Cristo cammina sulle acque del Nord: un viaggio nell’opera di George Mackay Brown, il poeta delle Orcadi

Luca Fumagalli

George Mackay Brown (1921-1996) è stato uno dei più brillanti scrittori cattolici del secondo dopoguerra.

Originario delle isole Orcadi, nella parte settentrionale della Scozia, Brown trascorse nella terra natia la maggior parte della propria vita, in volontario esilio, lontano dal caos della città. La sua immaginazione venne accesa in gioventù dalla lettura della Orkneyinga Saga, una collezione di racconti e poesie, tramandate di generazione in generazione, composta probabilmente nell’Islanda del XIII secolo. L’influenza della Saga è ravvisabile lungo tutta la parabola letteraria di Brown, nei temi, nei personaggi e, soprattutto, nello stile netto, conciso, che non si perde in inutili orpelli per andare dritto al nocciolo della questione.

Brown si convertì al cattolicesimo nel 1961, dopo una lunga meditazione; la scelta fu in parte motivata dalla volontà di evadere dal freddo e rigido protestantesimo della famiglia. Da quel momento la religione divenne un elemento decisivo della sua opera.

Determinante per la futura direzione della sua poesia e dei suoi romanzi fu l’incontro con Apologia pro Vita Sua di John Henry Newman. Il libro, letto per la prima volta nel 1947, impressionò Brown per la sua «logica magnificamente sconvolgente», tanto che lo scozzese pensò addirittura di farsi sacerdote. L’altro nome che fa capolino nei suoi lavori è quello del gesuita Gerard Manley Hopkins, il geniale poeta del XIX secolo. La messa, il cristianesimo nordeuropeo, l’esperienza secolare dei pescatori della Orcadi, la Passione di Cristo e la vita quotidiana degli isolani completano il variegato quadro delle influenze, costituendo una miscela di repertori e simboli che si ripresenta costantemente nelle migliori pagine di Brown.

Come nel bellissimo poema Anathemata di David Jones, il mare e la liturgia sono gli elementi attraverso i quali si consuma il rapporto tra uomo e Dio. Nella poesia Feast of Candles, ad esempio, l’immagine del sacerdote che sussurra in latino è accostata a quella di una nave di pietra, una chiaro rimando alla Chiesa e al suo primo Papa. In Corpus Christi un giovane pescatore della Galilea, tra gli amici di Pietro e degli apostoli, accompagna Gesù nei suoi viaggi, fino alla crocifissione.

La tecnica dell’umile osservatore che si trova coinvolto in venti più grandi di lui torna, di tanto in tanto, in altri componimenti poetici di Brown. In The Gardener: Easter la salita di Cristo verso il Calvario è narrata dal giardiniere di Giuseppe d’Arimatea, talmente preoccupato per il suo roseto da non capire nulla di quello che sta accadendo sotto i suoi occhi. Spesso il lettore si può trovare anche a osservare una scena attraverso vari sguardi, come in Tryst on Egilsay, la storia del martirio di San Magnus, conte delle Orcadi, avvenuto nel XII secolo.

La storia di quest’ultimo è narrata pure nel romanzo Magnus (1973) che Brown scrisse utilizzando molti dei dettagli riportati nella Orkneyinga Saga (incluso il vivido ritratto del saccheggio di Anglesey da parte dei vichinghi). Il cuore del libro è costituito dal capitolo centrale, in cui si narra la morte del protagonista. Magnus assiste alla messa prima di venire tradito e ucciso; il suo eroismo trova la più alta espressione nella pacifica accettazione di un destino avverso, unica via per portare finalmente la pace nelle isole. La passione di Magnus, narrata secondo i canoni più tradizionali del romanzo cattolico, si associa naturalmente a quella di Cristo. Ma Brown, che anche nella prosa non rinuncia alla rapida associazione d’idee tipica dei suoi versi, apre improvvisamente una riflessione sui sacrifici umani nella cultura pagana, per poi chiudere l’episodio con la morte del teologo luterano Dietrich Banhoeffer in un campo di concentramento nazista.

In Magnus Brown esprime una visione universale dell’esperienza umana, centrata sulla messa, che ricorre anche in un romanzo precedente, Greenvoe (1972), dedicato alla vita quotidiana nelle Orcadi tra presente e passato.

L’originalità di George Mackay Brown, il motivo per cui i suoi lavori meritano di essere letti e riletti, risiede – oltre nella strana commistione tra prosa e poesia, rese quasi indistinguibili, che ne caratterizza lo stile, davvero unico – nella parola che, tra terra e cielo, racconta la storia di un microcosmo semplice, fatto di piccole cose, dove le persone, tra pesci e reti, vivono a fianco di quel Cristo che cammina sulle acque del Nord.

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.