Le rocce di Cesarea di Filippo

 

a cura di Giuliano Zoroddu

 

 

Il Signore non fa nulla a caso: nel suo divino consiglio, sceglie con accuratezza anche i luoghi delle sue opere. Ciò lo possiamo vedere chiaramente nell’episodio di Cesarea di Filippo, quando san Pietro ricevette da Gesù il famoso encomio e la promessa allegata che leggiamo in san Matteo (XVI, 13-19). Gli Apostoli infatti, guardando al tempio di Augusto che sorgeva sulla montagna che stava di fronte ai loro occhi, potevano capire chiaramente che allo stesso modo la erigenda Chiesa, tempio e impero del vero Dio, avrebbe poggiato sulla Roccia-Pietro, il quale proprio nella Roma che era stata di Augusto avrebbe posto la sua Cattedra pontificale e compiuto il martirio per la fede. E questo legame fra il primato petrino e Roma (e il suo Imperatore) lo rivediamo anche nella riconferma del medesimo primato e nella collazione della giurisdizione universale su tutto il popolo cristiano che san Giovanni ci dice avvenute presso il lago di Tiberiade (Joann. XXI, 15-17). Piccoli particolari, ma evidenti rimandi alla Romanità della Chiesa, la stessa Chiesa che è erede dell’impero romano, come insegna san Tommaso sulla scia di san Leone Magno: “L’Impero Romano fu stabilito a questo fine, acciocché sotto il suo universale dominio la Fede potesse predicarsi nell’universo mondo […] esso non è cessato, ma da temporale si è mutato in spirituale” (In 2.am ad Thessalonicenses, c. II, lect. 1.). Per meglio meditare su questo grande mistero che è il Primato di san Pietro e quindi il Papato Romano, vogliamo offrire ai lettori, alcune pagine della immortale Vita di Gesù Cristo che l’Abate Giuseppe Ricciotti dedica alla descrizione dell’episodio di Cesarea di Filippo, quando un pescatore di Galilea fu esaltato su tutti i regni del mondo.

 

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  • 396. Ripreso tutti insieme il cammino, stavano per giungere a Cesarea di Filippo. S’avanzavano lungo la strada, ed erano già in vista della città (Marco, 8, 27): di fronte ad essi si ergeva la maestosa roccia su cui troneggiava il tempio di Augusto. A un tratto, riferendosi certamente a discorsi precedenti, Gesù chiede ai discepoli: Chi dicono gli uomini che io sia? Gli fu risposto alla rinfusa: Ho inteso dire che tu sei Giovanni il Battista! Un altro: C’è chi dice che sei Elia! – Un altro ancora: Secondo alcuni tu saresti Geremia! Altri infine riferirono l’opinione più vaga secondo cui Gesù era uno degli antichi profeti risorto. Le opinioni riferite erano numerose; ma Gesù non dette loro alcuna importanza, né si fermò a discuterle. Quell’investigazione sul pensiero altrui era una semplice introduzione all’investigazione veramente importante, quella sull’opinione personale dei discepoli. Terminate infatti le risposte, Gesù disse loro: «Voi, invece, chi dite che io sia?». I discepoli ebbero certamente un sussulto: a quella domanda si sentirono toccati nell’intimo, e con stupore videro che Gesù da se stesso entrava nel campo fino allora gelosamente evitato. Dovette seguire un silenzio imposto più da felicità ritrosa che da vera esitanza, silenzio non dissimile da quello d’una fanciulla che sia chiesta in isposa dal giovane ch’ella nel suo cuore segretamente già amava: forse i discepoli ripensarono in quel momento alla parola di Gesù che si era paragonato, nei loro confronti, ad uno sposo fra gli «amici dello sposo». E rimasero lì in mezzo alla strada muti d’un silenzio eloquente, con gli occhi fissi sul tempio di Augusto che dominava su città e campagna dall’alto della roccia. Passati alcuni istanti il silenzio fu tradotto in parole da Simone Pietro, ne poteva esser da altri che da lui impetuoso tra affezionati: Tu sei il Cristo, il figlio d’Iddio il vivente! La traduzione del verecondo silenzio era stata perfetta; lo si vide in quei barbuti visi, che esprimevano la felicità d’un cordiale consenso e dimostravano una giocondità da lungo tempo repressa.

 

  • 397. Gesù sfiorò col suo sguardo tutti quei visi; rivolto poi a chi aveva parlato disse: Beato sei (tu), Simone figlio di Giona[1], poiché carne e sangue non rivelò (ciò) a te, bensì il Padre mio quello nei cieli! L’affermazione di Simone era confermata in pieno da colui ch’era il maggiormente interessato. Tutti i presenti si sentirono parimente confermati nella loro antica fede serbata in segreto. Dovette seguire ancora un breve silenzio, in cui fu alzato ancora uno sguardo al tempio lassù in cima alla roccia. Poi Gesù rispose: Ebbene, anch’io ti dico che tu sei Roccia, e sopra questa roccia costruirò la mia chiesa, e porte d’inferi (ᾄδου) non prevarranno contro di essa. Darò a te le chiavi del regno dei cieli, e ciò che (tu) abbia legato sopra la terra sarà legato nei cieli, e ciò che (tu) abbia sciolto sopra la terra sarà sciolto nei cieli (Matteo, 16, 16-19). Già in precedenza Simone era stato da Gesù chiamato Roccia, in aramaico Kepha, ma quella prima volta non era stata comunicata la ragione e la spiegazione dell’appellativo. Adesso la spiegazione è comunicata, ed è tanto più chiara davanti alla visione della roccia materiale che sostiene il tempio dedicato al signore del Palatino. Il tempio spirituale che Gesù costruirà al Signore dei cieli, cioè la sua Chiesa, avrà per roccia di sostegno quel suo discepolo che per primo lo ha proclamato Messia e vero figlio di Dio. Anche le altre parole di Gesù sono chiare, alla luce delle circostanze in cui furono pronunziate. Gli Inferi (in greco Ade) corrispondono alla ebraica Sheol, non però come generica dimora dei morti, bensì come dimora dei morti reprobi, ostili al bene e al regno di Dio; le porte di cotesta bolgia satanica, cioè tutte le sue massime forze (cfr. la sublime Porta), non prevarranno contro la costruzione di Gesù e contro la roccia che la sostiene. Tipicamente semitici sono anche i simboli delle chiavi e del legare e sciogliere. Ancora oggi in paesi arabi girano per le strade uomini con un paio di grosse chiavi legate ad una funicella e pendenti ostentatamente di qua e di là della spalla[2]: sono i padroni di case, che fanno pompa in quella maniera della propria autorità. Il simbolo del legare e sciogliere (cfr. Matteo, 18, 18) conserva qui il valore che aveva nella terminologia rabbinica contemporanea, ove si ritrova usato frequentemente: i rabbini «legavano» quando proibivano alcunché, «scioglievano» quando lo permettevano; Rabbi Nechonja, fiorito verso l’anno 70 dopo Cr., usava premettere alle sue lezioni la seguente preghiera: «Ti piaccia, o Jahvè, Dio mio e Dio dei miei padri, che … noi non dichiariamo impuro ciò ch’è puro e puro ciò ch’è impuro; che noi non leghiamo ciò ch’e’ sciolto e non sciogliamo ciò ch’e’ legato»[3]. L’ufficio del discepolo Roccia è dunque ben definito. Egli sarà il fondamento che sosterrà la Chiesa, e la sosterrà così saldamente che le avverse potenze infernali non prevarranno contro di essa. Egli inoltre sarà il maggiordomo di quella casa, le cui chiavi saranno perciò affidate a lui. Egli infine detterà legge nell’interno di quella casa, proibendo oppure permettendo alcunché, e le sue sentenze pronunziate sulla terra saranno tali quali ratificate nei cieli.

 

  • 398. La replica di Gesù a Simone Pietro è di una chiarezza che si direbbe abbagliante; né minore è la sua sicurezza testuale, giacché tutti gli antichi documenti senza alcuna eccezione concordano nel trasmetterci con precisione sillabica il nostro odierno testo. Eppure, com’è ben noto, questo testo ha fatto scorrere torrenti d’inchiostro, e si è recisamente negato che Gesù abbia conferito a Simone l’ufficio di essere roccia fondamentale della Chiesa, depositano delle sue chiavi e arbitro di legare e di sciogliere. Come mai questa negazione? Gli antichi protestanti ortodossi assicuravano che Gesù non ha parlato affatto di Simone Roccia, ma di se stesso, e per il resto si è riferito a tutti gli Apostoli collettivamente e alla loro fede[4]. Quando dice sopra questa roccia costruirò la mia chiesa, ecc., Gesù allunga un dito e lo rivolge verso se stesso, sebbene stia a parlare con Simone e di Simone. Quel dito allungato risolve la questione: esso è chiarissimamente sottinteso dal contesto, e si accorda spontaneamente con le parole che seguono darò a te le chiavi del regno dei cieli e ciò che (tu) abbia legato, ecc. Come si vede subito, il ragionamento è perfetto, purché si parta dal principio che bianco significa nero e nero significa bianco: lucus a non lucendo. I negatori moderni dell’ufficio di Simone hanno preso la strada precisamente opposta. Essi hanno trovato che la spiegazione degli antichi protestanti è di una goffaggine tale da tradire subito la tendenziosità settaria che l’ispira. No, rispondono essi, le parole di Gesù hanno precisamente quel significato che la tradizione e il buon senso vi hanno sempre ritrovato; su ciò è inutile arzigogolare: – Uno di questi nuovi negatori si esprime così: Simone Pietro … vive ancora, agli occhi di Matteo, in una potenza che lega e scioglie, che detiene le chiavi del regno di Dio e che e’ l’autorità della Chiesa stessa… Simone Pietro e’ la prima autorità apostolica in ciò che riguarda la fede, perché il Padre gli ha rivelato a preferenza il mistero del Figlio; in ciò che riguarda il governo delle comunità, perché il Cristo gli ha confidato le chiavi del regno; in ciò che riguarda la disciplina ecclesiastica, perché egli ha il potere di legare e di sciogliere. Non e’ senza motivo che la tradizione cattolica ha fondato su questo testo il dogma del primato romano (Loisy). Gesù dunque ha veramente conferito a Simone l’ufficio in questione, secondo i nuovi negatori? Mai più! La ragione è che Gesù non ha mai pronunziato quelle parole; quel testo è tutto, o quasi tutto, falso o inventato; esso fu interpolato tra la fine del secolo I e gl’inizi del II o a Roma, a servizio della chiesa romana, oppure in Palestina. E le prove di tutto ciò? Non si è addotto nessun codice antico, nessuna versione, nessuna citazione, che mostrino indizi sia pur vaghi d’interpolazione: si sono addotti argomenti a silentio (che tutti sanno quanto valgano) per cui scrittori cristiani dei secoli II e III o non citano il passo o ne citano, solo una parte. Si potrebbe forse pensare che gli antichi protestanti, beffeggiati dai moderni negatori per avere scoperto il dito allungato di Gesù, siano in grado di vendicarsi trionfalmente applicando ai beffeggiatori le parole di Orazio: Quodcumque ostendis mihi sic, incredulus odi!

 

  • 399. Queste sono le ragioni, addotte da una parte e dall’altra, per negare l’ufficio di Simone. Ma la ragione vera e reale, eppure non addotta mai francamente ed esplicitamente, è la previa «impossibilità» che Gesù abbia conferito quell’ufficio. Questa “impossibilità” è assoluta, indiscutibile, trascendente, e vale ben più della chiarezza del senso e della sicurezza testuale. Soltanto da questa roccia sono scaturiti i torrenti d’inchiostro accennati sopra, e soltanto sopra questa roccia si adunano concordemente negatori antichi e moderni. Scesi però dalla roccia e calati sul terreno esegetico-documentario, i concordi negatori discordano fra loro e si negano a vicenda. Secondo essi, dietro le spalle di chi si appella alla chiarezza del senso e alla sicurezza testuale s’erge l’ombra del papismo: papismo o no, i negatori alzerebbero tripudianti grida di trionfo se avessero a propria disposizione solo una metà degli argomenti strettamente “storici” di cui dispongono gli adombrati dal papismo. Ma hanno poi questi negatori pensato di riguardare qualche volta dietro le proprie spalle, per vedere se caso mai là si ergano le ombre di Lutero o di Hegel, e se unicamente quelle ombre suggeriscano ad essi i loro argomenti «storici»?

 

 


[1] Altrove (Giovanni 1, 42, greco; 21, 15) Simone Pietro è chiamato figlio di Giovanni. Non è da pensare che Giona (ebr. Jonah) sia un vero abbreviativo grammaticale di Giovanni (ebr. Johanan); forse nelle trascrizioni greche la forma più breve ωνας  era scambiata con la più lunga ωννης, tuttavia la questione grammaticale non è chiara.
[2]  L’usanza e precisamente riguardo alla spalla, è già attestata da Isaia (22, 22): E porrò la chiave di David sulla spalla di lui (di Eliacim, come maggiordomo della casa reale), ed egli aprirà e nessuno chiuderà, e chiuderà e nessuno aprirà.
[3] In Stark e Billerbeck, Kommentar zum Neun Testament aus Talmud und Midrasch, vol, 1, Munchen, 1922-1928, p. 741.
[4] Ancora oggi nella Bibbia italiana del Diodati diffusa dalla Società biblica di Londra il nostro passo (Matteo, 16, 13-17) è riassunto nel sommario in questa maniera: 13 (Gesù) avendo tratta da essi (i discepoli), per bocca di Pietro, la confessione della sua persona e del suo ufficio, 17 li conforta, e dichiara la virtù ed efficacia del loro ministero.

 

 

 

Un commento a "Le rocce di Cesarea di Filippo"

  1. #Alda   1 luglio 2018 at 10:34 pm

    Che le Chiavi sono state date a Pietro ed ai suoi LEGITTIMI Successori nel Primato lo si dovrebbe chiaramente spiegare ai vari De Mattei, Fellay e compagnia ereticheggiante, scismatica ed apostata di gallicani, galletti e galline varie!

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