di Luca Fumagalli

Guy Montag, il protagonista di Farenheit 451 – pellicola di Francois Truffaut del 1966 – è un vigile del fuoco. Nel futuro i pompieri, però, non spengono gli incendi, anzi, armati di lanciafiamme, irrompono nelle abitazioni dei sovversivi che ancora leggono e inceneriscono i libri (451° F è la temperatura a cui brucia la carta). Il mestiere appassiona Guy almeno fino a quando, una sera, incontra una ragazza affascinante, Clarisse, che gli racconta di un passato in cui leggere non era reato. Intorno a Montag il mondo pare essersi cristallizzato in una routine assurda, della cui triste inconsistenza si rende conto solo ora: la moglie Mildred, al pari dei vicini, trascorre le giornate incollata ai monitor televisivi che hanno sostituito tre delle quattro pareti del soggiorno; è amorfa, senza più passione per la vita. D’altro canto il capitano Beatty, pompiere modello, brucia ogni cosa con l’intento di combattere il presunto caos generato dalla carta e dalle idee che essa veicola. Clarisse è per Guy la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso; e il pompiere finalmente si convince che è giunta l’ora di ribellarsi all’ordine (disumano) costituito.

Nella distorsione distopica di Fahrenheit 451 – come anche nei romanzi di Orwell, Burgess, Huxley e Waugh – i libri sono considerati pericolosi perché stimolano l’autonomia intellettuale. Questa, a sua volta, promuove il pluralismo, potenziale portatore di conflitti. La società descritta nella pellicola, basata sull’omonimo romanzo di Ray Bradbury, ha scelto di puntare sull’omogeneizzazione e sulla standardizzazione culturale, e la macchina del regista – aiutato da un ottimo interprete come Oskar Werner – non fallisce nel restituire allo spettatore la sensazione di avere a che fare con una civiltà rarefatta, come se la nebbia che obnubila la mente dei suoi abitanti ne costituisse la vera sostanza, un flebile paravento che anticipa di poco l’imminente collasso.

Tra colpi di scena e oscuri presagi, Fahrenheit 451 è un film ancora drammaticamente attuale, la cronaca di una morte annunciata: quella della cultura, dell’approfondimento e, soprattutto, della capacità di investigare il reale oltre la cortina fumogena delle menzogne e delle banalità, quei veleni postmoderni che stanno rendendo gli uomini sempre più belluini.