Apocalisse minimalista

Questo breve racconto è stato scritto nel 1995 ed ha partecipato ad un concorso letterario a tema. L’inizio dell’apocalisse è qui visto sotto la prospettiva molto quotidiana, “minima” e “minimalista”, di un uomo che giunge alla conversione poco prima dei momenti conclusivi per la storia di tutta l’umanità. E’ molto interessante notare come la novella, pur composta in tempi bui per la Chiesa, ma meno “sospetti” di questi, si riveli profetica e attualissima.

L’Autrice dichiara di essersi ispirata, nel concepirla, a R. H. Benson e a V. S. Solov’ëv. Buona lettura! [RS]

 

di Isabella Spanò

 

Camminava frettoloso per la strada che conduceva al molo. Sopra di lui la volta celeste era quasi terrea, e stupefacentemente la cortina dei cumuli di nubi appariva vicinissima, quasi a sfiorare l’umanità.
Giacomo girò lo sguardo verso l’alto per un secondo e, mentre si augurava che non si mettesse a piovere, l’insolita concavità di quel cielo gli rammentò il cielo svizzero, con i suoi cirri cosi prossimi da poter quasi prenderli in mano. Adesso però non c’era lo
stesso sfondo blu.
Attraversò un largo piazzale. La barca era lì, ormai a pochi metri. Chissà se suo fratello era già arrivato.

Suo fratello! Era senza dubbio un po’ matto, e anche cocciuto; nonostante questo, pensò Giacomo con un sospiro, gli voleva bene, o – forse meglio – provava dell’affetto per lui. Anche se poi era costretto a vergognarsi di dimostrarlo. Detestava l’ironia della gente, e men che meno, nella sua posizione, avrebbe mai voluto essere uno zimbello. D’altronde, questo si rivelava inevitabile.

Dopo il conclave del 2012, erano rimasti proprio ben pochi a seguire gli insegnamenti di Giovanni Paolo III, che asseriva di essere il legittimo successore del vescovo di Roma. Era avvenuto infatti che questo sedicente pontefice aveva contestato la nomina a furor di popolo di Papa Pietro II, soltanto in virtù di un anacronistico attaccamento alla costituzione disciplinante l’elezione pontificale. Ma non si può ritenere al giorno d’oggi – Giacomo continuava a ripeterselo – che qualche cardinale, giusto perché rappresenta i due terzi del collegio, sia guidato dallo Spirito Santo più di quanto lo sia la massa dei cattolici. E a maggior ragione quando tutti i cattolici erano stati invitati ad esprimersi referendariamente per via telematica su chi nominare Papa, grazie alla brillante iniziativa di don Fulgenzio Porta.

Purtroppo la setta – non si poteva definirla altrimenti – guidata da Giovanni Paolo III era composta da elementi, tra i quali appunto Michele, che non facevano mistero della propria appartenenza “perinde ac cadaver”, che anzi, ahimé, non perdevano occasione per sostenere pubblicamente colossali stupidaggini. Vecchie favole come la presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata, l’esistenza di paradiso, purgatorio e inferno, il ritorno glorioso dello stesso Gesù alla fine dei tempi per il giudizio finale. Tutte cose alle quali nemmeno i bambini ormai erano più disposti a credere. Senza contare che quella gente sosteneva addirittura che Pietro II fosse
l’antipapa per antonomasia, per non dire di peggio.

Adesso però c’era la faccenda della barca a cui pensare. Giacomo si riscosse e si rivolse al marinaio che stava armeggiando sul ponte con la catena. “C’è Michele?”. “Ah, signor Scegli. Se n’è andato via, cinque minuti fa. Ha lasciato questa per lei”. Il marinaio porse a Giacomo una busta sigillata. Giacomo non sapeva che cosa dire, e restò perplesso alcuni istanti con la lettera tra le mani.
Finalmente a casa, dopo una lunga corsa rasente i muri per evitare d’inzupparsi completamente, Giacomo aprì la busta.

“Caro Giacomo, ho riflettuto a lungo sul da farsi. All’inizio non mi sembrava giusto abbandonare qualcosa di tanto caro, per gli innumerevoli ricordi che rinserra: le vacanze della mia infanzia, prima che tu nascessi e quando eri ancora piccolissimo, prima anche della malattia che impedì al papà di uscire nuovamente in mare; e più tardi le escursioni al largo, solitario, nella bellezza semplice e assoluta di mare aperto e spazi aerei. Per lui questa imbarcazione non è preziosa se non dal lato economico, mi dicevo, per lui è unicamente uno status symbol. Ma nonostante cercassi di convincermi, un’inquietudine mi prendeva. Se tu, per una serie di ragioni, non eri in grado di apprezzare il vero significato del navigare, forse ne sarebbero stati capaci i tuoi figli; non ero autorizzato a negare loro egoisticamente una tale possibilità. Mi è venuta in mente la storia di Noè, e la processione di uomini e animali verso l’arca della salvezza: io sono solo, mentre tu hai una grande famiglia, e cani e gatti e canarini. Perciò ho deciso di lasciarti la mia parte di eredità. Vorrei che tu scoprissi ciò che vale la pena. Magari.

Michele”.

Scosse la testa ridendo, Giacomo, e sentì il cuore gonfiarsi di soddisfazione. Quante storie aveva fatto il legale di quel debole di suo fratello davanti al giudice! E adesso Michele gli scriveva che rinunciava alla barca. Meglio così. “È molto più logico che me la tenga io, che ho necessità di ambienti di rappresentanza. È abbastanza spaziosa per organizzare dei piccoli ricevimenti. Sì, Michele potrebbe persino viverci, invece di abitare in quel dimesso appartamentino della zona del porto”, considerò Giacomo. “Dev’essere stato il suo sogno, andar per mare e intanto dipingere – Potrebbe evitare di regalare la metà dei suoi quadri alle persone del quartiere, sarebbe ricco – Ma Michele è troppo romantico e bohémien per vantarne la proprietà. Non ha un minimo di raziocinio e di realismo. E quella storia che non si sposa se non trova la donna giusta, l’anima gemella, a prescindere da ogni considerazione di opportunità”.

Giacomo accese il maxischermo. Al telegiornale delle tredici blateravano le solite notizie, la carestia in Egitto, l’epidemia di peste bianca nel Queensland, guerre e guerriglie come sempre un po’ ovunque, l’allarme per lo scadere di uno dei tanti ultimatum per il cessate-il-fuoco. Meno male che l’Italia era tranquilla, l’economia aveva avuto una netta ripresa e la pace sociale era finalmente stabile, a parte qualche frangia di patetici, sebbene tutto sommato pacifici, sovversivi. Merito anche dell’illuminato magistero di papa Pietro, che aveva voluto praticamente rifondare la Chiesa introducendo, Deo gratias, un’ampia tolleranza, senza quella miriade di censure che un tempo rendevano la vita impossibile.

Spense ed usci sul terrazzo. La pioggia era cessata; il tappeto di nubi si era alzato ed in mezzo vi si era formata una curiosa apertura circolare, dal contorno netto, nel cui centro preciso una minuscola propaggine scura schermava il sole. Dall’apertura filtrava a raggiera una luce algida.
Sembrava un grande occhio indagatore.
Giacomo ebbe un brivido, sentì la pelle delle braccia incresparsi subitaneamente. “Dovrei mettermi un golf”, si disse. Ma restò fuori, la città che si stendeva fino alla linea della costa sotto il suo sguardo. Ciclopici edifici spiccavano contro l’orizzonte; arditi
campanili si stagliavano con le loro stelle e le loro croci di varia foggia. Si riusciva a udire lontano il suono delle trombe della banda del conservatorio di musica (ma che festa ci sarebbe stata, l’indomani?).
Notando la sagoma della videoteca comunale, a Giacomo tornò in mente il giorno in cui ricevette la nomina ad assessore alla cultura. Ricordò l’emozione provata e ripensò con una certa vanagloria a quanto aveva realizzato per la comunità locale. Ripercorse mentalmente le tappe della propria carriera politica, dal primo cocktail con gli altri esponenti del partito – “che faccia Riccardo, a sapere della nomina! Fortuna che non gli è arrivato all’orecchio niente di compromettente” – all’ultimo brunch al circolo del tennis con i notabili.

Mentre era così immerso in alte considerazioni, il ronzio di una vespa lo distrasse. Raccattò un giornale appoggiato al muretto e ammazzò l’animale. In quel medesimo istante il varco tra le nubi si richiuse, i colori tutt’attorno a lui impallidirono di colpo. Giacomo avverti un profondo turbamento. D’istinto gli venne da paragonarsi ad Adamo alla cacciata dall’Eden.
Guardò l’orologio, già le due e un quarto. Doveva andare presto da sua moglie e dai ragazzi, e doveva ancora mettere il fertilizzante liquido alle buganvillee e comprare due riviste e una torta di frutta.

Era molto tempo che non incontrava veramente suo fratello: si erano scambiati appena pochi convenevoli in occasione dell’ultima udienza. Ma via via che la luce del giorno sbiadiva in maniera abnorme, un’illuminazione prese a folgorarlo interiormente: era rimpianto, ciò che provava? O piuttosto rimorso? Senz’altro entrambi, misti ad una sconosciuta – dapprima ancora baluginante, poi più vivida – coscienza della realtà, ad una timida palpitante consapevolezza.
In Giacomo allora sbocciò l’urgenza insopprimibile di correre da Michele per spiegare un che tuttora d’indistinto, e soprattutto per essere aiutato a decrittare il proprio stato. Si girò di scatto e, schivate le piante, infilò la porta a vetri che dava sul soggiorno, poi quella sull’ingresso, quella di casa, le scale.
Si era alzato un forte vento di maestrale. Giacomo si protese verso il primo borgo a sinistra, si lanciò per i vicoli, incurante dei passanti, e, girato l’ennesimo angolo, si trovò nello spazio aperto antistante il lido; ed impietrì.
Il tessuto di nubi, già infittitosi verso la terraferma, si stava squarciando repentino in due.
Giacomo cadde in ginocchio e, inizialmente suo malgrado, cominciò a piangere, quindi a singhiozzare, i nervi che imprimevano alle membra violente scosse. Ed ecco che il dolore così lancinante di un pentimento assoluto e totale, che superava ogni altro pensiero o sentimento, subì una trasmutazione in una gioia altrettanto assoluta e totale, mai provata.
Era come se l’invisibile ragnatela di confusione che pesantemente si stendeva sul mondo si stesse disintegrando e lasciasse apparire decisa la demarcazione tra bene e male, verità ed errore.
Capì tutto. Tutto fu più chiaro ancora di quel perlaceo improvviso abbacinare che dall’orizzonte ormai sereno aveva preso ad accerchiarlo, con bagliori sempre più vicini, sempre più vicini, da destra e da sinistra, da nord e da sud.
Ma la paura in Giacomo non esisteva più. Sentì solo felicità e la carezza di un’infinita compassione, mentre nello strazio agonico si scioglievano arresi i contorni delle cose e la luce diventava d’attimo in attimo più calda e dorata, come il frumento pronto per la mietitura.

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