Seminario. Dove la vocazione muore

 

di Andrea Maccabiani

 

Il seminario diocesano. Luogo di cui tutti sanno l’esistenza ma di cui pochi conoscono il cuore. Luogo nascosto e quasi invisibile eppure presente in tutte le diocesi di Italia, almeno prima delle mortali gelate della singolare primavera post-sessantottina. Dove è rimasto è quasi sempre malinconico monumento ai tempi migliori, struggente lapide commemorativa ai sacrifici delle generazioni che ci hanno preceduto, laici e sacerdoti. Immensi corridoi e stanze a perdifiato, scale e saloni in abbondanza, chiese dell’aria consumata e biblioteche stipatissime sono al servizio di ormai pochi studenti. Ne visitai uno chiuso definitivamente da pochi mesi, ancora i segni di un trasloco frettoloso, le piante in vaso ormai morte come le speranze di quella diocesi. Un’altra diocesi invece, dopo aver lottato con le unghie e con i denti per la decimazione dei seminaristi, ha chiuso felicemente da pochi anni il grande edificio del seminario per mancanza di risorse economiche per il suo mantenimento e ha trasferito tutta la baracca in una struttura più ridimensionata. Fatto il trasloco, sono spuntati dal cilindro i denari sufficienti per trasformare l’ex seminario in un più alla moda centro Caritas con annesso dormitorio per senzatetto. Il progetto è chiaro dappertutto. Inquietante è constatare che nei perfetti piani economico-pastorali delle diocesi non si tenga conto del pur ridotto capitale umano che nei seminari vive e lotta quotidianamente.

Nei corridoi di un seminario moderno non ci sono solo ragazzi in sandali e maglietta della GMG e qualche prete in clergyman grigio con il colletto aperto. C’è anche la bestia della solitudine e dell’indifferenza che aggredisce feroce senza che ci sia una difesa adeguata. È una bestia che si aggira con i documenti della CEI in mano e le carte bollate pontificie dall’altra.

Non è da confondere con l’altra bestia strisciante dello scandalo sessuale. Quest’ultima è più appariscente, ama riempire le prime pagine e i salotti in tv. Come nel caso, ad esempio, dello scandalo delle orge in un seminario in Austria, complici anche i superiori. Era il 2004 e ne parlò anche il Corriere della Sera: https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/07_Luglio/12/preti.shtml. Oppure il tragico record della diocesi di Brescia dove tre vicerettori di seguito sono stati condannati dalla magistratura per reati sessuali: https://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/01/viaggio-nel-seminario-dove-i-vicerettori-commettono-abusi-sessuali/34976/. No, questa bestia cui mi riferisco non ama i grandi scandali e la luce dei riflettori, agisce sempre nell’ombra e si nutre dell’indifferenza.

Andiamo con ordine. Il seminario diocesano è il luogo preposto alla formazione dei futuri sacerdoti che presteranno servizio in quella particolare porzione di Chiesa chiamata appunto diocesi. I religiosi appartenenti a un ordine compiono un altro percorso in altre strutture a disposizione della loro famiglia religiosa, con una formazione più improntata a questo tipo di vocazione. A causa della scarsità di vocazioni talvolta le diocesi uniscono seminaristi e sforzi economici per gestire seminari condivisi, che sono detti regionali se coinvolgono tutte le diocesi di un’intera regione ecclesiastica oppure interdiocesani se vi confluiscono solo alcune diocesi. Le diocesi più grandi dispongono ancora di un seminario proprio. È detto invece “seminario minore” quella parte specifica del seminario diocesano dove vivono e studiano bambini e ragazzi dalla prima media alla quinta superiore, oppure solamente quelli delle superiori. Queste realtà, un tempo diffuse ovunque e frequentate anche a prescindere da una eventuale vocazione sacerdotale, adesso sono in via d’estinzione. Un ragazzo in possesso di diploma che sentisse di intraprendere la strada del seminario, dopo essersi fatto conoscere dal proprio parroco di riferimento e dal proprio vescovo, deve compiere un anno introduttivo chiamato “propedeutico”. Non è un vero e proprio anno di seminario: vi si compiono studi introduttivi e il suo scopo è di abituare con gradualità il propedeuta ai vari impegni della comunità. Terminato quest’anno, se i superiori lo ritengono opportuno, il propedeuta diventa ufficialmente seminarista e può intraprendere il percorso del seminario. Il primo impegno importante è lo studio delle materie teologiche che è strutturato come un’università qualunque: si compone di un ciclo di studi di 5 anni con esami e crediti.  Naturalmente è indispensabile anche una solida formazione spirituale e umana, tramite la vita liturgica, la direzione spirituale, il servizio pastorale e quant’altro. Prima di accedere agli ordini sacri vi sono alcune tappe: l’ammissione agli ordini (dopo il secondo anno), il ministero del lettorato (dopo il terzo anno), il ministero dell’accolitato (dopo il quarto anno). Poi, terminati gli studi teologici, l’ordinazione diaconale e poco dopo quella sacerdotale. In totale sono 6 o 7 anni di formazione, variabili a seconda del seminario.

Questa è la facciata delle cose. Cerchiamo di andare un po’ dietro la scenografia e vedere cosa succede veramente. Tutta la struttura educativa è di tipo “riempitivo”: i seminaristi sono soggetti da resettare e ri-programmare (testuali parole udite da un vescovo italiano responsabile di un seminario regionale). Ecco quindi il moltiplicarsi di parole, omelie quotidiane, lezioni, conferenze, iniziative disparate e tutto quanto possa servire per “buttare dentro roba” nei soggetti da educare. Naturalmente non si tiene mai conto dell’impatto reale di questo bombardamento sulle persone: l’importante è “aver fatto”.

I candidati che si presentano per iniziare il percorso in seminario possono avere età variabili dai 19 anni fino ai 50. Si va da quelli cresciuti in parrocchia a uomini che hanno alle spalle un lavoro, una relazione affettiva, una carriera, magari una recente conversione. Non è quindi facile impostare un lavoro educativo che tenga conto di queste diversità: solitamente si opta per il “minimo comune denominatore”, abbassando l’asticella al punto più basso in modo da poter inglobare tutto. Vista dal ragazzo diciannovenne, ci si trova a condividere una vita comunitaria con gente più grande, talvolta che ha conosciuto una vita sessuale e che ha conosciuto la Fede relativamente da poco. Vista dall’uomo ultraquarantenne, ci si trova a vivere con ragazzini un po’ ingenui e a essere trattati dai superiori alla stessa maniera loro, ripresi come scolaretti per sciocchezze e sottoposti a regole infantili e svilenti. Dal punto di vista spirituale c’è una vastità di esperienze che ciascuno porta dentro al seminario: gruppi, parrocchie, movimenti, associazioni… ciascuno ha il suo imprinting ecclesiale e liturgico in questa odierna babele cattolica. Anche in questo caso si punta al minimo: viene proposto a tutti uno standard calibrato non su ciò che è giusto, ma su ciò che può andar bene a tutti. La formazione risulta già così parecchio scadente. Nella maggior parte dei casi un uomo esce dal seminario con le stesse caratteristiche (negative) di quelle che aveva all’inizio e per di più ne ha potute sperimentare ed acquisire di nuove. Sarebbe già un miracolo il solo conservare il buono che si aveva all’inizio, ma purtroppo avviene in pochi casi.

Avete letto bene: quasi sempre si peggiora. Perché? Pur essendoci un numero ridotto di soggetti, si tende sempre a mettere in secondo piano la singola persona in favore di una generica comunità. Pare di sentire il grido di Guareschi: «nessuno è più solo dell’uomo sperduto nella folla». Tolta la direzione spirituale, il resto del lavoro educativo è sul gruppo e mai sul singolo. Si lavora sulla persona solo all’insorgere di gravi problemi, quando cioè la bestia di cui sto parlando ha aggredito qualcuno. Si fanno tante cose, se ne dicono in quantità infinita (il seminario è il tempio delle parole) ma poi quando è il momento di stringere? L’esperienza pastorale coinvolge i seminaristi nel fine settimana, quando non ci sono le lezioni di teologia. I seminaristi vengono mandati in parrocchie e messi al servizio di comunità, seguiti dal parroco locale. Ogni due o tre anni vengono cambiati di parrocchia per poter sperimentare cose nuove. Riassumendo: un giovane viene sradicato dalla propria comunità di origine e dalla propria famiglia per entrare in seminario. Poi viene affidato a una parrocchia dalla quale viene sradicato per essere messo in un’altra, questo per almeno tre volte nel corso del curriculum. Poi diviene sacerdote e quindi affidato ad una parrocchia dalla quale viene puntualmente sradicato dopo un certo periodo di tempo fino a che, sfinito dalla vita, finisce il suo ministero in una casa del clero o in famiglia. Lo sradicamento continuo è uno dei principi saldi della moderna impostazione ed è letale per la persona che sente la sua affettività impoverirsi mano a mano che il tempo passa. Come può un seminarista o un sacerdote vivere la sua paternità verso la sua gente se questo ministero è perennemente in scadenza? Quante famiglie (normali) cambiano il papà dopo 7 o 10 anni?

Oltre allo sradicamento c’è la grave pestilenza della doppia vita. In seminario si impara ad avere un angolo privato dove nessuno entri e dove nessuno può giudicare. Essendo un perenne “grande fratello” dove tutto ciò che si dice e o si fa può sempre essere usato contro di te, si impara a tacere, a parlare sottovoce, a preferire sorrisini compiaciuti, a ostentare interesse. Ma nell’angolino del proprio cuore c’è una voce che si ribella e che è ben chiusa dalle catene. Se vuoi avere successo in seminario (e nella Chiesa) taci e vai avanti. Questa scimmia viene spacciata per obbedienza. L’angolino può però diventare una stanza o un palazzo dove poter fare i porci comodi. Ricevuto il sacramento dell’ordine si continuerà poi a tenere pulito e arredato questo angolo, a coltivare una doppia vita. Non riguarda solo i sacerdoti che riempiono le pagine di cronaca e scandali. Riguarda forse un po’ tutti: c’è chi l’ha in embrione, in maniera latente. Ma c’è. Perché chi ha una sola vita, un solo pensiero, una sola opinione, una sola faccia lo paga caro nella chiesa della misericordia. Meglio l’angolino. Ci si può mettere dentro un hobby o uno sport innocuo dove potersi sfogare. Oppure riempirlo di interesse smodato per le cose sacre. Oppure metterci dentro quella catechista che ammicca. Oppure quel ragazzino che…

Il seminarista (o sacerdote) debilitato da queste due piaghe – l’anaffettività e la doppia faccia- è preda facile della bestia. Che cos’è mai? È la tristezza, la solitudine, l’indifferenza, la depressione, lo svuotamento del cuore. Non è facile contrastarla nemmeno con una vita di Fede limpida se la situazione intorno è perennemente aggressiva. Paiono servire a poco anche i percorsi psicologici attivati nei seminari, di gran moda al giorno d’oggi: troppo spesso i superiori o i vescovi tentano di servirsi del segreto professionale per i loro scopi, siano essi positivi che negativi. Spesso il male di vivere entra in seminario e produce tragedie. È di pochi giorni il suicidio di un seminarista di 29 anni a Tortona: http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/06/14/news/seminarista_si_toglie_la_vita_impicandosi_in_casa_aveva_29_anni-198961103/. Qualche anno fa andò così anche per il diacono Luca Seidita di Orvieto, fermato nel suo percorso a pochi passi dall’ordinazione sacerdotale: https://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_01/orvieto-diacono-suicida_db9660d4-fd33-11df-a940-00144f02aabc.shtml

Non bolliamo questi casi come episodi disperati compiuti da persone fragili e di poca fede. Non è così semplice giudicare non conoscendo come funzionano le cose al di dentro. Cosa significhi vedere in pezzi la propria vita perché autorità umane impediscono la realizzazione della vocazione voluta da Dio (leggi: felicità). Dio opera e fa ciò che vuole: ma non tutto ciò che Dio vuole si realizza nella concretezza delle cose umane. La sua volontà si lascia sporcare dalla libertà umana che può agire anche contro di essa. La responsabilità dell’uomo è in queste cose è enorme: quante scelte sono contro la volontà di Dio sull’altra persona e, quindi, sulla sua felicità? Com’è possibile che proprio in un ambiente sacro come un seminario avvengano queste cose, tra l’indifferenza di tutti, soprattutto di quelli preposti a questo compito?

Il seminarista non ha alcun diritto nelle odierne leggi ecclesiastiche: l’esito del suo percorso educativo è basato interamente sull’arbitrio dei superiori. Nella maggior parte dei casi si può ben supporre che esso sia esercitato onestamente, ma non c’è nulla che tuteli dagli abusi. Un seminarista giudicato negativamente sulla base di fatti opinabili oppure calunniato da terzi non gode di nessun tipo di tutela, a differenza del clero ordinato che invece ha possibilità di ricorso sulle decisioni dei superiori se giudicate meritevoli di appello. I superiori rilasciano ogni anno una relazione sul seminarista che viene consegnata al vescovo diocesano. Il seminarista non ha alcun diritto di conoscerne il contenuto: la missiva è riservata. Nel caos ecclesiale odierno si capisce che questo sistema è perfetto per imporre un pensiero unico e controllare eventuali deviazioni: non basta che l’opinione negativa su una persona, non importa se supportata da fatti oggettivi o meno. Il seminarista può vedere compromesso gravemente il suo percorso sebbene esista la possibilità di poter avere una seconda chance in un altro seminario: nei fatti è però molto improbabile che un secondo seminario accetti un candidato giudicato già negativamente da un altro. Si comprende dunque con quanta facilità è possibile scartare un candidato che sia di impostazione tradizionale o semplicemente non sia perfettamente aderente alla corrente dominante; risulta altresì comprensibile il progresso di quei candidati problematici – sia dal punto di vista umano che morale – che però meglio si adattano al sistema.

In questa chiesa che ha buttato via il suo patrimonio di sempre – messa, sacramenti, sana dottrina, catechismo – resta molto cara un’istituzione tridentina come il seminario, vecchia di cinque secoli e intrisa di gesuitismo, molto utile in questi tempi moderni perché permette di esercitare un grande controllo e imporre uno stile di obbedienza cieca. C’è da chiedersi come possa questo relitto inserito in un contesto come quello attuale, essere utile e proficuo per la formazione dei sacerdoti. Gli esempi “tradizionalisti” valgono fino a un certo punto: anzitutto c’è un contesto sano attorno, poi la realtà di riferimento (FSSPX, FSSP, ICRSS, IBP…) funziona a mo’ di famiglia religiosa, creando un clima di appartenenza ben diverso da quello che si trova nelle diocesi. Probabilmente i problemi si risolveranno col tempo, quando i numeri crolleranno fino allo zero. Intanto ci resta da pregare intensamente perché sia il Buon Pastore colui che porti rimedio nelle anime e nei cuori feriti dei suoi seminaristi e sacerdoti.

 

 

Fonte

 

 

 

 

Un commento a "Seminario. Dove la vocazione muore"

  1. #bbruno   30 giugno 2018 at 4:11 pm

    di questi prodotti dei nuovi orti seminariali, tutti, facciamo volentieri a meno. E infatti già in molte diocesi sono già scomparsi da soli: che Dio sia ringraziato!

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