La polemica anti-protestante degli scrittori cattolici britannici del primo Novecento

di Luca Fumagalli

In senso orario: Compton MacKenzie, Antonia White, Maurice Baring, Fionn MacColla, Hilaire Belloc, R. H. Benson e George Mackay Brown.

«I cattolici inglesi sono protestanti che protestano contro il protestantesimo». La frase di D. H. Lawrence, al di là dell’azzeccato gioco di parole, contiene una buona dose di verità. Infatti i più importanti scrittori inglesi fedeli a Roma dimostrarono, in particolare nella prima metà del XX secolo, una vera e propria ossessione anti-anglicana, espressa soprattutto dai convertiti provenienti proprio dalle fila della Chiesa nazionale. Del resto uno dei modi migliori per presentare ai lettori la validità delle istanze cattoliche era quello di gettare discredito sul protestantesimo. In verità quest’ultimo era considerato, più che un pericolo, un qualcosa su cui ironizzare con sarcasmo e disprezzo. Solo occasionalmente – come nel caso dei due romanzi futuristici di mons. Robert Hugh Benson (1871-1914), Il Padrone del mondo (1907) e L’alba di tutto (1911), o in alcuni degli Essays of a Catholic (1931) di Hilaire Belloc (1870-1953) – il lassismo teologico dell’anglicanesimo è preso sul serio, reputato una minaccia contagiosa per l’intera cristianità.

Neanche le tendenze anglo-cattoliche diffuse nella Chiesa d’Inghilterra furono esenti da critiche; anzi, gli anglo-cattolici, se possibile, vennero considerati con ancor più sospetto: erano uomini e donne che avevano colto un barlume di verità, ma che si erano rifiutati di seguire quell’intuizione fino alle sue logiche conseguenze. Belloc, in una lettera “a un amico anglo-cattolico”, ammette che tra gli insulti che i “papisti” ricevono quotidianamente, da secoli, nei paesi protestanti, l’unica voce fuori dal coro è sempre stata quella degli anglo-cattolici. Tuttavia l’autore dimostra di simpatizzare più per gli scettici e non per coloro che, pur credendo in molte delle cose in cui credono i cattolici, falliscono nel capire che la soluzione dei problemi e la vera salvezza si trovano «nell’unica Casa». Belloc chiude il brano ponendo la fatidica domanda: «Può un’autorità universale essere nazionale?».

Tra gli scrittori cattolici del primo Novecento la tendenza dominante è comunque quella di prendere in giro il protestantesimo di stato. Vi sono, a tal proposito, una miriade di esempi, che vanno dai prelati compiaciuti di sé ritratti da Benson alla descrizione esilarante che Maurice Baring (1874-1945) fa, in Cat’s Cradle (1925), delle due zie anglicane della protagonista (una evangelica, l’altra anglo-cattolica). Nel libro viene pure messo alla gogna il fideismo irrazionale dell’anglicano medio. Anche in Frost in May (1933), di Antonia White (1899-1980), la madre della protagonista, in visita presso il collegio cattolico della figlia, dimostra di non capire nulla di quello che vede.

Indipendentemente dalle modalità, è comunque l’anglicanesimo “moderato” il bersaglio preferito dai polemisti inglesi. Le forme più estreme di protestantesimo sono prese di mira raramente, soprattutto nelle opere di G. K. Chesterton – che richiederebbero troppo spazio per essere trattate adeguatamente in questa sede – e in alcuni romanzi storici ambientati all’epoca della Riforma, come Con quale autorità? (1904) di Benson.

Completamente opposto il caso scozzese, nazione in cui il puritanesimo ha messo radici ed è diventato, col tempo, la principale denominazione religiosa del paese. Autori come Compton MacKenzie (1883-1972), Fionn MacColla (pseudonimo di Thomas MacDonald, 1906-1975) e George Mackay Brown (1921-1996) condussero, tramite i propri lavori letterari, attacchi virulenti all’establishment protestante. La polemica astiosa, schietta, senza peli sulla lingua, diversa da quella che si consumava negli stessi anni in Inghilterra, fu giustificata dalla differente storia della Scozia. MacKenzie, per esempio, in Catholicism and Scotland (1936) scrisse che la rivoluzione protestante aveva fin troppi punti in comune con quella bolscevica, modalità sadiche incluse. Coloro che hanno osato espellere Maria Stuart, la legittima sovrana, svendendo la Scozia agli inglesi, sono, per MacKenzie, gli stessi riformatori che hanno poi preso il potere, consolidando l’opera puritana. D’altro canto la visione dello scrittore sul futuro era decisamente ottimistica, prevedendo addirittura l’annientamento del protestantesimo e il trionfo della Chiesa di Roma in tutto il mondo.

MacColla e Mackay Brown fecero invece opera apologetica esaltando, in una visione idealizzata, la Scozia pre-Riforma. Indipendentemente dalla poetica dei singoli scrittori, la profonda angoscia espressa dagli autori scozzesi non ebbe pari né in Inghilterra né in Galles.

Nel secondo Novecento la polemica anti-protestante si attenuò di molto, fino quasi a scomparire. Col Concilio Vaticano II, innanzi a una Chiesa che stava mutando, l’attenzione degli scrittori “papisti” si orientò di preferenza verso i roventi lidi del dibattito interno al cattolicesimo. Evelyn Waugh, Graham Greene, Muriel Spark e molti altri diedero il via a scontri campali che avevano per oggetto una religione che, a detta di tutti, entusiasti o detrattori, aveva mutato pelle. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

 

Un commento a "La polemica anti-protestante degli scrittori cattolici britannici del primo Novecento"

  1. #bbruno   29 Lug 2018 at 11:26 am

    Con riferimento all’ultimo paragrafo dell’articolo, mi chiedo: dibattito interno al cattolicesimo o dibattito intorno al cattolicesimo? Che per i cattolici della Tradizione non può essere il cattolicesimo del Vaticano II: questo deve essere classificato tra le varianti, e anche delle peggiori, del protestantesimo, senza nemmeno più le apparenze cattoliche dell’ anglo-cattolicesimo, e senza nemmeno la rigidità della ‘sola fides’ del luteranesimo…….Un cattolcesimo che muta pelle è un cattolicesimo che tale non è più: solo i serpenti mutan pelle, e il serpente è il simbolo dell’ Inganno!

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