[ELLADE CATTOLICA] Il Monachesimo italo-greco. Parte prima

Probandi bizantini al monastero di Mezzojuso (Palermo), anno 1942-43

 

Nota di Radio Spada: Di fronte allo sfacelo e alla dissoluzione putrescente di grandissima parte del cattolicesimo romano “ufficiale” è venuto spontaneo a taluni guardare ad “Oriente” e al suo Scisma. Questa rubrica, giunta alla terza puntata e tenuta dal carissimo Alessandro Luciani, mostra il volto più vero e concreto delle acefalie orientali e delle chiese che hanno generato. Mostra anche la grande vitalità dell’Oriente cattolico, a dimostrazione di come lo scisma del 1054 non abbia spaccato la Cristianità ma abbia semplicemente allontanato popoli interi dalla fonte viva della Cristianità ovvero Roma. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, presidente di RS)

 

A cura di Alessandro Luciani

 

Mentre si attende ancora un’opera completa, che metta nella giusta sua luce e dia il dovuto merito al glorioso periodo del Monachesimo greco-bizantino nel sud d’Italia, che tocco il suo apogeo nei secoli IX-XII, crediamo non sia inutile accennare qui brevemente alcuni fattori e dati principali di esso, sicuri che anche questi pochi cenni contribuiranno a procurargli la stima che merita la sua importanza, e potranno forse anche spronare qualche eletto ingegno a narrare per i più dotti la vita esuberante e gloriosa.

 

Origine del Monachesimo italo-greco

 

Tra i secoli VI-X l’Italia meridionale ebbe a subire una lenta, ma progressiva trasformazione, che da latina la fece diventare greca di lingua, di costumi e di rito. Molti studiosi di questo fatto singolare, specie calabresi, vollero a priori escludere la dipendenza di questo ellenismo dall’antica colonizzazione dei Greci dell’età classica e ne assegnarono senz’altro l’origine alla dominazione bizantina, dall’imperatore Giustiniano iniziata, e perseguita dai suoi successori, sino alle conquiste araba e normanna di queste regioni nei secoli IX-XI. Altri scrittori, invece, affermano che, ammettendo ciò, noi avremmo un effetto sproporzionato alla causa. Questi secondi sostengono che, come indubbiamente queste regioni, prima della conquista romana, furono abitate da popolazioni italo-greche, così anche tali si mantennero in parte dopo la conquista romana.  «Non si comprende – dice il dotto paleologo grecista P. Sofronio Gassisi, come si possa asserire assolutamente, come fanno tanti scrittori calabresi, che la lingua greca, e quindi la liturgia in detta lingua, fossero una semplice imposizione degli imperatori di Bisanzio, decretata per giunta nel periodo meno propizio, quale fu quello dell’epoca della persecuzione iconoclasta. La storia non ci ha registrato punto né i mezzi, né le arti, da essi adoperati, le quali dovremmo ritenere straordinarie, in vista dell’effetto conseguito in sì brevissimo spazio di tempo, di ellenizzare cioè nella liturgia e nel rito vaste regioni. Né sappiamo renderci conto come non si riuscisse ad ottenere i medesimi risultati in altre regioni poste al di là dell’antica Magna Grecia, le quali avevano subito ugualmente l’influsso bizantino, in una forma certamente più tangibile che non la semplice immigrazione di monaci, i quali, venuti a cercare uno scampo alle persecuzioni iconoclaste, si erano generalmente ridotti in luoghi appartati dai centri di abitazione. Del resto se si vuole attribuire un’efficacia speciale alla pacifica invasione monastica, che si estese non alle sole regioni della Magna Grecia, ma ad altre ancora, come nel Lazio, perché non fu conseguito anche in queste il medesimo risultato? E’ un mistero cui non si sono dati la pena di spiegare i detti scrittori.» (P. Gassisi, Contributo alla storia del Rito Greco in Italia).

Tra i sostenitori della prima sentenza figura principalmente il Rodotà, il quale nella sua opera “Del Rito Greco in Italia” (Lib. I, Cap. III) sostiene che in queste regioni meridionali la lingua ed il rito latino vi si mantennero vigorose sino a tutto il sec. VIII, fatte poche eccezioni per la Sicilia, dove già sin dal sec. VI la lingua ed il rito greco in alcune città e sedi episcopali incomincia a fare capolino.
Quali le prove che costoro addurrebbero per sostenere questa loro sentenza? Molte: ne riporteremo le principali. E prima di tutto la conquista romana, che avrebbe fatto sparire, secondo essi, ogni traccia di grecismo in queste regioni, conforme al sistema tenuto sempre dai Romani nelle loro terre di conquista. Secondo, le iscrizioni e le lapidi dell’epoca cristiana, le quali, al dire del Canonico Molisani nel suo libro «De Protopapis», prima dell’ottavo secolo, sarebbero state tutte latine. Si riporta pure la testimonianza del celebre Cassiodoro, che, dovendo scegliere gli autori per l’Accademia da lui fondata nel Vivarium Calabria, diceva di preferire i latini ai greci, poiché «dulcius ab unoquoque suscipitur quod patrio sermone narratur».
Finalmente s’insiste sul fatto che le guerre di cui queste regioni furono tragico teatro, come la guerra Marsica, le invasioni barbariche, i cataclismi naturali, che assai di frequente colpiscono queste terre, le avrebbero così spopolate, che, al dire di Strabone, Cesare Augusto dovete spedirvi delle colonie militari per ripopolarle. Naturalmente questi soldati erano latini.
Certo le ragioni addotte da ambo le parti in sostegno delle rispettive tesi sono abbastanza serie e fondate. Se ci fosse permesso interloquire tra «cotanto senno», noi vorremmo ventilare una terza opinione, che, per essere media, potrebbe conciliare le due tesi opposte ed avrebbe di più il vantaggio di risolvere alcuni problemi, che, nel trionfo dell’una o dell’altra, rimarrebbero insoluti, o per lo meno dubbi.
Secondo la nostra modesta opinione, sotto il governo di Roma, mentre le grandi città con i maggiori centri abitati, per l’influsso del potere centrale e per l’apporto degli ufficiali statali, pian piano sarebbero stata latinizzate, adottando la lingua, la religione e gli usi dei conquistatori, le popolazioni rurali, invece, i piccoli centri, specie quelli più isolati e montani, avrebbero seguito a custodire, se non in tutto, almeno in parte, la lingua, i riti ed i costumi greci avuti. Non avvenne lo stesso, quando queste medesime regioni, sotto il governo dei Normanni, dovettero riprendere la lingua, il rito e i costumi latini? Molti luoghi impervi e montani, molti piccoli centri serbarono, ciò nonostante, la lingua, il rito e i costumi greci, come intorno all’Aspromonte, fino al secolo XVII; e parecchi parlano ancora il greco.
E non ne sono anche una riprova le numerose Colonie Albanesi d’Italia, che, dopo cinque secoli di dimora in Italia, ancora serbano la lingua, i riti ed i costumi della madre patria, specie quelli più montani e distanti dai grandi centri? Ora nei secoli VII-X queste stesse regioni subirono un processo inverso: le grandi città, sotto l’influsso del potere dei Basileus di Costantinopoli, per le stesse cause, di cui sopra, divennero greche di lingua, di rito e di usi, con lento, ma progressivo ritmo; mentre le borgate, le popolazioni rurali, senza difficoltà, come quelle che in tutto o in parte avevano serbato il loro deposito avuto, presto si assimilarono in tutto ai nuovi dominatori. – Tanto più ciò, in quanto la maggior parte delle numerose immigrazioni monastiche andranno a stabilirsi in mezzo a loro, per l’innato, potente amore alla solitudine, madre e custode delle monastiche virtù, rafforzandole nei loro usi e tradizioni greci.

La nostra tesi ha il vantaggio, come dicemmo da principio, di dare una plausibile spiegazione al fatto misterioso, di cui parlava il P. Gassisi, e cioè, che, mentre alcune regioni sottoposte al dominio bizantino, come le Calabrie, si ellenizzarono con ritmo abbastanza accelerato e conservarono a lungo, anche dopo la caduta del potere di Bisanzio, il grecismo; altre invece, pur esse sottoposte, e più direttamente, allo stesso dominio, come le città dell’Esarcato, per un bel tratto di tempo (568-752), subirono pochissimo influsso ellenico e ben presto ne perdettero ogni traccia. La ragione è che le prime serbavano ancora nelle vene molto sangue greco, e nella loro vita, lingua e tradizioni greci, mentre le altre subirono il dominio bizantino solo superficialmente, per essere state sempre di sangue e tradizioni latine.
Così si spiega pure il fatto delle iscrizioni latine: il latino era lingua ufficiale, come quella dei dominatori. Così pure s’intendono, nel loro senso giusto, le parole di Cassiodoro, più sopra da noi riportate. Il dotto monaco dice infatti di preferire il linguaggio patrio al greco, ora la preferenza importa sempre una scelta e la scelta si fa quando le cose da scegliere sono per lo meno due! Tra le due lingue parlate allora in Calabria, la greca e la latina, egli dice di preferire la lingua patria d’Italia, la latina!
Pertanto, o che i Basileus di Bisanzio siano stati o meno la causa generatrice dell’ellenismo fiorente nelle regioni meridionali, o invece vi abbiano semplicemente influito con tutto il peso dei mezzi potenti a loro disposizione, il fatto è che questo fenomeno singolare si ebbe a verificare sotto la loro dominazione. Avevano preceduta questa dominazione bizantina le numerose e frequenti peregrinazioni nell’Italia meridionale di clero orientale dalla Siria, dalla Palestina e dall’Egitto, dovute all’invasione di queste regioni da parte dei Persiani prima, e degli Arabi poi, nei secoli VI e VII. A questo elemento greco, non trascurabile, se si unisce quello ancor più numeroso, che sempre segue la conquista d’un paese, e cioè di funzionari di ogni ruolo, destinati a dirigerne ed a disciplinarne le attività nelle varie istituzioni e ramificazioni civili, ecclesiastiche, militari e commerciali; se si tiene conto delle numerose colonie di Greci, spedite da Giustiniano (527-565), da Maurizio (582-602), da Leone l’Isaurico (717-741), da Basilio I il Macedone (867-886), da Leone il Saggio (886-911), e finalmente da Basilio II il Bulgaricida (976-1025), per rinforzare l’elemento autoctono, rimasto dissanguato dalle guerre contro i barbari, Ostrogoti, Longobardi ed Alemanni; se infine vi si aggiunge quella grande moltitudine di monaci e laici greci, che durante le persecuzioni degli iconoclasti furono costretti ad abbandonare la loro patria, per cercare ospitalità in queste regioni tranquille, si potrà avere una qualche plausibile spiegazione di quel potente influsso ellenista, che si riscontrò in tutta la vita civile, religiosa e militare nelle regioni dell’Italia Meridionale di quei tempi.

 

 

(Da: Il Bollettino della badia greca di Grottaferrata, eco delle Chiese di Rito Bizantino – anno XI, N. 1 (104), settembre-ottobre 1939-XVII)

 

 

 

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