“Salomè”: note a margine di una tragedia di Oscar Wilde

di Luca Fumagalli

Jean Benner, “Salomè” (1899)

Salomè è una delle figure più diffuse nell’arte fin de siècle. Da Moreau a Huysmans, pittori e letterati hanno visto  nella terribile vicenda della femme fatale evangelica, figlia di Erodiade, una perfetta rappresentazione di un mondo decadente, sensuale, votato al lusso più sfrenato, ma al contempo vuoto e spaventoso.

Tragedia in atto unico scritta in lingua francese, la Salomè di Oscar Wilde fu composta nel 1891, durante un soggiorno dello scrittore a Parigi, appositamente per l’attrice Sarah Bernhardt. Venne poi pubblicata in volume nel 1893; l’anno seguente uscì la traduzione in inglese corredata dalle illustrazioni di Aubrey Beardsley. I disegni non piacquero molto a Wilde che, conscio della grandezza e finezza rappresentativa di Beardsley, temeva che la sua opera letteraria ne potesse uscire mortificata e messa in secondo piano rispetto all’apparato figurativo. In verità parole e immagini si compenetrano perfettamente, creando un’impareggiabile sinfonia: le elegantissime silhoutte in bianco e nero sono l’esatta icona della poetica wildiana, secondo cui l’arte è superficie e simbolo.

Aubrey Beardsley, “La ricompensa della danzatrice” (1894)

Salomè è la storia dell’eponima protagonista che, disperata a causa dell’amore non corrisposto che prova nei confronti di Jokanaan (Giovanni Battista), prigioniero del patrigno Erode, decide di danzare in onore di quest’ultimo per avere la testa del profeta. Il soggetto trae ispirazione dai racconti evangelici – in particolare Marco e Matteo – e mette in scena temi universali quali l’amore e la morte, il sacro e il profano. Si tratta di una storia di desiderio distruttivo che, però, viene narrata in toni ironici, rendendo fiabesco e umoristico l’Oriente opulento e bizantineggiate (la stessa atmosfera ritorna nel kitsch straripante de L’ultima Salomè di Ken Russel, adattamento cinematografico della tragedia di Wilde).

L’opera, al suo apparire, provocò un grande sdegno fra il pubblico inglese, fu considerata licenziosa, e le prove per la sua rappresentazione furono sospese nel 1892. Il censore si appellò a un’antica legge di stampo puritano che vietava di trattare a teatro personaggi biblici.

La frivolezza della composizione fu, ben più degli argomenti erotici trattati, ciò che scandalizzò il pubblico inglese. La penna di Wilde, infatti, colora il dramma delle passioni umane con toni volutamente sarcastici e caricaturali. In un sottile gioco parodico della commedia borghese, i personaggi si agitano sul palco come burattini orchestrati dalla regia lucida e cinica del drammaturgo. Non hanno alcuna consistenza, vivono di una piatta autoreferenzialità che va verso l’informale.

Gustave Moreau, “Salomè nella prigione” (particolare) (1873-76 ca.)

Con questo lavoro, dunque, Wilde si fa avanguardia, ma non solo a livello stilistico; in sottotraccia vi è la denuncia di un mondo di vacuità galoppante, come se il dandy – in uno dei suoi rari momenti di lucidità – si fosse improvvisamente reso conto che dietro l’orgia d’oro di un universo degenerato si muovesse un fiume carsico fatto di consunzione morale e morte (un’intuizione che, anni dopo, venne portata alle estreme conseguenze da quel genio del “camp” cattolico che fu Ronald Firbank). La voce del profeta Jokanaan risuona inascoltata nel palazzo di Erode, esattamente come quella di chi, al pari di Wilde, si stava progressivamente rendendo conto che la belle époque non sarebbe durata ancora per molto.

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