[RADIO CHRISTIAN METAL] Il metalcore introspettivo dei Fit for a King

 

di Lorenzo Roselli

 Il metalcore è spesso accusato di essere un (sotto)genere del Metal dalle ricette semplicistiche, ripetitivo all’inverosimile, poco originale, capace soltanto di presentare melodie stucchevoli in funzione di produzioni commerciali.

Si potrebbe a lungo dibattere sulla correttezza perlomeno generale di quest’asserzione, ma almeno in questa sede voglio proporre un argomento volto ad una sua smentita.
Infatti, i Fit for a King, quartetto originario della città texana di Dallas, negli oltre 10 anni di attività hanno sempre regalato ai loro ascoltatori un metalcore energico, tecnico e curato nei minimi dettagli.

Negli Stati Uniti, la band si è senza dubbio imposta come nome di punta tra i gruppi Christian metal più giovani e dopo appena due EP (il primo dall’omonimo titolo Fit for a King, mentre il secondo Awaken the Vesper) furono subito messi sotto contratto dalla prestigiosa Solid State Records, una delle principali etichette di Metal cristiano a livello mondiale.

Ed in effetti il talento compositivo e la versatilità artistica del gruppo sono rilevabili già dal primo album Descendants pubblicato nel 2011.

Il growl e lo scream di Alex Danfoth si sincronizzano con un’esecuzione chitarrista magistrale da parte di Aaron Decur coordinati entrambi dalla dirompente doppia cassa di Jared Easterling, dando vita ad un metalcore senza dubbio melodico ma incisivo per l’ascoltatore.

 

Anche gli album successivi Creation/Destruction del 2013 e Slave to Nothing dell’anno successivo  non possono che vedere riconfermate le ottime premesse di Descendants ed anzi rinforzate in una crescente maestria ed originalità.
Questo a fronte di continui cambiamenti di formazione che vedono il permanere del solo Jared Easterling come unico membro fondatore.

Nei Fit for a King trovano spazio la giusta dose di potenza e raffinata melodia, sostenuta in tal senso da una voce pulita, quella di Aaron Kadura estremamente tagliente.

Ma è sicuramente con l’ultimo album, Deathgrip, che la band raggiunge un livello ulteriore sia a livello compositivo che di scrittura.
Stavolta è il cantante Ryan Kirby ad occuparsi del growl come delle voci pulite ed è inutile precisarlo: funziona alla grande.

 

 

L’altro aspetto che merita di essere menzionato tra i talenti del gruppo è quello dei testi, oltremodo ben scritti e generalmente orientati sul tema dell’Io rapportato alle sfide della Rivelazione cristiana.
Angoscia, dolore, inquietudine, dubbio, timore e tremore: suggestioni kierkegaardiane che traspaiono in quasi tutti i brani dei Fit for a King,  avvicinandoli ai primi As I Lay Dying e agli Underoath, di cui spero di parlare in futuro.

Nella title track Deathgrip, sentiamo cantare:

In una vita per scegliere,

ho scelto di negare.

Attraverso tutti i miei peccati,

ho scelto di morire.

 

Non ci sarà nulla quando avrò perso tutto.

Perfavore, Signore, fai finire tutto senza troppo dolore.

 

I miei ricordi sono come cappi attorno al collo e non potrò andare avanti con questo senso di colpa.

 

 

Ancora, nella ballad malinconica Skin & Bones tratta dall’album Creation/Destruction

 

So bene che uno di questi giorni vedrò il Tuo Volto ai cancelli dorati.

Mi prenderai o sprofonderò nella mia tomba?

So anche che queste parole non hanno alcun valore, come me.

Ma Ti prego non girare il Tuo Sguardo.
Non girarlo via da me…

 

Viste le premesse non potevo perdere l’occasione di sentire questo complesso dal vivo appena se ne è prestata l’occasione.
Così, il 1 febbraio mi sono recato allo storico Legend Club di Milano dove i nostri hanno suonato di supporto ai  Miss May I e ho assistito ad un concerto decisamente degno delle aspettative.

Credo mi si possa notare sulla sinistra.

 

 

Un’ora di concerto. Esecuzione dei migliori brani del loro repertorio. Carisma e coinvolgimento del pubblico.
Non c’è che dire, mi sono divertito come poche volte sino ad adesso.

Ryan è riuscito a coinvolgere il pubblico ad ogni brano con una passione incredibile per la musica, ma sopratutto per il messaggio evangelico che attraverso essa i Fit For a King veicolano.
Nonostante la relativa brevità del live quella sera ho letteralmente sudato sette camice (mi trovavo nella prima fila esposto al pogo costante), ma ne è valsa decisamente la pena.

Finito il concerto ho l’occasione di scambiare qualche parola con Ryan Kirby

L’emozione di aver suonato in Italia è indescrivibile. Grazie per essere venuti ragazzi!”Mi confida.
Al che gli chiedo qualche nota sul loro stile ed il loro modo di concepirsi come band cristiana.

Il metalcore è pieno di gruppi che utilizzano un’apparente fede cristiana per facilitare la loro ascesa nel giro.
Spesso attraverso testi scialbi, privi di contenuto: alla Faith + di South Park se cogli   il riferimento.

Del resto, non amiamo nemmeno ostentare prediche dal palco o altri approcci comunicativi presenti nell’Evangelical Metalcore.
Dai nostri testi emerge il nostro percorso di Fede cristiana, il peso, la fatica, l’incommensurabile gioia di proclamare la Resurrezione di Cristo in questo mondo.
Nulla di quanto abbiamo scritto fino adesso sarebbe concepibile senza il Vangelo alle nostre spalle.”

Firmato l’autografo sulla copia di Deathgrip appena acquistata e scattata (dal buon Valerio Zizi) la foto di circostanza, mi congedo da Ryan per scappare verso la metro in chiusura.

“Grazie ancora per essere venuto al nostro concerto, amico. Dio ti benedica e keep the Faith alive.”

 

 

 

2 Commenti a "[RADIO CHRISTIAN METAL] Il metalcore introspettivo dei Fit for a King"

  1. #Annarita   5 giugno 2018 at 12:20 pm

    Ascoltando ste urla definite canto, mi vien da pensare che siano posseduti. Ma c’è bisogno di fare quelle urla da ossessionati per dire qualcosa di cristiano? E’ musica questa? Poi aumentano i consumatori di psicofarmaci…eh! te lo dico! De gustibus non disputandum!

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  2. #Fee   5 giugno 2018 at 2:53 pm

    Niente contro il metalcore, ma sono andata in brodo di giuggiole quando verso il 2005 c’è stato il boom di collaborazioni fra gruppi southern e cantanti country come Hank Williams III, David Allan Coe (Rebel meets rebel, Hellyeah…). Sbaglio o il christian metal si è fatto sfuggire l’occasione di convertire in metal anche il country delle origini, quello con tanti testi di ispirazione cristiana? Una tendenza che ormai si vede molto meno rispetto ai tempi di Hank Williams e Johnny Cash, ma che sopravvive un po’ nel dark country (e ci si sposa benissimo). Esiste un bel southern-christian metal?

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