettere ciò che, nella Chiesa Cattolica, è innovato da quelli che si allontanano dalla verità. Ecco ciò che noi, umili e modesti monaci, abbiamo saputo dagli antichi Padri, e perciò, essendo qui sorto recentemente nel centro della nostra Chiesa un insegnamento nuovo abbiamo creduto dovere sottometterlo al giudizio della vostra suprema Beatitudine».
Dopo aver esposto le novità lamentate, aggiunge: «Adopero ora il grido del Corifeo degli Apostoli, chiamante il Cristo in suo soccorso, quando le onde del mare erano agitate, e dico a vostra Beatitudine, a voi che siete rappresentante del Cristo: O primo Pastore della Chiesa, che è sotto il cielo, salvateci; noi periamo. Imitate il Cristo, vostro Maestro, stendete la mano alla vostra Chiesa, come Egli stese la mano a Pietro, che cominciava ad affondare nelle acque, mentre la nostra Chiesa è ancora una volta sommersa nella più profonda eresia. Imitate il gran Papa di cui portate il nome, ve ne supplichiamo, e come egli un tempo, allorché apparve l’eresia di Eutichio, si slanciò contro di essa, simile ad un leone spirituale, con le sue epistole dogmatiche, così voi mandate dei ruggiti divini, oserei dire a causa del nome che portate, fate udire il tuono vostro contro la presente eresia. Del resto scongiuriamo Vostra Santità di contarci nel numero delle sue pecorelle. Da me solo, umile peccatore in prigione, io vi scrivo questa lettera, perché il mio Padre e compagno di reclusione (n.d.r. l’Egumeno San Platone di Saccudion) e il mio fratello arcivescovo di Tessalonica (n.d.r. San Giuseppe) sono imprigionati in un’altra isola; ma essi vi direbbero le medesime cose e con me si prostrerebbero ai sacri piedi di Vostra Beatitudine».
Il Papa inviò una lettera di esortazione e di benedizione a San Teodoro, il quale si affrettò a ringraziare con trasporto sua Santità apostolica, approfittando dell’occasione per tornare ancora sugli errori commessi a Bisanzio, e concludendo: «Ecco quali sono le opere arbitrarie ed empie dell’eresia adultera, e noi, umili figli della Chiesa Cattolica, abbiamo creduto necessario informare di tutto voi, primo Pastore, nostro Capo apostolico».
La morte dell’imperatore Niceforo avventura nell’811 metteva fine all’esilio di San Teodoro. Ma, occupato il trono, due anni dopo, da Leone l’Armeno, questi riprese la lotta contro il culto delle SS. Immagini, già sferrata dai suoi predecessori Leone l’Isaurico e Costantino Copronimo, e San Teodoro fu nuovamente esiliato.
La persecuzione che si abbatté sui difensori delle Immagini, fu feroce. Il Santo Egumeno ce ne ha lasciato un quadro desolante, «La persecuzione si è abbattuta su di noi. Gli altari sono stati rovesciati, i templi del Signore devastati. Tra i nostri fratelli, gli uni hanno subito insulti e flagellazioni, altri catene e prigionia con pane ed acqua; gli uni sono condannati all’esilio, altri sono ridotti a vivere nei deserti e nelle montagne, nelle grotte e nelle caverne; parecchi dopo essere stati fustigati, se ne sono andati come martiri al Signore; ve ne sono di quelli che furono racchiusi in sacchi, e, durante la notte, precipitati in mare. La persecuzione che soffriamo sorpassa tutte le persecuzioni dei barbari».
In mezzo alle angosce, Teodoro volge i suoi sguardi verso la Sede di Roma, e scrive al Papa San Pasquale I, per implorare il suo intervento contro i fautori dell’eresia. «Ascoltateci – esclama – o Capo apostolico, preposto da Dio come guida alle pecore del Cristo, portinaio del regno celeste, pietra della fede, su cui è stata edificata la Chiesa Cattolica; perché voi siete Pietro, voi siete il successore di Pietro, di cui occupate onorevolmente il seggio. È a voi che Cristo nostro Dio ha detto: fortificate i vostri fratelli. Ora ne è il tempo, ecco il luogo di farlo; soccorreteci, voi che siete mandato da Dio per questo, stendete la vostra mano quanto potete, poiché da Dio avete ricevuto autorità per essere il primo di tutti. Spaventate, ve ne supplichiamo, le bestie feroci eretiche con la lira della vostra divina parola. O buon Pastore, ve ne scongiuriamo, date la vostra vita per le vostre pecorelle. Che la Chiesa tutta, che è sotto il cielo, sappia che sono colpiti da anatema quelli che hanno avuto l’audacia di scomunicare i nostri santi Padri».
L’anno seguente, Teodoro scrisse di nuovo al Papa apostolico: «Al santissimo Padre, luce suprema dell’universo, Principe dei vescovi, nostro signore e Maestro. Dall’alto del cielo, la stella splendente del mattino ci ha inviato i suoi raggi. Il Cristo nostro Dio ha stabilito Vostra Santità in occidente sul primo seggio apostolico come una fiaccola divina, per illuminare la Chiesa che è sotto il cielo. Sì, abbiamo veduto la luce vostra spirituale, noi che eravamo circondati dalle tenebre e dalle ombre mortali della perversa eresia; ma abbiamo dissipato le nubi della nostra tristezza, abbiamo aperto il nostro cuore alle speranze radiose, avendo saputo dai nostri fratelli mandati a voi tutte le grandi cose che avete dette e fatte. Non avete ammesso alla vostra sacra presenza i deputati eretici, e li avete rinviati quando erano ancora lontani; al contrario Voi avete compatito le nostre sventure, come le sventure delle vostre pecorelle, appena avete letto le nostre lettere e udito i nostri inviati. E in verità noi, umili monaci, riconosciamo come successore evidente del Principe degli Apostoli il Vescovo che presiede alla Chiesa di Roma, e siamo sicuri che Dio non ha abbandonato la Chiesa del nostro paese, poiché la Provvidenza divina le ha riservato, fin dal principio, nelle presenti congiunture, la sua assistenza per mezzo di voi e di voi solo. Voi siete infatti la sorgente sempre pura e limpida dell’Ortodossia, siete il porto tranquillo, in cui la Chiesa intera trova rifugio contro le tempeste dell’eresia, siete la cittadella scelta da Dio per essere il rifugio sicuro della salute».
In seguito alle lettere di Teodoro, il Papa fece allora tutto ciò che permetteva la situazione: inviò i suoi legati all’imperatore ed una lettera istruttoria in confutazione delle opposizioni da lui mosse al culto delle Immagini. Il Pontefice non trovò ascolto presso il pertinace sovrano, ma rinvigorì i cattolici nella resistenza. E San Teodoro non può contenere la sua gioia, e la sua riconoscenza trabocca da numerose lettere e catechesi. «Una voce s’è fatta udire, simile a una voce del cielo, voce del Trono supremo di Roma». «Quanto l’atto dell’Occidente apostolico fu profittevole! Ha fortificato gli spiriti di quelli che combattono. No, il Signore non ha abbandonato mai la sua Chiesa, ma ha mostrato che ella aveva ancora la sua forza, eccitando i nostri fratelli d’Occidente a rigettare la stravagante ebbrezza di quelli di qui e a rischiarare quelli che combattono nella notte dell’eresia. Ma queste anime indurite non hanno voluto aprire gli occhi dei loro cuori, e si sono essi stessi separati dal corpo di Gesù Cristo e dal seggio del Corifeo dei Pastori, al quale il Cristo ha rimesso le chiavi della fede, contro cui non hanno mai prevalso e non prevarranno le porte dell’inferno, cioè le lingue degli eretici, secondo la promessa di colui che non mente. Gioisca dunque il santissimo ed apostolico Pasquale, degno del suo nome, poiché ha ben compiuto l’opera di Pietro».
Leone l’Armeno soccombeva nel Natale dell’820, e i cattolici credettero poter sperare in giorni migliori; ma, «l’inverno», come San Teodoro chiamava quel periodo di lotte, non ebbe termine, quantunque la persecuzione fosse quasi cessata. Il Santo continuò a difendere la fede, finché, consumato dalle gravi fatiche sostenute, rese la sua grande anima a Dio l’11 novembre 826.
Le sue reiterate professioni sul Primato del Papa saranno sempre un gran monito per le comunità Ortodosse, che venerano in San Teodoro uno dei più grandi Santi della Chiesa orientale.

 

«È con tutta sicurezza che noi ci appoggiamo alla Sede romana, per la quale Gesù Cristo ha detto: “Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa”. »

(San Teodoro Studita: lettera dogmatica, P.G., t. XCIX, col. 1117 B.)

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